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I settimanali femminili fanno il tifo per il cesareo

16 NOV - I ginecologi lo vanno ripetendo da tempo: ben vengano le linee guida, ben vengano gli impegni delle società scientifiche e delle istituzioni per ridurre il ricorso ai tagli cesarei, ma c’è una percentuale di questi su cui poco possono queste misure. E sono quelli che dipendono dall’autodeterminazione della donna.
Sono le donne, spesso, a richiedere esplicitamente il cesareo e a essere disposte a cambiare ginecologo se questo non accorda loro questo trattamento.
Ma quali sono le ragioni e quali le determinanti culturali e socioeconomiche di questo comportamento?
Una domanda a cui ha cercato di rispondere uno studio in corso di pubblicazione sul British Medical Journal e che uno degli autori, Mario Merialdi del Department of Reproductive Health and Research dell’Organizzazione mondiale della sanità ha illustrato a Quotidiano Sanità, a margine del Congresso nazionale Aogoi-Sigo in corso a Milano.
“Si tratta di un’idea innovativa - ha spiegato Merialdi - che ci è venuta studiando la letteratura scientifica e vedendo che erano presenti studi che indagavano su quali potessero essere le influenze dei media su questo aspetto. Non solo sulle donne in gravidanza ma sulla popolazione femminile generale”.
Un evento, in particolare ha dato il via alla ricerca: la copertina di una rivista femminile (Marie Claire) che nel gennaio del 2008 “proponeva una foto di Christina Aguilera incinta che si diceva completamente contraria al parto vaginale”, ha aggiunto.
Da lì ha preso le mosse lo studio che ha passato in rassegna 118 articoli pubblicati in Brasile negli ultimi 20 anni.
“Si è scelto il Brasile perché ha tassi di cesarei molto elevati, del 40 per cento”. Non molto distanti dall’Italia, quindi. E perché è riconosciuto che in quel Paese fattori culturali esercitano pressioni forti alla scelta del cesareo.
I risultati dello studio mostrano chiaramente la posizione delle riviste: “le fonti di informazione spesso non sono citate, spesso gli articoli si basano sul parere unico di un medico, un ginecologo. Ma, soprattutto,  nell’informazione data alla donna c’è una grande enfasi sugli aspetti positivi, come la diminuzione dolore o la comodità di un parto cesareo. Quando si parla di rischi, ci si riferisce prevalentemente a quelli “soft”, cioè rimanere qualche giorno di più in ospedale o avere un minore controllo del parto. Non si parla quasi affatto, invece, di quelli che sono i rischi seri, i rischi anestesiologici, quelli operatori e quelli a lungo termine: il rischio di sottoporsi nuovamente un parto cesareo o quelli per il bambino”.
“È interessante il fatto che le celebrities non sembrano esercitare una grande influenza”, ha concluso Merialdi.
Lo studio verrà ora replicato in Spagna, Filippine, Stati Uniti e Argentina. Non sono invece attese per il momento iniziative analoghe in Italia.
 

16 novembre 2010
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