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Decreto Calabria. Fnopi: “Pronti a collaborare per garantire ai cittadini i Lea, ma è necessario superare il blocco del turn over”

Così la presidente della Federazione delle professioni infermieristiche, Barbara Mangiacavalli, che lancia l’allarme carenza: nel 2023 le stime indicano una carenza rispetto alla domanda di quasi 60.000 infermieri e con Quota 100 ne potrebbero lasciare il servizio attivo quasi altri 46.000 con conseguenze gravissime per la sicurezza delle cure. E questi dati, senza modifiche e interventi, sono destinati a salire e raggiungere nel 2028 quota 160.000 circa di carenze. 

03 MAG - “Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del ‘decreto Calabria’ (Dl 35, GU 101 del 2 maggio 2019) auspichiamo che si superi una brutta pagina di sanità a cui il Governo sta mettendo mano: una Regione non può ignorare le regole di un’amministrazione sana, soprattutto in settori come la sanità da cui dipende la vita degli stessi cittadini. E questo per interessi spesso collusi con la malavita e per una noncuranza nell’amministrazione che non ha alcuna giustificazione”.

Il commento è di Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi). Che tuttavia lancia anche l’allarme carenza: nel 2023 le stime indicano una carenza rispetto alla domanda di quasi 60.000 infermieri e con Quota 100 ne potrebbero lasciare il servizio attivo quasi altri 46.000 con conseguenze gravissime per la sicurezza delle cure (file tabelle allegato). E questi dati, senza modifiche e interventi, sono destinati a salire e raggiungere nel 2028 quota 160.000 circa di carenze.


“Siamo in prima linea – afferma - per offrire la nostra massima collaborazione a Governo, Regione e commissari per riportare la Regione Calabria nella condizione di garantire ai propri cittadini i livelli essenziali di assistenza. Siamo a fianco dei cittadini calabresi - prosegue - che troppo spesso sono costretti a viaggi della speranza in cerca di cure migliori di quelle possibili a casa loro e a farsi carico di costi di viaggio, alloggio e così via".

"Siamo a fianco allo stesso modo - prosegue - di quei professionisti che si sono visti legare le mani, privati spesso della possibilità di manifestare le loro conoscenze e la qualità della loro capacità professionale e di quelli che da questa vicenda hanno avuto difficoltà nel lavoro. Siamo a fianco del ministro della Salute nella sua scelta di difesa assoluta del Servizio sanitario nazionale anche se con provvedimenti drastici e sicuramente dirompenti in una Regione dove da anni regnava un modus operandi che l’ha resa tra le ultime in Italia per l’assistenza sanitaria, nonostante la capacità e la qualità dei suoi professionisti: il Ssn va difeso a tutti i costi e a tutti i costi va evitata la disuguaglianza tra cittadini che certe abitudini rendevano inevitabile in Calabria
Siamo anche a fianco – conclude - di quegli amministratori onesti e capaci che negli anni hanno avuto il compito e hanno tentato di risollevare le sorti di una Regione che solo con una misura drastica come quella emanata dal Governo forse si potrà fermare la spirale di malaffare che nonostante le loro capacità e la loro volontà non avrebbero mai potuto altrimenti arrestare”.

Ma il “decreto Calabria” non si ferma qui. C’è infatti un’altra regola che finalmente interrompe una norma che la stessa relazione al provvedimento “ha perso qualsiasi attualità e significato e necessita, quindi, di essere riviste alla luce della dinamica più recente della spesa effettiva di personale sostenuta delle Regioni, in rapporto anche alla riorganizzazione intervenuta nei sistemi sanitari regionali”.

È quella della spesa per il personale agganciata alla spesa 2004 meno l’1,4%, che finora ha ostacolato le Regioni virtuose nella promozione di una politica del personale efficace. Ora il riferimento è alla spesa 2018 e c’è la possibilità anche di aumentarla del 5% dell’incremento di cui i fondi sanitari regionali dovrebbero godere ogni anno se la Sanità non fosse alla fine trattata come “bancomat” dalle leggi di bilancio e non si trasformasse in un bersaglio dei tagli e recuperi di risorse.

Ma attenzione, c’è un altro problema che ha bisogno di soluzione se davvero il Ssn deve decollare. Il problema del tetto di spesa è stato superato, è necessario ora togliere la regola del blocco del turn over, in funzione di nuovi modelli organizzativi di innovazione delle politiche del personale e valorizzazione delle competenze delle professioni, magari prevedendo misure di garanzia, perché altrimenti le assunzioni resteranno ancor al palo in troppe Regioni e per oltre la metà dei cittadini italiani.

 
Infermieri, con l’allarme carenza a rischio la sicurezza delle cure
Gli infermieri mancano in maniera più che allarmante. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno di posti per i corsi di laurea, dove la FNOPI è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha portato i suoi dati: oggi rispetto alla domanda dei cittadini ci sono circa 30.000 infermieri in meno che diventeranno – visto che le proiezioni vanno di moda - 58.000 in meno nel 2023; circa 71.000 in meno nel 2028 e quasi 90.000 in meno nel 2033.

“Se ‘Quota 100’ oggi registra il rischio di abbandono a breve termine per almeno 22.000 infermieri – afferma Tonino Aceti, portavoce Fnopi - che si aggiungeranno alle carenze descritte dai fabbisogni, le proiezioni parlano chiaro: al 2023 potrebbero salire esponenzialmente anche oltre le 100mila unità.
Cosa significa tutto questo, dovrebbe farlo capire il buon senso, ma a parlare chiaro sono gli studi internazionali (ad esempio: RN4CAST, pubblicato su The Lancet) che hanno quantificato gli effetti della carenza di infermieri: ipotizzando che si riuscisse ad avere un rapporto di 1 infermiere per 6 pazienti e nello staff fosse presente almeno il 60% di infermieri laureati, potrebbero essere evitate 3.500 morti all’anno. Nella dotazione organica - rapporto infermiere/pazienti - a ogni aumento di una unità-paziente per infermiere, la probabilità di morte del paziente aumenta del 7 per cento. A ogni aumento del 10% di personale infermieristico laureato corrisponde una diminuzione del 7% di mortalità".

"L’associazione dei due valori – continua Aceti - ha rivelato che, negli ospedali in cui il 60% degli infermieri è laureato e il rapporto infermiere/paziente è di 1:6, la probabilità di decesso a trenta giorni dalla dimissione è del 30% inferiore rispetto a strutture in cui gli infermieri laureati sono del 30% ed il rapporto infermieri/pazienti è di 1:8. In Italia – spiega Aceti - il rapporto infermieri-pazienti era nel 2017 (quindi senza ‘Quota 100’ e le sue carenze future, ma con gli effetti del blocco del turn over) di uno a 8-9 nelle Regioni benchmark, quelle con l’assistenza migliore e si arrivava a fino a uno a 17 nella Campania, che con gli effetti di Quota 100 potrebbe superare a situazione invariata il rapporto di uno a 20, dove il turn over è da decenni un araba fenice e i piani di rientro guardano prevalentemente la spesa. I numeri – conclude - parlano chiaro: è davvero allarme rosso per la carenza di infermieri e la salute dei cittadini e dei pazienti. Chiediamo ora che ministro, Governo e Regioni corrano ai ripari. Questa sarebbe una delle misure da introdurre per rafforzare la fiducia dei cittadini calabresi e di tutte le altre Regioni nel Servizio sanitario nazionale”.

“Mancano tanti professionisti – conclude Mangiacavalli -. Ma a mancare in modo allarmante sono gli infermieri, quei professionisti cioè che prendono in carico il malato dopo qualunque intervento abbia subìto e fino alle sue dimissioni. Quei professionisti che hanno il compito di seguirlo a domicilio per assicurare che si curi, lo faccia bene e non abbia complicazioni e se queste subentreranno allora proprio quei professionisti faranno scattare l’intervento del medico di medicina generale, dove necessario e possibile, per evitare code, intasamenti e liste di attesa ai pronto soccorso”.  

03 maggio 2019
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