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“Il definanziamento non è più sostenibile. E a pagare di più sarà sempre il Sud”. Intervista al presidente Omceo Napoli Scotti

“Negli ultimi anni la Sanità ha ricevuto sempre meno di quanto previsto dal documento programmatico del Tesoro”. E a “pagare anche oggi dopo il Def saranno le regioni del Sud già pesantemente penalizzate dai criteri di riparto del fondo nazionale”. La denuncia del presidente dei medici partenopei.

16 APR - “Speravamo di sbagliare; speravamo che i nostri ripetuti sussulti, i tentativi di sensibilizzare le Istituzioni sul dramma al quale stiamo andando incontro definanziando la sanità, potessero servire a raddrizzare la rotta. A quanto pare non è così. Esiste un disegno ben definito che la politica continua a perseguire ignorando ogni istanza dei cittadini e di chi, come noi, cerca di difendere il diritto alla Salute. Siamo stati i primi a denunciare con forza, con campagne informative anche molto dure. Siamo stati, e siamo, pronti a raccogliere le critiche e a subire gli attacchi di chi non vuol vedere. Ma siamo anche consapevoli che quello che dicevamo si sta verificando nei fatti con un definanziamento strisciante del Servizio sanitario nazionale e una pericolosa china sul rapporto tra risorse e Pil”.
 
Così il presidente dell’Ordine dei medici di Napoli Silvestro Scotti commenta i dati sulle previsioni di finanziamento del Servizio sanitario nazionali previsti dal Def il cui testo arriva in Parlamento atteso nei prossimi giorni ciclo di audizioni in commissione Bilancio.

 
Cosa la preoccupa?
In base a un'analisi del Def diffusa da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, nel triennio 2017-2019 il Pil crescerà in media del 2,8% per anno, mentre la spesa sanitaria aumenterà annualmente a un tasso medio dell’1,5%: in dettaglio, dai 113,3 miliardi stimati per il 2016, la spesa sanitaria dovrebbe arrivare a 114,7 miliardi nel 2017, a 116,1 nel 2018 e 118,5 nel 2019. Ma il dato più preoccupante è che, secondo le stime del Def, nel triennio 2017-2019 il rapporto tra spesa sanitaria e Pil decrescerà dello 0,1% anno, attestandosi al 6,5% nel 2019. Secondo Cartabellotta negli ultimi anni la Sanità ha ricevuto sempre meno di quanto previsto dal documento programmatico del Tesoro – e nel 2016 dai 117,6 miliardi stimati dal Def 2013, siamo scesi a 116,1 con il Def 2014 e a 113,4 con il Def 2015, per arrivare a un finanziamento reale di 111 miliardi, comprensivi di 800 milioni da destinare ai nuovi Lea. Dunque poiché il fondo sanitario cresce meno del Pil nominale, la spesa sanitaria non coprirà nemmeno l'aumento dei prezzi. 
 
Cosa significa?
Che condivido le preoccupazioni di Cartabellotta e cioè che quel 6,5% è una soglia d’allarme che desta enormi preoccupazioni per la salute dei cittadini, al di sotto della quale secondo le stime dell’Oms si riduce l’aspettativa di vita. Finiremmo in fondo ai paesi Ocse, dopo essere già stati richiamati, con la revisione del Ssn di gennaio 2015, a garantire che gli sforzi in atto per contenere la spesa sanitaria non vadano a intaccare la qualità dell'assistenza. Cosa che in Campania, sottoposta a Piano di rientro, ma in tutte le regioni in rosso è già accaduto determinando disparità nella aspettativa di vita che, ad esempio, in Campania è di 3,6 anni in meno rispetto alla media italiana senza che questo abbia tra l’altro inciso minimamente sul riequilibrio dei criteri di riparto del fondo sanitario nazionale che resta agganciato all’unico parametro della anzianità della popolazione.
 
Ci sono gli sprechi da eliminare e il costo della corruzione da considerare
La corruzione in sanità pesa la metà degli altri settori della spesa pubblica. La sanità pubblica, a parità di potere di acquisto, nel prossimo triennio disporrà delle stesse risorse solo se la ripresa economica del Paese raggiungerà previsioni più che ambiziose. In caso negativo, sul Ssn non potranno che abbattersi ulteriori tagli e questo diventa incompatibile con il mantenimento dei livelli di assistenza qualunque configurazione ci si possa dare. A meno che…
 
A meno che?
A meno che non si voglia consegnare una fetta dell’assistenza pubblica alle assicurazioni che hanno fallito in tutto il mondo come nodello in grado di mantenere l’equità e l’universalità di accesso che ha sempre contraddistinto il servizio sanitario italiano rispondendo al dettato costituzionale dell’articolo 32 della nostra Carta fondante lo Stato Repubblicano.
 
Tutto questo avviene in un clima di grande sintonia tra Stato e Regioni: infatti le previsioni del Def tengono conto dell’intesa Stato-Regioni dello scorso 11 febbraio nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza tenendo conto del contributo del Servizio sanitario nazionale alla complessiva manovra a carico delle Regioni definita dalla Legge di Stabilità 2016.
Siamo indubbiamente di fronte ad una strategica intesa Stato-Regioni passata sotto silenzio secondo una prospettiva di sanità pubblica. L’11 febbraio 2016 rischia di passare alla storia come la data in cui Stato e Regioni hanno assestato il colpo di grazia al Ssn. Del resto basta vedere cosa accade in Conferenza Stato-Regioni rispetto al riparto del fondo sanitario nazionale.
 
Cosa accade?
Accade che anche nel 2016 la Campania è ultima. Dopo il solito tira e molla tra i governi locali in conferenza Stato-Regioni a metà dello scorso anno (ci vuole l’unanimità), alla Campania sono stati assegnati 10 mld e 161 milioni contro i 10,082 mln di un anno fa.
Circa 150 milioni in più
In valore assoluto e solo grazie a un fondino di riequilibrio che elargisce le briciole dopo aver suddiviso la torta in maniera iniqua.
Si riferisce alla quota procapite?
Si, la media procapite, sul fondo indistinto 2016 e al netto dei 5 milioni assegnati per la fibrosi cistica, è di 1.720 euro per abitante. Il più basso del Paese a fronte di una media nazionale di 1.783. La seconda regione più popolosa d’Italia ha dunque la più bassa assegnazione procapite a fronte della più bassa vita media (3,6 anni in meno), di veleni che rendono insalubri le matrici ambientali, deprivazione sociale, basso Pil, obesità infantile, diabete ed epatite ad altissima incidenza.
 
Il presidente De Luca, battendo i pugni sul tavolo della Conferenza delle Regioni ha strappato nei mesi scorsi, un ordine del giorno…
Siamo in prima linea e disponibilissimi ad affiancare la battaglia del presidente De Luca che apprezziamo ma sappiamo quanto vale in Italia un ordine del giorno. Del resto lo stesso ministro della Salute Beatrice Lorenzin giunta a Napoli nei giorni scorsi ha spostato la questione al tavolo delle Regioni. Il governo fa come Ponzio Pilato…
 
Cosa dovrebbe fare De Luca?
Io dico che di fronte a questo scandalo del riparto del fondo il governatore De Luca, ma anche i presidenti delle altre regioni del Sud, penalizzate al pari della Campania, Puglia in primis - con cui, come Ordine del Medici abbiano già stipulato un asse di intesa operativa – dovrebbero negare l’unanimità per ridare la palla in mano al governo che a quel punto dovrebbe prendersi le sue responsabilità e decidere una volta per tutte se sia giusto o meno riformare i criteri dell’attuale sistema basato sulla legge Calderoli che da anni viene considerato un sistema errato senza mai approdare a una riforma seria. Oggi che la Campania ha i conti in ordine non è più tollerabile subire questo tipo di egoismi e di penalizzazioni che avvitano una sanità al lumicino delle risorse attorno a carenze che se non corrette saranno sempre più evidenti con risvolti chiari in termini di vite umane perse.
    
Ettore Mautone

16 aprile 2016
© Riproduzione riservata


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