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Se non ora quando? Sanità: “La sostenibilità del sistema non è a rischio” 

Situazione finanziaria, ipotesi di riforma e distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni, su questi temi si sono confrontati Giovanni Bissoni e Nerina Dirindin nel corso dell’incontro “Sanità pubblica: codice rosso”, organizzato dall'associazione “Snoq. Sanità” presso il San Camillo di Roma.

01 FEB - Il Ssn è sempre più nel mirino delle critiche e di ipotesi di riforma che chiedono una massiccia cura dimagrante. In realtà i livelli di spesa della sanità pubblica italiana sono perfettamente sostenibili e gli ultimi tagli effettuati rischiano di mandare in corto circuito il sistema. Su questi temi si sono confrontati Giovanni Bissoni, presidente dell’Agenas e Nerina Dirindin, docente di economia pubblica all’Università di Torino e candidata al Senato in Piemonte nelle liste del Pd, nel corso dell’incontro “Sanità pubblica: codice rosso”, organizzato da “Se non ora quando? Sanità” presso l’Azienda ospedaliera San Camillo di Roma.
 
Un incontro voluto con forza da "Snoq Sanità",  perché, come ha sottolineato una delle promotrici, Maura Cossutta: “la sanità pubblica è una conquista irrinunciabile che per la prima volta viene oggi apertamente messa in discussione, attaccandone la sua sostenibilità finanziaria, attaccando il pilastro fondamentale del modello istituzionale del nostro sistema universalistico rappresentato appunto dalla fiscalità generale”. Diventa quindi essenziale confrontarsi e trovare soluzioni per sostenere e difendere il sistema pubblico.

 
“Le tabelle dell’Ocse evidenziano che la spesa dell’Italia per la sanità è addirittura inferiore a quella di paesi come Germania, Francia e Gran Bretagna – ha esordito Bissoni – e la Corte dei Conti ha promosso a pieni voti il governo della spesa sanitaria italiana e la nostra necessità di recupero non è assolutamente superiore a quella delle altre realtà europee”. I problemi riguardano invece il quadro complessivo dell’economia e il riequilibrio dei conti pubblici. Il rigore imposto della pesante crisi in corso “deve però essere accompagnato da parole d’ordine ineludibili come equità e soprattutto eguaglianza e dignità”. La sanità rappresenta infatti un pilastro del nostro tessuto economico anche in termini prettamente numerici in quanto “mette in moto circa il 12% del nostro Pil, mentre le ricadute a livello di spesa sono inferiori a questa percentuale”. Dietro la stretta su un settore così vitale non risiedono soltanto i tagli cui siamo costretti a causa della recessione e della tensione sui mercati, “ma si cela anche un preciso disegno politico che si sta sviluppando a livello europeo e che sta smontando pezzo dopo pezzo il welfare per liberarsi definitivamente di una grossa fetta della spesa pubblica”.
 
L’insostenibilità del Ssn è quindi una tesi confutata dai dati anche in virtù del fatto che persino l’Olanda – che presenta un sistema misto e considerato all’avanguardia – “non può vantare livelli di spesa inferiori ai nostri”. Per Bissoni bisogna ripartire da “un’attenta progettualità che metta in condizione gli operatori sanitari di lavorare con gli adeguati strumenti”. In questo momento invece la politica sta adottando “la strategia opposta, preferendo affidarsi a tagli lineari che stanno mandando in corto circuito il sistema”.
 
Un’analisi condivisa anche da Nerina Dirindin. “La pericolosa china lungo cui sta scivolando la sanità pubblica è stata imboccata da tempo. Il sintomo più evidente è il completo svuotamento del ministero della Salute che, da ormai molti anni, è diventato una sorta di succursale del ministero dell’Economia”. Le recenti politiche sono state infatti improntate esclusivamente su tagli e sforbiciate, senza che vi siano ragioni strutturali per interventi di questo genere. “Bisogna sfatare il tabù della sanità come fonte di spesa incontrollata. Basti pensare che il settore assorbe il 2,5 per cento del Pil in meno rispetto alla Germania, cioè 35 miliardi all’anno”. Il sistema – sempre più indebolito – sta diventando terreno fertile per le incursioni dell’intermediazione finanziaria assicurativa che “sta progressivamente tentando di sfruttare l’abbattimento della sanità pubblica”.
 
Se questa tendenza dovesse confermarsi o addirittura crescere, il rischio è quello di “un servizio che sarà in grado di garantire i livelli essenziali di assistenza soltanto ai più ricchi, mentre per i redditi medi e bassi aumenteranno le sacche di inefficienza”. Una riforma della governance è certamente necessaria, ma deve poggiare innanzitutto “sul potenziamento dell’assistenza distrettuale e sulla qualificazione delle reti territoriali”. Un approccio legato alla diminuzione dei posti letto che sono di numero inferiore a tanti paesi europei, ma che in molte regioni italiane sono indubbiamente troppi. “Un esempio lampante è quello del Lazio, su cui però bisogna ricordare che pesano fortemente il mondo universitario e la sanità privata. In questo senso vanno eliminati i grumi di potere e i baronati per attivare – ha auspicato Dirindin - anche forme di assistenza domiciliare che in molti casi producono livelli qualitativi superiori alla media”.
 
Anche in materia di responsabilità civile dei medici e di assicurazioni non sono più rinviabili interventi di riforma. “Il primo passo – suggerisce Bissoni – deve essere quello di puntare maggiormente sulla prevenzione. È poi necessario introdurre la gestione diretta del contenzioso. Quest’ultimo troppo spesso è infatti alimentato proprio dalle assicurazioni”. Altro aspetto da migliorare riguarda un’adeguata definizione delle buone pratiche cliniche. “Per questo mi auguro che si avvii un percorso il cui sbocco sia l’accreditamento delle società scientifiche”. Una serie di accorgimenti che non possono prescindere dall’analisi del quadro di riferimento, radicalmente modificato nel 2001 con la riforma del titolo V della Costituzione e la ridistribuzione delle competenze legislative tra Stato e Regioni. “Novità che troppo spesso hanno fatto perdere di vista l’effettivo ruolo che spetta al potere centrale. La conseguenza è stato l’ampliamento della forbice tra nord e sud, poiché solo le regioni che già in partenza avevano le spalle robuste sono riuscite a reggere gli urti. Lo Stato deve quindi garantire che i livelli di assistenza sanitaria – ha concluso Bissoni - siano erogati in tutto il Paese”.
 
 
 

01 febbraio 2013
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