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Alienazione parentale. Cassazione: sindrome non ha basi scientifiche solide

Per la Corte l'ipotesi della Sindrome di Alienazione Parentale (PAS) “necessita di un conforto scientifico”. Altrimenti si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare”. La soddisfazione della Sip. LA SENTENZA.

25 MAR - “L’ipotesi della Sindrome di Alienazione Parentale (PAS) necessita di un conforto scientifico” in assenza del quale si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare”. È quanto affermato da una sentenza della Corte di Cassazione in merito alla vicenda del bambino di Cittadella (Padova) prelevato a forza da scuola e condotto in una casa famiglia perché, secondo i giudici del tribunale di Venezia, era affetto dalla sindrome di alienazione parentale (Pas). Secondo il tribunale il piccolo era stato plagiato ed era affetto da una forma di alienazione genitoriale. E per questo era stato rinchiuso in una casa famiglia per costringerlo a ripristinare i rapporti con il padre. In ogni caso, per la Cassazione, “non può ritenersi che, soprattutto in ambito giudiziario, possano adottarsi delle soluzioni prive del necessario conforto scientifico, come tali potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che le teorie ad esse sottese, non prudentemente e rigorosamente verificate, pretendono di scongiurare”.

 
“La Sindrome di Alienazione Parentale non è riconosciuta dalla letteratura scientifica di riferimento e non è inclusa né nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) né nell’ICD (International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità” afferma il Presidente della SIP Giovanni Corsello.
 
“La comunità scientifica si è già pronunciata contro l’uso improprio della PAS nelle sofferte e spesso laceranti controversie per l’affidamento dei figli”.
Questa sindrome, descritta per la prima volta nel 1985 dal discusso medico americano Richard Gardner, viene indicata come una grave condizione psichiatrica che affliggerebbe madre e bambino durante le cause di separazione e/o divorzio: la madre cercherebbe di interrompere la relazione padre/figlio attraverso una campagna di denigrazione dell’ex marito e il bambino, molto più di semplice vittima ed attivo protagonista, instaurerebbe una guerra contro il padre. La terapia consiste sostanzialmente in un provvedimento del giudice di sospensione dell’affidamento alla madre fino all’interruzione di ogni contatto col figlio, oltre all’ordine di una psicoterapia per entrambi. Nei casi più gravi il bambino deve essere allontanato dalla madre e inviato ad un “programma transizionale” in istituto, con incontri interrotti con la madre, fino a quando non sarà “pronto” ad essere trasferito nella casa del padre.
“Innanzitutto non esiste alcuna evidenza che un procedimento giudiziario possa determinare una sindrome psichiatrica”, spiega Maria Serenella Pignotti, pediatra e neonatologa autrice di un articolo sull’argomento pubblicato sull’ultimo numero della rivista SIP “Pediatria”.
 
 “Si diagnostica alla madre la PAS basandosi sull’esame dei figli e si prescrive un trattamento ai bambini basato sull’esame delle madri. Trattamento che invece di risolvere o alleviare il quadro clinico, è pura coercizione: imposizione di astenersi dal dare giudizi negativi sul padre, forzando il bambino ad agire in modo da dimostrare affetto. Un comportamento ottenuto con la minaccia continua di separare madre e bambino, fino ad interromperne ogni contatto”.   
I pediatri ricordano che occorre sempre indirizzare gli sforzi  alla tutela del rapporto madre/bambino e dell’intera famiglia.  “Se i bambini soffrono per il divorzio dei genitori non devono essere etichettati con patologie, ma ascoltati, non obbligati ma aiutati. Se non vogliono vedere un genitore ci deve essere un motivo che va compreso”, conclude Corsello.  “Speriamo di non vedere mai più un bambino trascinato e portato laddove non vuole, nemmeno se si pensa che è per il suo bene”.

25 marzo 2013
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