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I maltrattamenti nella RSA di Prato e il problema degli anziani che stiamo sottovalutando

Sono troppo poche e con le risorse pubbliche più basse d’Europa, pure non di rado affamate da chi depreda la cosa pubblica a discapito dei più deboli. Ci vogliono controlli seri. E meccanismi che scongiurino commistioni perverse tra controllato e controllore. Vanno vigilate e protette, le RSA.

13 LUG - Ieri sera non riuscivo a prendere sonno, troppo disgustato dei filmati dei maltrattamenti agli anziani nella RSA di Prato. L’ennesimo del genere. Rimuginavo su come stiamo sottovalutando il problema anziani, le previsioni demografiche, over 65 al 35% della popolazione nel 2050, tre per ogni under 14, nel 1950 era esattamente l’inverso, sui consumi dei pannoloni che hanno appena superato quelli dei pannolini, a spiegare la cosa meglio di un trattato di sociologia. Sui dati delle RSA, troppo poche e con le risorse pubbliche più basse d’Europa, pure non di rado affamate da chi depreda la cosa pubblica a discapito dei più deboli.
 
Pensavo ai vecchi che subiscono le ingiurie degli anni e non sanno più distinguere il vero dai sogni, come canta il poeta. All’utopica serenità della senilità, quella del De Senectute di Catone, al finale come defilato e incompiuto “cupio dissolvi” e non come trionfale e pirotecnica perfezione dell’inizio.
 
Poi mi sono addormentato e nel sonno agitato ho fatto un sogno strano. Di quelli che Freud e Jung si sarebbero dati di gomito come Franco e Ciccio. Nel sogno sono molto vecchio. Sono solo e sto andando per la prima volta alla residenza per anziani in cima alla collina. Cammino lento, come posso, salgo faticosamente in una stradina in salita. Ho paura, una sensazione per me insolita come adulto in salute. Una paura scura, penso sia quella di quando si è molto vecchi, fragili come bambini. Solo che non c’è più chi ti prende la mano rassicurandoti come allora.

 
Mentre cammino, penso. Spero di trovare medici, infermieri, personale per bene. Che abbiano un po’ di pazienza se non riesco a farmi capire bene, se sono lento, o se capita che me la faccio addosso. In quella clinica là li menavano, li legavano, li stordivano di tranquillanti, gli rubavano i pochi spiccioli, dicono ci sia stata pure qualche morte sospetta. Mi dico, forse per tranquillizzarmi, che su seimila RSA la mela marcia può esserci. Però ci vogliono controlli seri. E meccanismi che scongiurino commistioni perverse tra controllato e controllore. Vanno vigilate e protette, le RSA.
 
Isole lontanissime sotto casa, le residenze per anziani. Isole di confine con l’”horror vacui” dell’oltre. Luoghi di fragilità, di tramonto. Philip Roth scrive che lì il sentimento più diffuso è il senso di colpa. Non tanto dei parenti o del personale ma soprattutto degli ospiti. Per il male fatto e il bene non fatto. A dare un senso alla propria vita passata, metterne insieme i capitoli come se fosse stata un romanzo e non frasi battute un po’ alla rinfusa.
 
Facce del passato che si rincorrono nei ricordi, affetti veri e falsi, gli anni passati mai perduti, gli amori perduti mai passati, l’unico desiderio per il futuro è ritornare al passato. Prevale il ricordo di quei due grandi impostori della vita, come li chiama Kipling, successo e fallimento, “quando hai guardato le cose per le quali avevi dato tutto, distrutte, se sei stato capace di piegarti dolorosamente a ricostruirle con i tuoi arnesi seppure logori”. O di quei flash di felicità, data o ricevuta non importa, durati un lampo eppure rimasti per sempre nella memoria, a dare un senso a tutto il resto.
 
Già, la memoria. In quel momento del sogno mi rendo conto che la stradina sulla quale mi sto inerpicando si chiama proprio “Salita della Memoria”. Già, rifletto, la memoria dei vecchi è proprio in salita. Portando il carico di tutto quanto accumulatosi durante una vita, come appunto camminare in salita con delle bisacce addosso.
 
Quelle dei rimorsi e dei rimpianti, ad esempio, molto più pesanti da portare di quelle degli errori o delle fatalità che li hanno generati.. Attenzione, però, perché se sulla salita della memoria ti capita di cedere alla tentazione di girarti per guardarti indietro, la salita diventa discesa e se non hai ricordi dai freni buoni rischi di perdere l’equilibrio e rotolare rovinosamente giù, trascinato dalle tue bisacce.
 
Ecco perché è importante qualcuno che ti aiuti a restare in piedi, in equilibrio. E a non girarti troppo indietro. Per molti quel qualcuno è solo nell’RSA. Non quelli che risolvono la cosa legandoti al lettino con le cinghie o obnubilandoti di sedativi o, peggio, menandoti. Come sarà poi la memoria di questi aguzzini quando saranno loro i vecchi? Immagino una strada a senso unico, di quelle che non fanno passare i ricordi scomodi, le umiliazioni inflitte a chi non poteva più reagire e difendersi. Altrimenti come potrebbero oggi guardarsi allo specchio o guardare i propri figli o ancora di più i genitori, magari anziani come quelli che hanno appena maltrattato?
 
La nostra memoria invece, penso ancora nel sogno in cui sono molto vecchio, è una strada piena di traffico, disordinato, confuso. In una strada piena di buche, spesso interrotta. Ne percorri un pezzo e trovi un divieto d'accesso, lì ti devi fermare, non sai più andare avanti, non ricordi più.
 
Torni indietro, ma puoi sbagliare strada, puoi perderti, nelle strade intrecciate della tua esile memoria di vecchio. Ci vorrebbe un navigatore. Almeno una mappa. Ma devi inserire la destinazione, sapere dove andare. Ma dove? Nel sogno mi rendo conto che non lo so più dove sono diretto. Non me lo ricordo più. Forse non lo voglio ricordare l’arrivo al quale sono inesorabilmente diretto, mi fa paura. So solo che ora sto annaspando in salita.
 
Una salita, questa, che la sanità di un Paese civile dovrebbe aiutare a essere meno faticosa, meno impervia, accompagnando soprattutto chi ne ha più bisogno, chi è più fragile. Tutto il contrario di quanto a volte vergognosamente succede, come appunto nell’RSA di Prato.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

13 luglio 2015
© Riproduzione riservata


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