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Vaccinazioni, dalla coercizione all’obbligo flessibile. Le debolezze dell’approccio muscolare

Il decreto Lorenzin ha, nel metodo, avallato una politica di corto respiro che ha avuto, come reazione, la nascita del più grande movimento no-vax di sempre. Strategia che ha avuto come effetto scontato di aumentare la diffidenza nelle istituzioni e che ha premiato le forze politiche che si sono opposte al decreto Lorenzin 

27 AGO - Le questioni vaccinali continuano a fare discutere. Quello che stupisce è la continua confusione che viene operata tra le questioni medico-scientifiche e le politiche sanitarie legate alle vaccinazioni. Viene spesso citata la frase di Roberto Burioni sull’antidemocraticità della scienza. Burioni, con lo stile perentorio che abbiamo imparato a conoscere, afferma senza mezzi termini che non è il comune cittadino che ha diritto di parola, ma solo “chi ha studiato”. L’affermazione è di per sé apodittica in quanto non spiega fino in fondo la complessità della questione e non distingue tra la parte scientifica vera e propria e l’utilizzo che la società decide di fare di questa.

La ricerca, lo studio, l’introduzione dei vaccini sono senza dubbio facenti parte del consesso scientifico e che in quell’ambito si collocano. Da questo punto di vista non vi è dubbio che la scienza non soggiace ai principi democratici della rappresentatività e della maggioranza.
Diverso è invece parlare di politiche sanitarie che non sono, come ben comprensibile, appannaggio degli scienziati.


Le politiche sanitarie non vengono sottratte alle scelte democratiche con la scusa della complessità tecnica, come spesso ripeteva Stefano Rodotà.

Proprio quest’anno ricorre il quarantennale dell’entrata in vigore di due importanti leggi che hanno visto un largo dibattito in tutta la popolazione: per l’approvazione della legge sull’aborto e sulla riforma psichiatrica sono stati fatti cortei, manifestazioni, scritti libri, girati film. Non sono intervenuti solo ginecologi e psichiatri. Ha partecipato gran parte dell’opinione pubblica. Sull’interruzione volontaria della gravidanza siamo andati a votare referendum abrogativi e nessuno ha mai pensato di limitare il diritto di voto solo a ginecologi e ostetriche. Come del resto nel dibattito sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita dove il livello di complessità tecnica era ancor maggiore.

Vorrei ricordare che in merito alla legge sull’aborto – vedi anche le recenti manifestazioni in Argentina – il movimento femminista degli anni settanta entrava nel merito anche della tecnica da utilizzare per l’interruzione volontaria della gravidanza chiedendo a gran voce l’utilizzazione del “metodo Karman” in luogo del più rischioso e utilizzato – all’epoca – raschiamento. Ebbene oggi se questo metodo costituisce lo standard di riferimento lo si deve, anche, a quel movimento di lotta e opinione. Per altro, è bene ricordarlo, Harvey Karman, recentemente scomparso, era uno psicologo e non un medico.

Del resto siamo anche stati chiamati, negli anni ottanta dello scorso secolo, a votare in merito al mantenimento o meno delle centrali nucleari e non hanno votato solo gli ingegneri nucleari.

Decidere di implementare l’obbligatorietà delle politiche vaccinali è, come giusto che sia, pura politica.

E’ pura politica decidere di adottare strategie di vaccinazioni raccomandate o stabilirne l’obbligatorietà; è pura politica imporre dieci vaccinazioni in un decreto legge; è pura politica escludere – al netto di quanto sta accadendo in queste settimane – bambini da 0 a 6 anni dal consesso scolastico in caso di mancata vaccinazione e NON escludere le altre età; è pura politica decidere se le vaccinazioni siano da considerarsi trattamenti sanitari obbligatori di carattere coercitivo (da imporsi con la forza) oppure da imporre con sanzioni indirette; è pura politica imporre pratiche sanitarie in luogo di altre strategie tese a informare e ricercare il consenso; è pura politica decidere di non finanziare campagne vaccinali ma di limitarsi a imporne l’obbligo con norme; è pura politica decidere di non effettuare una campagna vaccinale contro il morbillo a tutta la popolazione quando l’età mediana di contagio è di 25 anni.

Come del resto è pura politica NON imporre l’obbligo vaccinale agli operatori sanitari o agli operatori scolastici.

Queste decisioni non possono essere sottratte al controllo dei cittadini, il dibattito non può essere compresso come fu fatto in Parlamento imponendo la fiducia sulla conversione del decreto Lorenzin. L’accettazione delle pratiche vaccinali comporta la necessità di politiche che ne favoriscano l’interiorizzazione e, soprattutto, il consenso sociale diffuso.

Premesso quanto suesposto, la polemica di queste settimane si incentra su due aspetti: il c.d. “obbligo flessibile” e la proroga dell’autocertificazione in ambito scolastico per l’anno che si sta inaugurando. Andiamo a vederle.

“Obbligo flessibile”: novità o conferma?
Ha fatto molto discutere la proposta del ministro Grillo, contenuta all’interno di un disegno di legge denominato “Disposizioni in materia di prevenzione vaccinale” sull’introduzione di quello che è stato definito “obbligo flessibile”.

L’espressione, di per sé un ossimoro, ha suscitato molte ironie. La paternità dell’obbligo flessibile, in realtà, potrebbe a ben ragione invocarla il ministro Lorenzin che l’ha introdotta per prima. Proprio al D.L. 73/17 all’articolo 1 comma 1 ter si prevede la cessazione dell’obbligo delle vaccinazioni sul morbillo, rosolia, parotite e varicella in base ai dati di copertura raggiunti dopo un triennio. Il ddl Grillo rovescia l’impostazione e ne prevede la reintroduzione in caso di abbassamento delle coperture “per determinati coorti di nascita” e, novità rispetto al decreto Lorenzin, “per gli esercenti le professioni sanitarie” (non anche per gli operatori scolastici).

Il copyright sull’obbligo flessibile può quindi essere ben rivendicato dal ministro Lorenzin. Il ddl Grillo allarga però il raggio di azione fuori dal perimetro scolastico inserendo gli operatori sanitari.

L’autocertificazione anche per il 2018
Ha fatto inoltre molto discutere l’autocertificazione – non proposta ma prorogata – nella circolare Grillo-Bussetti relativa alla possibilità, anche per il 2018 di accedere all’autocertificazione. Questa indicata, anche in questo caso al netto di quanto sarà approvato con il decreto c.d. milleproroghe, non è una novità bensì contenuta all’interno dello stesso decreto Lorenzin.

Si può discutere sullo strumento autocertificazione applicato a realtà sanitarie e se questo possa essere prorogato da una semplice circolare, ma non è certo una novità. Si pensi, per esempio, alla reintroduzione della dichiarazione sostitutiva per i certificati di malattia dei lavoratori dipendenti che è stata richiesta, per le malattie brevi, dagli stessi medici di medicina generale e che un tempo era pienamente legittima. Come del resto l’autocertificazione prevista, sempre dal decreto Lorenzin, prevista per gli operatori scolastici, socio-sanitarie e sanitari da rendere alle proprie amministrazioni “comprovante la propria situazione vaccinale” (art. 3, comma 3 bis).
Niente di nuovo, quindi.

Il decreto milleproroghe
Con una decisione presa prima della pausa estiva nel decreto c.d. milleproroghe – altra anomalia normativa italiana che risulta essere una costante indipendentemente dalla compagine governativa – il Senato ha approvato un emendamento in cui le norme di esclusione dalle istituzioni educative nell’età 0-6 anni si applicano a partire dall’anno scolastico 2019-2020. Il decreto deve essere convertito dalla Camera alla ripresa dei lavori parlamentari entro il 25 settembre.

Non si può non concordare con chi, su queste colonne, ha apertamente notato che il ministro Grillo, sul punto, “è stato di fatto bypassato”. Ricordiamo che nell’attuale maggioranza c.d. “gialloverde” e nell’attuale Governo vi sono numerosi esponenti politici contrari al decreto Lorenzin e taluni, anche, dichiaratamente no-vax.

Il conto del decreto Lorenzin
Il decreto Lorenzin ha, nel metodo, avallato una politica di corto respiro che ha avuto, come reazione, la nascita del più grande movimento no-vax di sempre. Strategia che ha avuto come effetto scontato di aumentare la diffidenza nelle istituzioni e che ha premiato le forze politiche che si sono opposte al decreto Lorenzin. Frutto diretto di tali politiche sono anche le incommentabili dichiarazioni di alcuni esponenti dell’attuale maggioranza in merito, non alle strategie, ma all’efficacia dei vaccini.

Gli effetti negativi di una politica che non ricerca il consenso, ma la pura imposizione mostra anche, come era scontato, una certa fuga proprio dai luoghi educativi. Il caso di iscrizioni alle materne in alcune parti d’Italia dovrebbe fare riflettere.
 
Colpisce l’adesione acritica sul punto di molte società scientifiche e, financo, di associazioni e ordini professionali delle professioni sanitarie, sulla politica meramente impositiva del decreto Lorenzin che non ricerca il consenso dei destinatari soprattutto quando sono a capo di categorie troppo spesso pro-vax solo a parole come ha denunciato su questo colonne il prof. Umberto Tirelli.

La confusione normativa di queste settimane testimonia il pasticcio di un decreto che ha privilegiato un improvvido decisionismo d’urgenza che ha favorito una contrapposizione isterica tra le posizioni in campo. Le poche posizioni intermedie – mi annovero tra queste – sono state isolate. I risultati oggi si vedono.

Difficile non concordare con Andrea Capocci che recentemente ha scritto che “chi ha proposto tali strategie alternative alla semplice imposizione di un obbligo di legge è stato accusato da Burioni & Co. di scarso impegno a favore della scienza, quasi una quinta colonna dei No Vax. Invece, oggi è l’approccio muscolare e tecnocratico a dimostrare tutta la sua fragilità”.

Luca Benci
Giurista


27 agosto 2018
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