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Ictus. I posti letto “prestati” all’emergenza Covid tornino alle Unità Neurovascolari


Questo l’invito lanciato dall’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale che fa il punto sulla situazione Ictus in Italia segnalando la carenza dei Centri specializzati: attualmente in Italia sono circa 200, l’80% dei quali è concentrato al Nord, ma ne servirebbero circa 300, di cui 240 con funzioni di I livello e 60 con funzioni di II livello

20 MAG - “Adesso che la situazione più critica sembra essere finalmente alle spalle, è assolutamente necessario che anche i posti letto, temporaneamente messi a disposizione per la terapia intensiva, dimostrando un autentico senso di appartenenza alla comunità ospedaliera, tornino ‘in possesso’ delle Unità Neurovascolari”.

È questo l’invito che arriva Alice Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale): quello dell’adeguato numero di queste Unità di cura essenziali per i trattamenti della fase acuta, ma non solo, anche della riabilitazione precoce di chi ha subito l’ictus, così come del numero di posti letto per quegli abitanti che devono essere ricoverati “nel posto giusto e al momento giusto” è infatti un tema particolarmente sentito dall’Associazione che rappresenta i pazienti colpiti.
 
La pandemia, sottolinea l’Associazione, ha infati  inevitabilmente e radicalmente mutato lo scenario dell’assistenza sanitaria nel nostro Paese e nonostante questo, le Unità Neurovascolari o Centri Ictus (Stroke Unit) sono riuscite a rispondere al meglio alla situazione di emergenza, garantendo percorsi diagnostici e terapeutici efficienti ed efficaci; hanno inoltre gestito i pazienti in totale sicurezza, istituendo corsie specifiche per il Covid e mantenendo un distanziamento sicuro durante tutto il percorso clinico assistenziale.
 
Ma adesso bisogna ritornare alla “normalità” considerando che l’ictus cerebrale è una patologia tempo-correlata: i risultati positivi che possono essere ottenuti grazie alle terapie disponibili (trombolisi e trombectomia meccanica) dipendono, infatti, dalla tempestività con cui si interviene. È dunque fondamentale riconoscere il prima possibile i sintomi e chiamare immediatamente il 112 (118) in modo da poter arrivare rapidamente negli Ospedali attrezzati per la cura della patologia. In questo modo è, di fatto, possibile ridurre il rischio di mortalità, ma soprattutto gli esiti di disabilità, spesso invalidanti, causati da questa malattia.
 
Aice Italia Odv ha quindi, ancora una volta e con forza, voluto evidenziare la drammatica carenza che purtroppo si registra tuttora sul territorio nazionale, nonostante, già in base al Decreto del Ministero della Salute n. 70 del 2 aprile 2015 (Dm 70/2015) sia stata ufficialmente codificata la necessità di organizzare l’assistenza all’ictus cerebrale su due livelli. Il primo livello è quello dei centri dove è possibile effettuare la trombolisi, situati in ospedali con bacino d’utenza compreso fra 150mila e 300mila abitanti; il secondo livello è quello dei centri che si trovano negli ospedali con un bacino d’utenza compreso fra 600mila e 1.300.000 abitanti, dove, oltre alla trombolisi, si possono effettuare anche i trattamenti endovascolari.
 
L’ampia differenza dei bacini d’utenza tiene conto delle realtà locali (orografiche, amministrative ecc.), ma facendo media sarebbero necessari un centro di primo livello ogni 200mila abitanti e un centro di secondo livello ogni milione di abitanti. Quindi, prendendo in considerazione la popolazione del nostro Paese, in base al Decreto 70/2015 sarebbero necessari complessivamente circa 300 centri, di cui 240 con funzioni di I livello e 60 con funzioni di II livello.
 
Attualmente, invece, in Italia ci sono circa 200 Centri, l’80% dei quali è concentrato al Nord, lasciando così scoperte ampie aree che non sono quindi in grado di offrire una risposta sanitaria efficiente e adeguata alla gravità della patologia: i dati Istat ci confermano infatti che il tasso di mortalità per malattie cerebrovascolari in Sicilia è più del doppio rispetto a quello che si registra in Trentino Alto Adige.
 
“Le Unità Neurovascolari – sottolinea una nota – hanno dimostrato di garantire una gestione ottimale del paziente con ictus tale da ridurre sia mortalità che invalidità residua se messe a confronto con strutture non specializzate e dedicate: riteniamo quindi fondamentale che vengano rapidamente ripristinate, ma soprattutto equamente e omogeneamente implementate, con l’obiettivo di avvicinarsi finalmente il più possibile ai rapporti numerici previsti dal Decreto Ministeriale 70/2015. Risulta infine evidente che ci sia un discreto margine di miglioramento anche per i Centri attuali, che auspicabilmente devono rendere sempre più efficaci le proprie procedure e prestazioni, mediante l’implementazione di un’organizzazione in rete, di efficienti percorsi extra e intra-ospedalieri e adeguato supporto dei servizi sul territorio”.
 
“È necessario – conclude l’Associazione – consentire a tutti i Cittadini di accedere alle medesime cure e trattamenti con la stessa professionalità ed efficienza nel minor tempo possibile e in ogni luogo del nostro Paese, evitando che cronicità e disabilità incidano sulla qualità di vita di interi nuclei familiari”.

20 maggio 2020
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