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La corruzione in sanità e l'importanza di rendere più omogenei i controlli

Legalità e controlli che contrastino efficacemente corruzione, sprechi, inefficienze in sanità, sono ancora troppo differenti Regione per Regione. Evidentemente, l’esistenza del supporto normativo non basta perché le cose funzionino, né serve che lo si applichi come fosse un "compitino" da mettere in bella copia ma privo di anima e partecipazione.

21 MAR - A distanza di alcune settimane dall’operazione Smile, ultimo episodio di corruzione in sanità avvenuto in una Regione modello, come la Lombardia, tentare una riflessione che sia costruttiva sul tema, forse, può avere un senso e anche dare un senso.
In breve, si può prevenire la corruzione in sanità mettendo in campo e condividendo le “best practices” organizzative delle stesse ASL e AO? L’anticorruzione non deve considerarsi un obiettivo strategico piuttosto che aggiuntivo, nella gestione e nel controllo della sanità? E, in questo senso, procedure di allerta più intelligenti e puntuali possono far da scudo a pericolose derive e tentazioni, senza appesantire l’amministrazione di altro lavoro?

Tentare di rispondere a queste domande è l’obiettivo del progetto Osservatorio 190 partito a metà del 2015, a cura di Federsanità Anci e ISPE-Sanità con il contributo non condizionato di Roche. Pilastro del progetto è un semplice presupposto: e cioè che la gran parte delle risorse e delle strutture organizzative previste dalla sanità, se strategicamente orientate a prevenire la corruzione e gli sprechi, può attivare da sé gli anticorpi utili a ricacciare indietro la minaccia corruttiva, sulla scia delle indicazioni della Legge 190/2012.
Al momento, però, sembra impossibile non affidarsi al senso di responsabilità e alla tenacia di singoli individui, come coloro che con coscienza operano all’interno dei cosiddetti Collegi sindacali. Collegi sindacali, revisori, esternalizzazioni, appalti, procedure di controllo, integrità, sono parole che trovano oggi ampia risonanza sulle colonne dei media e del web. Proviamo ad approfondirne il significato.

Come noto, ad esempio, il Collegio sindacale o dei revisori è un organo di vigilanza composto da 3 o 5 membri diversamente nominati che trova originale espressione nel settore privato, presso le società di capitali e cooperative. Ugualmente, un istituto analogo è presente anche in alcuni enti pubblici quali appunto le ASL, i Comuni e le Province. A partire dal D. Lgs. 231/2001, al collegio sindacale può essere attribuita la competenza in materia di vigilanza sui modelli organizzativi di prevenzione dei reati nelle società per reati compiuti dal personale e soprattutto dagli organi apicali.

Tuttavia, resta salva la distinzione di compiti e funzioni tra l’Organismo Di Vigilanza ex D. Lgs 231/2001 e s.m.i. e il Collegio dei Revisori, dove il primo è chiamato a compiti di monitoraggio dei processi e di costruzione di un modello organizzativo e gestionale al fine di prevenire i reati contro la pubblica amministrazione. Di natura più propriamente ispettiva, il controllo esercitato dal collegio sindacale è un controllo di legalità poiché i sindaci verificano il rispetto della legge e dello statuto, verificano l’adeguatezza dell’organizzazione amministrativa e contabile e la corretta amministrazione della società/ente segnalando presso le sedi opportune fatti rilevanti ed eventuali irregolarità riscontrate nella gestione.
Qui sta un altro spunto di riflessione.

Una volta stabilita la presenza del collegio – pur differente nel pubblico e nel privato - e avendo interesse che questo funzioni al meglio per il bene di tutti, non sarebbe lecito attendersi un dialogo virtuoso che porti l’uno e l’altro settore a comunicarsi le esperienze più efficaci, ai fini di migliorare la legalità?
Se una risposta definitiva ancora non è stata formulata, è peraltro vero che legalità e controlli che contrastino efficacemente corruzione, sprechi, inefficienze in sanità, sono ancora troppo differenti Regione per Regione. Evidentemente, l’esistenza del supporto normativo non basta perché le cose funzionino, né serve che lo si applichi come fosse un "compitino" da mettere in bella copia ma privo di anima e partecipazione. Qualcosa si può e si deve fare.

In primo luogo, va varato “un approccio tecnicamente solido, che permetta la progettazione, gestione e sviluppo di sistemi di controllo interni dinamicamente correlati alle condizioni interne e d’ambiente” sostiene Luca Del Bene, professore all’Università Politecnica delle Marche e docente alla LUISS Business School “L’utilizzo di un approccio per processi permette di comprendere meglio ed anticipare i problemi in modo proattivo così da innescare sistemi informativi, relativi all’impiego delle risorse, che consentano di risalire alle cause della spesa, evitando generalizzati e acritici interventi di taglio”.

In una parola, si tratta di diffondere e applicare procedure di contabilità analitica piuttosto che di contabilità ordinaria nella P.A. Ma non basta. È fondamentale la motivazione delle risorse umane, cioè alimentare il cosiddetto clima aziendale.
“Servirebbe la creazione di condizioni culturali che permettano di indirizzare i comportamenti degli attori coinvolti, a partire dai vertici aziendali” prosegue Del Bene. “In altre parole, un clima etico creato sul posto di lavoro dalla leadership aziendale, volto a definire l’impegno del management verso la trasparenza, l’onestà, l’integrità e l’etica. Solo così può facilitarsi l’interiorizzazione della cultura del controllo, inteso come strumento di miglioramento piuttosto che meccanismo sanzionatorio e punitivo”.

Ciò consentirebbe di attribuire significato sostanziale alle previsioni normative e accettare l’idea dell’inesistenza di un modello infallibile che elimini completamente i rischi, potendo così ricercare l’equilibrio tra individuazione di adeguate condizioni di economicità e rispetto dei controlli.
Troppo spesso l’approccio utilizzato dalle aziende sanitarie ha una prevalente connotazione di adempimento formale, con limitate ricadute di carattere sostanziale, anche sul commitment del management. Non è possibile pensare di ricercare solo nelle norme le condizioni di prevenzione e repressione, dato che queste si troveranno sempre in ritardo rispetto al fenomeno da affrontare e poi perché potremo avere comportamenti allo stesso tempo formalmente ineccepibili con la norma ma non sostanzialmente e perciò inutili ed inefficaci.
 

Comitato scientifico 
Atelier “Osservatorio 190” Federsanità ANCI e ISPE-Sanità 


21 marzo 2016
© Riproduzione riservata


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