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Aggressioni agli operatori sanitari. Intervista al presidente della Fnomceo, Filippo Anelli

“KIT di informazione e disseminazione per il Rls nelle Aziende sanitarie ed ospedaliere” è il progetto realizzato da Federsanità Anci e Inail, in collaborazione con AnmilL (Associazione Nazionale fra lavoratori mutilati ed invalidi del lavoro) ed Euromedia Srl, per sostenere la cultura delle buone pratiche che riducono i rischi di incidenti sul lavoro. Un progetto che ha molti obiettivi e numerosi strumenti, perché per dare sicurezza, è necessario informare e divulgare. Da qui la serie di interviste agli uomini e le donne che mirano a rendere più sicuri gli operatori sanitari. Il primo a parlarne è il neo Presidente di FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri) Filippo Anelli.

20 FEB - Filippo Anelli, il neo Presidente di FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri), nel documento programmatico 2018 – 2020 sottolinea alcuni argomenti sui quali concentrare maggiori attenzioni; al punto 8 “Sicurezza degli operatori” si affronta proprio il tema dell’incremento esponenziale dei fenomeni di aggressione a danno degli operatori all’interno delle strutture sanitarie che inizia ad assumere una connotazione preoccupante, ragion per cui Anelli propone di istituire un Osservatorio comune tra Ministero della Salute e FNOMCeO per prevenire questo fenomeno.
 
Presidente, come sarà strutturato e quali le azioni che saranno promosse?
La violenza è indice di vulnerabilitaÌ del sistema, che non deteriora solo le condizioni di lavoro degli operatori ma anche la qualità del servizio offerto ai pazienti. Dobbiamo partire dal presupposto che la Sanità è un’industria ad alto rischio per la sicurezza dei lavoratori e che gli episodi di violenza rappresentano un sintomo di malessere organizzativo. Per questo motivo, come tutte le organizzazioni che operano in condizioni simili, deve valutare a cadenza regolare la cultura della sicurezza presente al proprio interno: valori, atteggiamenti, percezioni, modelli di comportamento, fattori ambientali e di contesto. Questo può essere portato avanti attraverso il monitoraggio dei singoli episodi ma anche attraverso questionari distribuiti agli operatori, in un’ottica di management della sicurezza all’interno delle singole strutture che si configura come processo permanente.
 
Per portare avanti questo processo proporremo al Ministero di costituire un Osservatorio istituzionale sulla sicurezza come luogo in cui sviluppare un approccio sistemico al problema, registrando e analizzando i casi di aggressione, in modo da individuare i fattori di pericolosità e proporre soluzioni finalizzate alla tutela della sicurezza degli operatori sanitari. Dovrà quindi analizzare eventuali episodi di violenza, quali “sentinelle” di possibili criticità, e sviluppare adeguate linee guida per la tutela dei lavoratori. La sua struttura, composizione e le sue modalità operative verranno ovviamente decise dal Ministero.

Il D.Lgs.81/08 sulla sicurezza dei lavoratori e degli ambienti di lavoro è sostanzialmente centrato sulla 'salvaguardia' del lavoratore e del suo posto di lavoro anche se, esplicitamente, non sono citati termini come 'violenza' e 'aggressione'. Si dovrebbe pensare ad una riforma in questo senso per tutelare ancor di più i lavoratori come quelli sanitari, vista anche la cronaca delle ultime aggressioni avvenute in questo ambito?
È evidente, dalla numerosità dei casi di cronaca, che la legge attuale sulla sicurezza dei lavoratori in ambito sanitario sia insufficiente, perché non riesce a garantire una tutela effettiva. Più che procedere ad una riforma, si deve tuttavia pensare ad una integrazione della legge, attraverso la diffusione di una vera e propria cultura della sicurezza, con regolamenti e linee guida da implementare all’interno delle strutture sanitarie.
 
L’istituzione dell’Osservatorio serve proprio a sviluppare soluzioni di lungo periodo per prevenire le aggressioni, intervenendo a monte sulle condizioni ambientali e culturali che possono favorirle. Nel frattempo, per le situazioni di emergenza, è opportuno mettere in atto soluzioni immediate che vadano a tamponare le carenze attuali del sistema e tutelino gli operatori. Penso per esempio alle reti dei medici di guardia che spesso operano in sedi isolate e prive di qualunque dispositivo di sicurezza. In quel caso andrebbero sperimentati modelli alternativi di continuità assistenziale con poli unici per la reperibilità. Questo consentirebbe di superare i rischi cui vanno incontro i medici della continuità assistenziale – tra cui molte sono donne – che nelle ore di guardia notturna rimangono da soli nelle diverse sedi sul territorio rimanendo più esposti ad aggressioni.

Nei paesi dell'UE si cita spesso il settore delle cure sanitarie come uno dei più colpiti. Quali sono i dati in suo possesso?
In base ai dati dell’Osservatorio europeo sui rischi dell’European Agency for Safety and Health at Work, il 6% dei lavoratori della UE riferisce di essere stato esposto a minacce di violenza fisica da parte di colleghi di lavoro (2%) o di altri (4%). Il rischio eÌ notevolmente piuÌ alto in settori come quello sanitario. Purtroppo, nel nostro Paese mancano dati completi sulla diffusione a livello nazionale del fenomeno. Ciò che emerge da alcune ricerche è tuttavia preoccupante. Gli ultimi dati disponibili dell'Inail (2013) ci dicono che dei 4000 infortuni indennizzabili riferiti a violenza sui luoghi di lavoro, per quanto conosciuti solo come effetto iceberg, più di un terzo si verificano in strutture sanitarie e di essi il 70% interessa le donne.
 
Già dal Rapporto del 2011 realizzato dall’Ordine dei Medici di Roma “Donne medico: indagine su lavoro e famiglia, stalking e violenze” emergeva come quasi una dottoressa su quattro (46,4%) confessasse di aver ricevuto offese od offerte sessuali inopportune. Il 4% confessava di aver subito violenze fisiche. Un dato enorme considerato che, in assoluto, tra le donne italiane la percentuale era pari al 2,1%. Tra le over 65 solo il 25% dichiarava di non aver subito un qualche tipo di violenza. Quasi il 40% denunciava uno stato generale di stress, circa il 27% temeva di vivere altre esperienze analoghe e sviluppava maggiore aggressività, il 17% circa viveva in uno stato d’ansia e panico ed era preoccupata per la propria sicurezza personale. Un 17,4% viveva a seguito delle molestie subite una vita più solitaria essendosi isolata dalla vita di relazione e il 10,2% dichiarava di perdere giorni di lavoro. Dal Dossier Violenza – Storia di Ordinaria Follia - Rapporto del 2016 realizzato da Fimmg CA emerge la scarsa sicurezza delle condizioni organizzative oltre che strutturali che sono la causa principale di questa situazione.
 
La presenza di guardie armate nelle strutture sanitarie (security) riduce il rischio aggressione?
In alcuni contesti può sicuramente rappresentare un fattore di dissuasione e aumentare il senso di sicurezza e quindi la tranquillità dei medici. Penso per esempio alle postazioni di guardia medica oppure ai reparti di emergenza, dove sempre più spesso purtroppo si verificano aggressioni da parte di parenti innervositi da attese prolungate o insoddisfatti delle cure prestate al proprio congiunto. Tuttavia, la militarizzazione degli ambienti di lavoro non può essere una soluzione di lungo periodo. Bisogna intervenire, come dicevo, su una complessiva cultura della sicurezza all’interno delle strutture sanitarie, ma anche sul recupero di quel rapporto di fiducia tra medico e paziente che si è incrinato negli ultimi anni e che invece rappresenta il principale fattore di prevenzione della violenza.
 
Teresa Bonacci

20 febbraio 2018
© Riproduzione riservata


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