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Aggressione ai sanitari. Studio Fnomceo-Federasanità Anci: “Pronto soccorso e servizi psichiatrici i luoghi dove ci sono più violenze. Ma 76% ospedali ha attivato piani di prevenzione”

Gli infermieri risultano essere al primo posto nel subire aggressioni sia verbali che fisiche. Seguono i medici e gli operatori socio sanitari. Segnalato anche qualche caso di aggressione da parte dei servizi di vigilanza. Allarmi e dispositivi di sicurezza installati nel 68% delle aziende. Ancora ritardi sulla creazione di Team per gestire i pazienti aggressivi: solo il 18% delle strutture lo ha. L’INDAGINE

05 OTT - Le aree di emergenza, i servizi psichiatrici, i Ser.T, la continuità assistenziale e i servizi di geriatria sono i luoghi di cura dove si verificano più violenze, sia verbali che fisiche, nei confronti degli operatori sanitari.  Gli infermieri risultano essere al primo posto nel subire aggressioni sia verbali che fisiche. Seguono i medici e gli operatori socio sanitari. E’ stato segnalato qualche caso di aggressione da parte dei servizi di vigilanza. In ogni caso, il 76,67% delle strutture ha elaborato un programma di prevenzione specifico per le aggressioni e il 50% ha avviato accordi con Forze dell’ordine pubblico o altri soggetti(Polizia, Comune Polizia Municipale/Provinciale, Prefettura ecc.) in grado di fornire un supporto per identificare le strategie atte ad eliminare o attenuare la violenza nei servizi sanitari. Per quanto riguarda l’installazione di impianti di allarme o altri dispositivi di sicurezza (pulsanti antipanico, idonee serrature, allarmi portatili, telefoni cellulari, ponti radio) nei luoghi dove il rischio è più elevato, essi sono presenti nel 68% delle strutture. In ritardo invece la creazione di un Team addestrato a gestire situazioni critiche e a controllare pazienti aggressivi: ce l’ha solo il 18% delle strutture.
 
 
Sono questi i numeri dei partecipanti alla Survey che Federsanità ANCI ha somministrato ad un gruppo rappresentativo di Aziende sanitarie e ospedaliere con l’obiettivo di monitorare, a dieci anni dall’emanazione, l’attuazione della raccomandazione del Ministero della Salute n° 8 del novembre 2007  “sulla prevenzione degli atti di violenza a danno degli operatori sanitari”. I risultati sono stati resi noti oggi dalla Presidente di Federsanità, Tiziana Frittelli, e dal Presidente della Fnomceo (la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), Filippo Anelli, nel corso del 75esimo Congresso nazionale della Fimmg, la Federazione dei Medici di Medicina Generale.
 
 “L’idea di sottoporre alle Aziende sanitarie questa survey nasce da una sinergia messa in atto con Fnomceo con l’obiettivo comune di monitorare lo stato di attuazione della normativa esistente in materia e della, eventuale, necessità di procedere ad un aggiornamento legislativo. Infatti, alcune aziende sanitarie hanno adottato di propria iniziativa accorgimenti che hanno reso le sedi sicure e a prova di aggressione, spesso in collaborazione con gli Enti Locali e le forze dell’Ordine – ha detto Tiziana Frittelli, presidente di Federsanità ANCI. - Per questo abbiamo pensato di censirli ed elaborare indicazioni concrete da mettere a disposizione del management aziendale. Inoltre, in questa raccolta di informazioni e indicazioni, abbiamo pensato di coinvolgere la catena del rischio delle Aziende sanitarie, dai Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione ai Risk manager, perché siamo convinti che spesso le ragioni di alcune situazioni, e le loro possibili soluzioni, siano connesse tra loro”.
 
 In generale, il dato che emerge è la volontà delle Aziende di adeguare le strutture a quanto raccomandato dieci anni fa. Con l’aumento delle aggressioni ai professionisti che operano in sanità le strutture stanno cercando di porre rimedio ad una modalità di aggressione che ha varie sfaccettature nell’agire e nei motivi. Motivi che troppo spesso hanno a che fare con il tempo e gli spazi dedicati, o non dedicati, o con le conseguenze infauste di atti sanitari. In sintesi, si potrebbero rileggere le risposte fornite dalle Aziende come tempo e spazio più o meno adeguati alle mutate esigenze e aspettative dei cittadini. Oltre, ovviamente, ad una mutata percezione di quanti esercitano la professione sanitaria. Si è passati da una fiducia totale nei tempi e nelle capacità del medico ad una pretesa di attenzione e di guarigione. Anche quando queste non sono né possibili né immediate.

 “È vero, questi episodi sono anche il frutto di una cultura generalizzata secondo la quale la sanità è vista alla stregua di un supermarket, la salute come un bene di consumo, e la ‘medicina dei desideri’, quella in grado di curare tutto, di spingersi oltre i limiti biologici, ha ormai preso il posto della ‘medicina delle cure’ – ha affermato il Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli -. Ecco allora che il medico che non fornisce la prestazione pretesa, non importa che sia o meno la più appropriata, diventa il nemico da combattere. E non conta se quel nemico è lì per te, per rispondere l’ennesimo ‘sì’ alla tua richiesta d’aiuto. Ma se una certa rischiosità è l’effetto collaterale della nostra quotidiana attività di prossimità e vicinanza ai disagi delle persone e delle comunità, spesso in qualità di primi se non unici testimoni di diritti elusi e negati, questo non ci esime, non esime nessuno di noi – medici, Direttori Generali, istituzioni, politici – da mettere in atto provvedimenti efficaci per gestire e abbattere il rischio. La sicurezza degli operatori è infatti il primo presupposto della sicurezza delle cure”. 
 
Dai dati si evince che l’impatto con soggetti violenti in sanità è probabilmente inevitabile: il fatto stesso che le strutture siano aperte al pubblico (il Pronto Soccorso H24) non riesce ad impedire azioni di questo tipo. Quello che invece stupisce è l’incremento delle azioni violente nei confronti degli operatori senza alcun freno, neanche quando queste azioni possono rallentare il processo di cura per cui è stato richiesto l’intervento dei sanitari (come accade al blocco delle ambulanze). Le risposte fornite dalle sessanta aziende sanitarie possono essere una buona base per riflettere su cosa è stato fatto e, soprattutto, su cosa si può fare ancora per limitare questa deriva violenta.

05 ottobre 2018
© Riproduzione riservata


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