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Radiazioni, la Regione: “Nessun rischio per i lavoratori del Burlo”

La regione ha reso note le conclusioni dello studio commissionato nel maggio 2015 a seguito delle richieste di approfondimento pervenute dai dipendenti dell'Istituto. “I dati portano a concludere che non vi sono evidenze che all'IRCCS vi siano state esposizioni lavorative che abbiano determinato un aumento del rischio tumorale nei lavoratori".

08 APR - "I dipendenti del Burlo non sono stati esposti in passato e non sono sottoposti attualmente a un rischio radioattivo maggiore rispetto al resto della popolazione locale" e "non vi sono evidenze che all'Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) Burlo Garofolo vi siano state esposizioni lavorative che abbiano determinato un aumento del rischio tumorale per i lavoratori". Sono queste, in sintesi, le conclusioni dello studio commissionato dalla Regione Friuli Venezia Giulia nel maggio 2015 a seguito delle richieste di approfondimento pervenute dai dipendenti dell'Istituto illustrate in una nota della Regione Friuli Venezia Giulia.

La Regione ricorda che poco meno di un anno fa, l'11 maggio 2015, la direzione centrale della Salute della Regione, su indicazione dell'assessore Maria Sandra Telesca, ha incaricato una Commissione tecnica diretta da Fabio Barbone (professore all'Università di Udine) e da Diego Serraino (dottore al Centro di Riferimento Oncologico / CRO di Aviano) relativo al monitoraggio epidemiologico sul personale del Burlo Garofolo potenzialmente esposto a rischio radioattivo “per la presenza di un irradiatore posizionato nel piano interrato dell'Istituto, che nel marzo 2015 aveva evidenziato, in una particolare giornata, dati anomali nei controlli delle emissioni”.


“Lo studio – spiega la nota della Regione - è iniziato il 19 giugno 2015, con l'acquisizione dei documenti relativi ai controlli ambientali periodici effettuati sull'irradiatore e nelle vicinanze delle stesso dal momento della sua installazione, nel 1990, al giugno 2015, e con l'acquisizione degli elenchi dei dipendenti del Burlo che hanno lavorato nei pressi dell'irradiatore dal 1990 e nella struttura complessa di Pediatria d'urgenza, che si trova al piano superiore rispetto all'irradiatore”.

I ricercatori, riferisce dunque la Regione, “hanno analizzato in serie storica la salute delle persone potenzialmente esposte, acquisendo i dati di sorveglianza sanitaria disponibili al Burlo ed effettuando un'analisi sulla frequenza dei tumori tra i lavoratori potenzialmente esposti attraverso un link  con le banche dati regionali, in particolare con il Registro tumori del Friuli Venezia Giulia. L'analisi ha preso in considerazione tre elementi: l'irradiatore, i locali nei quali l'apparecchio si trova e quelli adiacenti, il personale potenzialmente esposto.

“Per quanto attiene l'irradiatore – riferisce la nota regionale -, l'analisi è stata divisa in due parti: dal 1991 al 2014, e il primo semestre 2015. Sono state verificate tutte le misurazioni effettuate con cadenza semestrale dal 1991 al settembre 2014: "Tutti i dati dosimetrici - si legge nel Report dello studio - hanno mostrato valori ampiamente inferiori ai valori limite di sicurezza in tutti i punti di misura dentro e fuori all'irradiatore, fosse esso spento o in funzione". L'ulteriore analisi ha riguardato il primo semestre 2015, poiché nel controllo semestrale sono stati rinvenuti dati anomali nella fase di controllo”.

“È stato analizzato con particolare attenzione – prosegue la nota - l'unico episodio in cui le analisi tecniche hanno evidenziato valori anomali (ma comunque largamente inferiori ai limiti previsti dalla norma), ovvero l'episodio datato 18 marzo 2015, che ha dato origine a una serie di azioni di prevenzione quali lo spegnimento della macchina, l'effettuazione della manutenzione straordinaria da parte di una ditta specializzata, ulteriori controlli ambientali, e - alla riaccensione della macchina - la fornitura di dosimetri personali agli operatori al fine di avere immediata evidenza di eventuali emissioni.

In relazione alla sicurezza dell'apparecchiatura, il Report della Commissione evidenzia che in base all'analisi dei documenti forniti "i tecnici che hanno provveduto nel tempo all'irradiatore e il personale di Pediatria d'urgenza che hanno lavorato al piano superiore rispetto alla stanza dove l'irradiatore è situato, devono essere ritenuti come non esposti a un rischio radioattivo maggiore di quello della popolazione generale" per tutto il periodo di analisi, dal 1990 alla data dello studio nel 2015, compreso il periodo nel quale è stata evidenziata l'anomalia.

Ulteriore parte dello studio ha riguardato il potenziale rischio di tumore per i dipendenti del Burlo: sono stati incrociati i dati relativi ai dipendenti oggetto dello studio e il Registro tumori del 1995-2009. “In particolare – spiega la Regione - è stata analizzata la storia sanitaria dei 133 dipendenti (24 uomini e 109 donne) che hanno lavorato nelle vicinanze dell'irradiatore e al piano superiore. Rispetto a questa popolazione, sono stati rilevati 12 casi di tumore non mostrando nel complesso un valore significativamente diverso da quello nella popolazione generale, nonostante siano stati utilizzati criteri molto più ampi di quelli più restrittivi normalmente utilizzati in studi epidemiologici di questo tipo”.

Per sedi specifiche di neoplasia “solo per il cancro del colon-retto negli uomini (tre casi) e per il cancro della mammella nelle donne (due casi) è stato possibile condurre analisi basate su un numero di casi osservati maggiore di uno. A questo riguardo il numero di tumori della mammella osservati corrispondeva al valore atteso in base ai tassi della popolazione generale. Ci sono stati invece nei medici maschi approssimativamente due casi di tumore del colon-retto in più rispetto alla popolazione generale nel periodo 1995-2009; ma solo due dei tre casi osservati hanno lavorato per più di due anni nella struttura di Pedatria d'urgenza e in ogni caso la differenza rilevata non è significativa rispetto alla popolazione generale”, riferisce ancora la nota.

“Un'ulteriore analisi di casi di neoplasia riportati nel periodo 2010-2014 da una fonte meno affidabile del Registro tumori come le Schede di dimissione ospedaliera – prosegue la Regione -, ha mostrato che è possibile che nello stesso gruppo vi siano stati tra uno e due casi di tumore del colon in più (due casi osservati) rispetto all'atteso tra donne infermiere, ma ancora una volta la differenza rilevata non è significativa rispetto alla popolazione generale”.

Per la Regione, dunque, “questi dati basati su piccoli numeri, ristretti a un tumore come il colon-retto causato principalmente da fattori alimentari, sovrappeso e inattività fisica, emersi in assenza di esposizioni accertate, portano a concludere che ‘non vi sono evidenze che all'IRCCS Burlo Garofolo vi siano state esposizioni lavorative che abbiano determinato un aumento del rischio tumorale nei lavoratori’".

08 aprile 2016
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