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Nicchi (Sel): "In atto processo silenzioso di smantellamento del servizio sanitario pubblico"

17 GIU - Riportiamo di seguito l'intervento di Marisa Nicchi (Sel) che ha illustrato la mozione n. 1–00904.

"Affrontiamo nella discussione di queste mozioni un punto critico del sistema sanitario pubblico, che è il costante disinvestimento nel lavoro che si è affermato nel corso degli ultimi anni, disinvestimento sul fattore principale della sanità. Allora, questo intervento lo inizio, ringraziando tutte le operatrici e gli operatori sanitari del sistema pubblico, che, in questi anni di sciagurate politiche di definanziamento del sistema sanitario, hanno garantito comunque le cure in condizioni di lavoro peggiorate e sempre più gravose, privati di prospettive professionali ed economiche. Non mancano certo nel sistema disfunzioni, diseconomie, fenomeni di lassismo e, pur tuttavia, se il sistema ancora funziona, soprattutto in alcune aree del Paese, è per il carico in più che in tanti e tanti operatori si sono sobbarcati per garantire il servizio.
Un processo denunciato dai sindacati, dalle associazioni. Un processo perseguito con il blocco dei contratti da sei anni (blocco dei contratti che non ha solo implicazioni economiche, ma impedisce la possibilità di contrattare anche nuove forme di organizzazione e di qualificazione dei servizi), con il blocco del turnover; con la compressione degli standard per la definizione di organici più ridotti, con il ricorso al precariato, alle esternalizzazioni, per usare personale a basso costo e con l'utilizzo del personale in convenzione. Una parola si può introdurre in modo più familiare in questo mondo, la parola «demansionamento», legittimato dal Jobs act e già ampiamente praticato nel sistema sanitario pubblico, quando, per sopperire alle carenze di organico e anche alle disorganizzazioni, si ricorre, si fa un uso improprio o distorto della professionalità, oltre ogni ragionevole flessibilità, per far fronte alle cure, per dare assistenza, perché è un dovere che molti operatori ed operatrici sentono al di là della loro stretta mansione, della loro stretta professionalità. Questo per l'evidente dimagrimento del personale sanitario. Dal 2009, con la crisi, al 2013, gli occupati del servizio sanitario nazionale sono diminuiti di oltre 23 mila unità rispetto al 2012 e si è registrato un calo di 3 mila unità, meno 0,5 per cento. Il blocco del turnover per il personale impedisce il ricambio generazionale e ha fatto sì che circa un terzo del totale del personale abbia tra i 51 e i 59 anni, mentre i carichi di lavoro, sempre più usuranti, si ripercuotono ovviamente sull'assistenza sanitaria, in particolare in alcune aree più esposte, penso al pronto soccorso, che per definizione sono attività stressanti e, comunque, da garantire ventiquattr'ore su ventiquattro. Siamo davanti a linee di dequalificazione del lavoro, visto sempre più come un costo, come un'opportunità di risparmio e non come un investimento, come occasione di cambiamento e di riforma dell'organizzazione del lavoro, per migliorare la qualità dei servizi sociali e sanitari erogati. È un impoverimento che investe tutte le figure professionali, per i turni massacranti, per la burocratizzazione di tante mansioni e tutto questo ha ricadute negative sempre più evidenti sulla possibilità di garantire i livelli essenziali di assistenza.
 
La «decapitalizzazione» del lavoro, così è stata definita, è un importante pezzo dei tagli al sistema sanitario nazionale, la cui spesa risulta inferiore a quella dei principali Paesi europei. Il nostro sistema in sanitario è uno di quelli che costa meno, ma questo non ha disinnescato politiche di disinvestimento del sistema sanitario che, insieme ai ticket, rendono competitive le prestazioni private e mettono in crisi i diritti alla cure sanitarie per larghe fasce della popolazione. Cito la ricerca recente del Censis che individua l'ingolfamento delle liste di attesa come un fattore che rende più conveniente il ricorso al privato. Alla conclusione di questa ricerca, si dice «pagare diventa per tutti, anche per le persone con redditi bassi, la condizione per accedere alle prestazioni in tempi realistici» Si può dire che il diritto alla salute nel nostro Paese, seppure con tanti obiettivi centrati, oggi è messo a rischio, anche perché le stime dicono che almeno 9 milioni di persone escono, per ragioni economiche, dalle cure pubbliche.

Nel documento economico del Governo per i prossimi anni si è previsto che la spesa sanitaria sia inferiore a quella del PIL, con un progressivo calo del rapporto tra spesa sanitaria e prodotto lordo, che passa da 6,8 per cento del 2015 al 6,5 del 2019. Lo ribadisco, si sta programmando l'impoverimento del sistema sanitario. E poi aggiungiamo i tagli: i tagli al Fondo sanitario nazionale stabilito dall'intesa Stato-regioni e quelli al Fondo per l'edilizia sanitaria.
È chiaro dove si va a parare, e non più silenziosamente, siamo di fronte ad un'evidente manifestazione. Vede, mentre lei ci chiede di togliere alcuni pezzi della nostra premessa, che ho riassunto nel mio intervento, c’è chi parla con naturalezza, direi con spudoratezza, di rilanciare il sistema sanitario a universalismo selettivo.
Io credo che invece bisogna ribadire quello che il sottosegretario ha chiesto a questo gruppo, di togliere dalle premesse della nostra mozione: in realtà si sta sempre più andando verso un sistema sanitario a due binari, uno pubblico sempre meno efficiente e non adeguato, destinato a chi non è abbiente, ed un sistema misto pubblico e privato, compreso il privato sociale ridisegnato dalla delega in discussione oggi al Senato a questo scopo, una sistema misto pubblico e privato finanziato con assicurazioni sanitarie private e di categoria e con prestazioni spesso qualitativamente e quantitativamente migliori per la parte più abbiente del nostro Paese. Questo è il disegno e noi, lo ribadiamo, lo contestiamo.

La Ministra della salute, Beatrice Lorenzin, rispetto a questi dati così duri invece annuncia – perché questa è una tendenza del Governo, il Governo degli annunci – che c’è bisogno nel sistema sanitario di più innovazione, di più investimenti in ricerca e personale, ci dà ragione. Noi siamo d'accordo con questa affermazione della Ministra Lorenzin e allora siamo coerenti e non fermiamoci.
Io credo che con queste mozioni, che centrano in modo unitario alcuni obiettivi, si possa modificare questa tendenza, che comunque noi teniamo a ribadire, perché vogliamo denunciare questo disegno di riorganizzazione silenziosa e qualche volta annunciata. I punti sono: sblocco del turnover prioritariamente, laddove il blocco mette in discussione la garanzia dei LEA, i livelli essenziali di assistenza, oppure impedisce una riorganizzazione che migliora qualitativamente i servizi; stabilizzazione del personale precario. È stato giustamente posto, anche se in modo contraddittorio dal Governo, il tema della stabilizzazione del personale della scuola, e questo è un giusto diritto. Noi vogliamo aggiungerci la stabilizzazione del personale sanitario, perché diritto alla scuola pubblica e diritto alla salute sono due diritti fondamentali che sono garantiti dalla nostra Costituzione.
Vogliamo ribadire la riqualificazione della spesa sanitaria prevedendo che quei risparmi perseguiti con la spending review rimangano nel sistema sanitario per investimenti sul personale e sui servizi. Vogliamo favorire la mobilità regionale contrattata e condivisa dal personale, razionalizzare la rete ospedaliera ed individuare, questo sì, migliori e maggiori risorse nella prossima legge di stabilità. Chiediamo una inversione di rotta perché, e concludo, i lavoratori e le lavoratrici del sistema sanitario sono una risorsa su cui investire e non comprimere". 

17 giugno 2015
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