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Ciao 2013/15. Coletto (Veneto): “I costi standard, un obiettivo centrato. Ora definiamo le dotazioni standard”

È un bilancio in chiaro scuro quello stilato dall’assessore veneto. L’attivazione dei costi standard è stato un risultato importante, ma i problemi di sostenibilità del Ssn rimangono. Non serve tagliare senza criteri per pagare i costi dello Stato. L’obiettivo ora è attivare il Patto per la salute per schivare la spending review

08 GEN - Se nel 2013 l’attivazione dei costi standard è stato un obiettivo centrato, i problemi legati alla sostenibilità del Ssn sono rimasti ancora tutti in piedi. Anche perchè la sanità il taglio lo ha subito: nell’ultimo riparto condiviso dalle Regioni a fine anni, c’è stata una sforbiciata di un miliardo e 300 milioni rispetto al fondo indistinto del 2012. E quindi invece di tagliare meglio portare avanti una battaglia di civiltà, come è quella della sanità, “con cognizione di causa” e risparmiare razionalizzando.
 
È questo il commento all’anno appena concluso, stilato da Luca Coletto, assessore alla Sanità del Veneto e coordinatore degli assessori regionali alla Sanità. Un anno che ha lasciato il Patto per la Salute in sospeso, anche se “le basi sulle quali lavorare sono state gettate”. L’obiettivo ora è farlo entrare il porto il prima possibile, sperando che si realizzi anche la definizione delle dotazioni standard. Un passaggio già intrapreso dalla regione Veneto per il personale infermieristico.
Per quanto riguarda poi la permanenza dell’Esecutivo Letta alla guida del Paese, l'assessore non ha dubbi: “Converrebbe restituire al popolo la parola, visto l’immobilismo del Governo”.

 
Assessore Coletto, il 2013 si è appena concluso. Qual è suo bilancio?
Parzialmente positivo. Abbiamo sicuramente raggiunto un risultato molto importante, ossia l’attivazione dei costi standard con la relativa individuazione delle regioni benchmark. Questo è sicuramente un fatto positivo. E per un duplice aspetto: in primis perché ci ha consentito di abbandonare l’ancoraggio ai costi storici che non avevano più senso in quanto sono cambiate le tecniche di cura e l’organizzazione stessa delle cure, pensiamo ai piccoli ospedali che non hanno più senso. Secondo, perché il passaggio ai costi standard porterà inevitabilmente alla definizione delle dotazioni standard. Un passaggio essenziale poiché la determinazione delle dotazioni di personale è fondamentale per definire le necessità in funzione dell’intensità di cura e del tipo di reparto. In Veneto lo abbiamo già realizzato grazie alla delibera approvata alla fine dell’anno sul fabbisogno delle dotazioni infermieristiche e degli Oss. Abbiamo rimodulato un decreto del 1988, quello del Ministro Donat Cattin, che fissava una pessima distribuzione del personale non più coerente con le nuove tecniche organizzative e di cura. Un metodo che ci auguriamo venga recepito all’interno del nuovo Patto per la Salute.
 
Ombre?
Se c’è un’ombra, è legata alla sostenibilità del Ssn. Un sistema universalistico e quindi prezioso. Non possiamo pensare di legare il Fsn al Pil. Anche perché scendendo il Pil cala anche il sostegno alla sanità. La congiuntura economica negativa non può avere ricadute negative su un diritto costituzionalmente riconosciuto. Non dimentichiamo che Barak Obama tre anni fa ha allargato la base assistenziale proprio in previsione dell’acuirsi della crisi. Quindi se vogliamo portare avanti una battaglia di civiltà come è quella della sanità su base universalistica e a favore dei meno abbienti, lo dobbiamo fare con cognizione di causa. Perciò in un momento di difficoltà cerchiamo sì di risparmiare razionalizzando, ma non tagliando senza criteri per pagare i soliti costi dello Stato centrale in continuo aumento.
 
Certo il 2013 per quanto riguarda il Patto per la Salute si è rivelato decisamente inconcludente.
Diciamo che nel 2013 abbiamo gettato le basi sulle quali lavorare. Non siamo arrivati a un accordo, ma l’obiettivo è raggiungerlo il prima possibile anche perché dobbiamo evitare che la spending review vada a sostituirsi al Patto stesso. E in ogni caso sia chiaro che gli eventuali risparmi dovranno restare nella disponibilità del settore.
 
A proposito di risorse, da quello che abbiamo potuto costatare i due miliardi per il mancato introito dei ticket ancora sul piatto non sono chiaramente previsti nella legge di stabilità. Ci sa dire qualcosa in merito?
Effettivamente per il momento i due miliardi non ci sono. Almeno io non li ho visti. Comunque abbiamo ricevuto rassicurazioni dal ministro Lorenzin e dal presidente Errani. E mi piace pensare che le cose andranno come promesso. L’unica cosa che posso dire è che nell’ultimo riparto condiviso alla fine del 2013 c’è stato un taglio di oltre un miliardo di euro rispetto all’anno precedente. Esattamente un miliardo e 300 milioni rispetto al fondo indistinto del 2012.
 
 
Passiamo a un altro argomento. Nel 2013 la platea delle persone che hanno mosso critiche alla modifica del Titolo V invocando un ritorno al centralismo si è ampliata notevolmente. Come replica?
Rispondo con dati alla mano. È vero che solo cinque regioni sono rientrate nella rosa di quelle benchmark e che le altre 16 hanno mostrato delle carenze per diversi ordini di motivi, perché sono in deficit, o non hanno soddisfatto il tavolo Lea, o non hanno la centrale unica di acquisto. Ma è altrettanto vero che se lo Stato vuole riesce ad intervenire e a isolare queste criticità come ha dimostrato il “Tavolo Massicci”. Alla luce di questo sarebbe un errore grossolano ricentralizzare la sanità, perché l’unico risultato sarebbe di livellare verso il basso anche le eccellenze di un sistema sanitario che funziona. Inoltre un governo centrale non potrà mai intervenire in maniera puntuale sulle singole criticità locali. Le differenze in positivo prodotte dal federalismo in sanità non sono da soffocare o da annacquare cancellando il TitoloV, ma bensì da prendere come esempio, e sono legate solamente a buona gestione dei soldi dei contribuenti.
 
Assessore lei invoca un ritorno rapido alle urne o ritiene invece che il Governo Letta debba rimanere in sella?
Converrebbe restituire al popolo la parola, visto l’immobilismo del Governo, considerato che sono state messe solo tasse su tasse e che non siamo stati capaci di produrre economia e posti di lavoro per dare sicurezza e un futuro agli italiani. Non ci dobbiamo fossilizzare troppo sulla riforma elettorale, assolutamente necessaria, anche se, in extrema ratio, ci sarebbe sempre il “Mattarellum”. Il problema legge elettorale sembra creato ad arte per nascondere un’economia sempre più depressa e la continua perdita di posti di lavoro. Il Paese ha ben altri problemi urgenti da affrontare a iniziare dalla necessità di far ripartire l’economia. Non riusciamo a incrementare il mercato del lavoro, non siamo in grado di fare ripartire il settore dell’acciaio, abbiamo messo in secondo piano il settore primario e secondario, ossia l’industria e l’agricoltura per ripiegare verso il settore terziario avanzato. Peccato che i servizi, se non ci sono l’industria e agricoltura, a chi li vendono? Questi sono i veri problemi a cui dare risposte urgenti, poi si risolveranno anche gli altri.
 
Ester Maragò
 
Per leggere le altre interviste ai protagonisti della sanità vai allo speciale "Ciao 2013".

08 gennaio 2014
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