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I dati Ocse e il declino della sanità italiana

di Roberto Polillo

I numeri ci dicono che l’Italia spende per la sanità molto meno degli altri paesi con caratteristiche simili e che negli ultimi anni c’è stato un definanziamento netto del SSN. Per invertire la rotta il nostro sistema sanitario deve cambiare e deve lavorare di più su qualità e appropriatezza

01 LUG - I dati contenuti  nel documento  Health Statistics  2014  dell’OCSE  rendono trasparente una verità spesso occultata e mistificata. Le cassandre della insostenibilità del SSN debbono ora elaborare una nuova strategia per convincere i cittadini che il nostro ultimo sistema di protezione universalistico  rimasto è incompatibile con lo stato della nostra economia e un freno per lo sviluppo.
 
Per anni ci è stato raccontato che il sistema sarebbe collassato sotto il peso di una spesa crescente e che quindi bisognava supportarlo con robuste iniezioni di privatizzazioni.
Peccato che in un sistema come il nostro, in cui l’interesse privato prevale sempre e comunque,  le privatizzazioni hanno sortito come unico effetto quello di  depauperare il pubblico dei pochi gioielli di famiglia rimasti a tutto vantaggio  dei soliti  noti che usano il liberismo come specchietto per le allodole per realizzare profitti altrimenti impossibili
 
E dunque i dati nella loro nudità ci dicono che l’Italia spende per la sanità molto meno degli altri paesi con caratteristiche simili (Francia, Germania, Paesi Bassi) e che negli ultimi anni c’è stato un definanziamento netto del SSN  (-3% nel 2013) e che lo stesso è avvenuto per la farmaceutica diminuita ogni anno dal 2009, con una riduzione nel 2012 di oltre il 6% in termini reali.

Capisco che il riscontro di una percentuale di  finanziamento pubblico sul totale della spesa (77%)  ancora superiore  alla media europea (72%) possa dare fastidio a tutti coloro che scommettono sul secondo pilastro assicurativo, ma i dati testimoniano che il collasso del sistema non sarà determinato certo dall’implosione della spesa, ma nel caso in cui questo avvenga,  dal suo esatto contrario: il ritiro unilaterale dello Stato.
 
Nonostante questo e nonostante anche che la qualità certificata del complesso dei sistemi regionali non sia certo a livello dei paesi di punta, bisogna tuttavia riconoscere che il sistema Italia tiene ancora per quanto riguarda l’attesa di vita che rimane a livelli di eccellenza.
 
Credo che questi siano i dati da cui partire: il nostro sistema sanitario deve cambiare e deve lavorare di più su qualità e appropriatezza. Questi infatti  non sono termini vuoti ma sono dei modi di concepire la realtà sanitaria mettendo al primo posto quello che serve effettivamente ai cittadini. Significa anche recuperare le soggettività dei malati, capendo che spesso alcune terapie nuove non vengono giudicate con criteri oggettivi ma vengono “svalorizzate”  da chi nella divisione sociale del lavoro sanitario potrebbe subire danni incalcolabili da una medicina non più basata solo sui presidi farmacologici.
Nella valutazione di impatto in campo di innovazione (di qualunque natura esse siano) servono intelligenze ma soprattutto professionisti realmente indipendenti  dalle cordate che dominano incontrastate il campo sanitario.
 
E serve anche un cambio generazionale perché il SSN ha bisogno soprattutto di energia nuova e di giovani che guardino la sanità con lo sguardo mattutino di chi si affaccia sul mondo e vuole ancora cambiarlo.
 
Roberto Polillo

01 luglio 2014
© Riproduzione riservata


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