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Spending review. Dalla digitalizzazione del Ssn agli interventi sulle pensioni. Le opzioni in campo analizzate dai media italiani

Gli ultimi dati indicano che il quadro macroeconomico italiano non riesce proprio a migliorare. E così si torna a ragionare su possibili tagli e sulle fonti da cui attingere per risparmiare. Un vettore importante per la sanità sarebbe l'informatizzazione, ma la maggior parte delle Regioni è in ritardo. E allora si torna a pensare a strette sull'acquisto di beni e servizi e al nuovo blocco delle retribuzioni nella PA. 

21 AGO - Era stato indicato da molti tra analisti, economisti e politici come l’anno della crescita in grado di rimettere in moto l’economia italiana. Per ora, invece, il 2014 ha rappresentato un serbatoio di delusioni e di occasioni mancate. L’Italia, uscita dalla recessione a fine 2013, sembra esserci nuovamente precipitata.

In base alle stima dell’Istat diffuse nelle scorse settimane, il Pil italiano è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente. Nel primo trimestre dell’anno il Pil era calato su base congiunturale dello 0,1% mentre nel quarto trimestre 2013 si era registrato un aumento dello 0,1%. Due trimestri consecutivi di crescita negativa costituiscono una “recessione tecnica”.  Altra doccia gelata è poi arrivata da Moody’s. L’agenzia americana di rating ha infatti segnalato che l’Italia chiuderà il 2014 con un Pil in contrazione dello 0,1% contro il +0,5% stimato in precedenza, e mancherà entrambi gli obiettivi governativi di deficit/Pil collocandosi al 2,7% quest’anno e il prossimo.

Una serie di allarmi che ha innescato il dibattito sulla necessità o meno di operare nuovi tagli e, soprattutto, su dove effettuare le eventuali sforbiciate. Pensioni e Pubblica amministrazione hanno quindi calamitato l’attenzione della stampa nazionale, che ha ospitato diverse proposte e tracciato scenari di ogni genere. Un confronto che, dati gli argomenti in ballo, ha chiamato direttamente in causa anche il mondo della sanità.


Il 19 agosto, sul Messaggero, Michele Di Branco ricorda che c’è una manovra da presentare entro la metà di ottobre. “E non potrà più essere contenuta entro il perimetro dei 20 miliardi che il governo aveva messo in conto qualche settimana fa prima che l’Istat scodellasse numeri da brivido sulla crescita che non c’è. Ce ne vorranno almeno 23 di miliardi sussurrano fonti tecnico-politiche e non si tratta di un impegno da poco soprattutto perché Palazzo Chigi intende costruire una manovra basata quasi esclusivamente sui tagli di spesa. E cioè sui frutti della spending”.

Secondo Di Branco, 7,2 miliardi di risparmi deriveranno dalla razionalizzazione di beni e servizi da parte dello Stato e altri 5-600 milioni dovrebbero arrivare dalla sanità attraverso una serie di riforme già messe a punto. Come, ad esempio, l’informatizzazione del Ssn. Lo steggio giorno, su Il Giornale, Antonio Signorini ricorda che “il ministero dell’Economia è intenzionato a confermare le coperture, 13 miliardi dalla spending review, anche se i risultati si vedranno solo a fine anno. Il rischio che i conti non tornino è concreto. E’ per questo che si inizia a fare i conti con la clausola di salvaguardia che garantisce le entrate del piano di Cottarelli, cioè il taglio delle detrazioni fiscali per il quale c’è già un programma: 3 miliardi nel 2015, 7 nel 2016 e 10 nel 2017”.

Il giorno precedente (18 agosto), sul Corriere della Sera, Sergio Rizzo aveva sollevato una questione che pesa come un macigno su tutta la Pa: i premi in busta paga ai dirigenti pubblici e il discutibile metodo di valutazione. “Il commissario della spending review, Sergio Cottarelli, si deve una spiegazione. Se come ci ha detto i dirigenti pubblici italiani hanno uno stipendio pari a 10,17 volte il reddito medio di un comune mortale, che significa il doppio rispetto alla Francia e alla Gran Bretagna, e due volte e mezzo in confronto alla Germania, c’è un motivo: sono bravissimi”.

E’ la dinamica alla base del meccanismo a preoccupare e a imporre un intervento da parte del governo. La posta economica in gioco non è infatti di poco conto. “Normalmente il compenso dei manager di Stato e o delle imprese controllate da Regioni ed enti pubblici è suddiviso in due parti: quella fissa e quella variabile. E basta dare un’occhiata alle relazioni della Corte dei Conti per verificare che tutti, almeno negli anni più recenti, hanno incassato il massimo di quella fetta dello stipendio che dovrebbe essere vincolata ai risultati”.

Il 17 agosto, ancora sul Corriere della Sera, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno proposto la loro “terapia coraggiosa” per risollevare l’Italia. Il primo pilastro della formula consiste nel “tagliare subito, e in modo permanente, le tasse sul lavoro di almeno due punti del Pil, cioè circa 33 miliardi, l’ipotesi in questo momento più ragionevole, anche se si potrebbe prendere di più”. Al tempo stesso bisognerebbe anche “approvare tagli di spesa della medesima entità. Questo dovrebbe essere accompagnato da una liberalizzazione del mercato del lavoro (attuando il progetto del senatore Pietro Ichino) affinché la maggiore domanda che si creerebbe possa produrre posti di lavoro veri e non solo precari perché l’articolo 18 spaventa gli imprenditori”.

Strategia alternativa sarebbe invece quella “di cercare di rimanere all’interno del 3% nel rapporto deficit-Pil, con tagli marginali e qualche aumento nascosto della pressione fiscale, ad esempio facendo crescere le accise, e sperare che l’economia si riprenda da sola”. Per Giavazzi e Alesina “la situazione è ormai così seria che i rischi della seconda strategia, cioè non contrastare con efficacia la recessione, siano maggiori della prima”.

Particolare attenzione a tutte le implicazioni che coinvolgeranno la sanità l’ha dedicata Michele Di Branco. Il 17 agosto, sul Messaggero, calcolava che nel 2017 si dovrà tagliare “la spesa sanitaria di 7 miliardi l’anno”. Ma il peggioramento del quadro macroeconomico richiede sforzi immediati e “così da Palazzo Chigi è partito l’ordine di accelerare, arrivando almeno a quota 600 milioni, anticipando in parte i risparmi (1,1 miliardi) cifrati dalla commissione guidata da Cottarelli per il 2015”. Ma Di Branco ricorda che dal ministero della Sanità “filtra malumore per un settore già messo a dura prova negli ultimi anni e che nei prossimi 5 anni sarà chiamato a dare un contributo di 10-12 miliardi al contenimento della spesa”. In sostanze dal ministero arriva ferma opposizione “a interventi con l’accetta sulla carne viva della sanità italiana (degenza, ticket, ricoveri e tutto ciò che ha un impatto diretto sulla popolazione) e via libera a razionalizzazioni”.

Di Branco osserva che per snellire i costi si punta molto sulla h-Health, grazie a cui “la Ragioneria dello Stato ha stimato risparmi strutturali da 1 miliardo di euro. Ma si tratta di una rivoluzione che, nonostante tanti annunci, stenta a decollare. A cominciare dal Fascicolo sanitario elettronico. Le Regioni infatti avrebbero dovuto predisporre entro il 30 giugno i loro piani per realizzare, attraverso un sito internet, l’archiviazione e la gestione informatica dei documenti sanitari di 60 milioni di cittadini. Ma soltanto Emilia Romagna, Lombardia, Trentino, Veneto, Toscana e Sardegna hanno rispettato i tempi”.

E’ lo stesso giornalista del Messaggero che il 15 agosto descriveva le possibili fonti di risparmio in sanità. “Sono previsti nuovi tagli ai ricoveri inappropriati, riducendo così le degenze inutili, e una ulteriore stretta sull’acquisto di beni e servizi attraverso la riduzione delle centrali d’acquisto. Nel menu anche la rinegoziazione di molti contratti con i fornitori con un risparmio valutabile tra il 12 e il 15 per cento”. Ancora Di Branco, il 20 agosto, spiega che “una delle ipotesi sulla quale, con molta prudenza, si sta lavorando e che già sta suscitando diffuso malumore nel Pd, è quella di prorogare per altri due anni il blocco delle retribuzioni del pubblico impiego. Dal 2010, ormai, 3,3 miliardi di lavoratori dello Stato si vedono negare da governi di vario colore il rinnovo contrattuale: una misura che è stata confermata dall’ultima legge di Stabilità fino alla fine del 2014”. Si calacola, infatti, che per via di queste scelte “i docenti universitari hanno perso tra i 4.500 e i 9.500 euro, mentre i medici del servizio sanitario hanno visto andare in fumo 7.550 euro”.

Ma il dibattito di queste settimane si è spesso focalizzato sulle pensioni, giudicato da molti un bacino in grado di garantire risparmi notevoli. Sul Corriere della Sera del 20 agosto, il professor Alberto Brambilla scrive che “la soluzione più equa sarebbe l’applicazione di un contributo di solidarietà su tutte le pensioni retributive che cresce in modo proporzionale all’entità della prestazione; esempio fino a 700 euro al mese lordi 0,5% cioè 3,5 euro al mese e poi in progressione fino a un 8%; per poi accelerare sulle pensioni tipo Banca d’Italia, fondi speciali e vitalizi di consiglieri regionali e parlamentari ancora più generosi del metodo contributivo”.

Sempre per quanto riguarda le pensioni, altra ipotesi in campo è quella relativa al cosiddetto contributo di equità. E’ Valentina Conte, su Repubblica del 20 agosto, a spiegarne il funzionamento. “Interverrebbe su coloro che hanno maturato la pensione con il sistema retributivo o misto (in parte retributivo, in parte contributivo). E che dunque beneficiano, nella maggior parte dei casi, di un assegno più generoso di quello che avrebbero incassato se, come capita ora alle nuove generazioni, fosse calcolato solo in base ai contributi effettivamente accumulati”. Se l’operazione dovesse andare in porto “e includesse gli assegni da 2mila euro lordi in su, dunque quelli incassati da 1 milione e 700 mila pensionati (dati 2013), il governo ricaverebbe un gettito da 4,2 miliardi annui”.
 
Gennaro Barbieri
 


21 agosto 2014
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