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Ricordando Giovanni Berlinguer. Il suo pensiero su ‘tre grandi riforme’ che hanno fatto bene all’Italia

E’ morto domenica notte a Roma Giovanni Berlinguer. Per ricordarlo pubblichiamo questo suo articolo apparso nel dicembre 2008 in esclusiva sul quindicinale “Il Bisturi”, edito dalla nostra casa editrice, dove Berlinguer ripercorre le tappe principali di tre grandi riforme italiane: l’istituzione del Ssn, la legge sull’aborto e quella per la chiusura dei manicomi

07 APR - Alla base della sanità moderna si può collocare, probabilmente, una data precisa: nell’aprile del 1942, in una Londra tormentata dai continui bombardamenti, William Henry Beveridge presentò per incarico del governo due proposte: creare un servizio sanitario nazionale, gratuito e aperto a tutti i cittadini; e avviare un sistema di previdenza sociale per i casi di disoccupazione, vedovanza, vecchiaia e morte (from cradle to the grave).
 
In altre parole fu creato lo stato sociale, cioè una fra le più alte invenzioni politiche e morali del Novecento europeo. Esso si diffuse ampiamente anche in altri continenti, contribuì nel 1948 a caratterizzare in modo innovativo la nascita dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e aprì la strada a modelli di vita e di lavoro più liberi e più autonomi.
 
L’apporto dell’Italia fu duplice: per l’estensione dei diritti personali, e per la formulazione dell’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Rispetto agli altri articoli del Titolo II (Rapporti etico-sociali), e a ogni altra formulazione, ci sono due significative eccezioni: si parla infatti, per questo articolo, di un fondamentale diritto; e per definire il soggetto non si usa la parola “cittadino”, bensì “individuo”. Questa non fu una anomalia costituzionale, ma un atto di saggezza: perché è giusto porre a fondamento l’integrità biologica della persona, e perché la salute dell’individuo è il primo requisito della sua libertà.

 
Negli anni successivi alla Costituente, su questi temi calò in una prima fase un lungo sonno letargico; il diritto alla salute fu ridotto nei limiti angusti dei problemi assicurativi e corporativi, e nei rapporti di lavoro prevalse, anche nei sindacati, l’accettazione “della monetizzazione del rischio e dell’insalubrità”. Il panorama cambiò notevolmente alla fine degli anni 60, che furono animati dalle lotte dei lavoratori e dalla presenza contemporanea  (e spesso convergente) dei movimenti studenteschi.
 
Nello stesso periodo si cominciò a profilare, soprattutto per merito dei movimenti femminili, lo smantellamento del Titolo X del Codice penale Rocco (1 luglio 1931), che era stato intitolato significativamente Dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe. La prima freccia della Corte costituzionale colpì nel 1965 l’articolo 553, intitolato “Incitamento a pratiche contro la procreazione”, che configurava un evidente reato d’opinione: “Chiunque pubblicamente incita a pratiche contro la procreazione, o fa propaganda a favore di esse, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire 4.000”.
 
La seconda freccia della Corte colpì più a fondo, soprattutto contestando l’articolo 546 “aborto di donna consenziente”, che puniva il reato con la reclusione da 2 a 5 anni. Con la terza freccia, infine, la Corte ammise (1975) che “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”: una formulazione che rimase alquanto sibillina, e si prestò a interpretazioni diverse.
 
Queste modifiche delle leggi furono complementari, per molti anni, alle iniziative della società civile e dei partiti politici. Il primo passo fu merito delle donne del Partito radicale, che lavorarono sul campo in violazione delle leggi, sottraendo alla clandestinità gli aborti; e pagarono di persona, come Adele Faccio, che fu messa in carcere. Con gli impegni successivi, si integrarono le proposte di iniziative parlamentari: la prima fu firmata dal socialista Loris Fortuna, nel febbraio 1973, e presto fu seguita dai progetti dei repubblicani, socialdemocratici, liberali, comunisti e democristiani, i quali però limitarono il campo proponendo soltanto una riduzione della pena.
 
Nella VI Legislatura (1972-1976) Dc, Msi e Svp (Tirolo) ebbero solo una lieve maggioranza, sia alla Camera che al Senato. Ci furono tentativi di accordo, ma alla fine l’on. Piccoli (1 Aprile 1976) chiese improvvisamente che l’aborto fosse considerato comunque un reato, salvo non applicare la pena “in alcuni casi”. Vinsero il voto, ma dinanzi al colpo di scena i relatori si dimisero, la legge si insabbiò e le Camere furono sciolte prima del termine.
 
Si votò di nuovo il 20 giugno, e soprattutto per i progressi del Pci si modificarono i rapporti numerici a vantaggio dello schieramento favorevole alla legge. Dal 14 Aprile (Camera) e dal 18 Maggio (Senato), questa fu approvata con una stretta maggioranza. Tre anni dopo, il 68% degli italiani votò contro il referendum abrogativo che era stato proposto dalla Democrazia Cristiana. La legge è ancora attuale.
 
Terzo tema, il benessere mentale. Fino agli anni '60, la psichiatria in Italia si identificò in larga misura con i manicomi, gestiti dalle province; e le regole erano ancora basate sulla Legge dell’anno 1904. Il viatico per l’ingresso manicomiale era un timbro, stampato nella cartella clinica, che diceva: “ soggetto pericoloso a sé e agli altri”. L’ingresso era certificato, ma l’uscita era rarissima, e spesso si perdevano i tempi e le ragioni della degenza. Ci furono poi denunce pubbliche e tentativi falliti di umanizzare la vita manicomiale, ma la svolta si profilò, per iniziativa di Franco Basaglia e della corrente di “Psichiatria democratica”, con l’idea che si dovesse rompere la gabbia istituzionale, che impedisce di vedere la malattia mentale nella sua essenza e nelle sue conseguenze.
 
Gli oppositori travisarono gli innovatori, dileggiandoli con l’idea (mai proclamata) che “la malattia mentale non esiste”. Ma nel corso degli anni si moltiplicarono le esperienze positive, si ebbero forti ripercussioni in molti paesi europei, si mobilitarono molte province e molti psichiatri (non certo gli accademici!), e i partiti presentarono le loro proposte in Parlamento. Fu aperta così, con ampi consensi, la strada alla legge (Legge 180, 13 maggio 1978), e dopo la richiesta di un referendum abrogativo della legislazione psichiatrica si approvarono le norme che regolano gli “Accertamenti e trattamenti sanitari e obbligatori”, un provvedimento che si intrecciò infine con la legge n. 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale.
 
Negli anni successivi i manicomi furono ufficialmente aboliti e fu creata (dove più, e dove meno) un’ampia rete di Dipartimenti per la salute mentale. Ma si svilupparono in molte province manicomi mascherati (e privati); e ora sono già state depositate nel Parlamento del 2008 diverse proposte regressive e oppressive rispetto alla legge 180. “Nessuno sostiene che quella legge non sia perfettibile - ha detto Clara Sereni – purché ne siano rispettati il senso e lo spirito: che è quello di contribuire ad una società più sana e in quanto tale capace di accogliere chi ha più difficoltà a vivere”.
 
Il Servizio Sanitario nazionale è stato definito così per motivi precisi: è un servizio, non un ente o un istituto separato dal corpo statuale; è sanitario,non solo medico-terapeutico, ma preventivo e ambientale; è nazionale, cioè tendenzialmente unificante anche se amministrativamente decentrato.
Nei trent’anni successivi alla Legge 833, l’ossatura del servizio ha dato ai cittadini (anzi: agli individui, italiani e stranieri, legali o illegali) la possibilità di fruire di un’assistenza universale, solitamente di buon livello, ed è raro che qualcuno sia abbandonato a se stesso in caso di bisogno. Dal 1978, tuttavia, cambiò sostanzialmente il quadro politico- sociale.
 
Subito dopo l’eccellente guida di Tina Anselmi subentrò, come ministro della Sanità, il liberale Renato Altissimo, appartenente all’unico partito che aveva detto no alla riforma, e presto si disse: “Avete  dato il formaggio in custodia ai topi”. Da lui fino ad una lunga serie di ministri liberali, le politiche verso la salute furono messe in secondo piano, e molte norme cambiate. Le scelte furono orientate ai criteri manageriali e contabili, nonché all’affacciarsi prepotente di interessi economici privati.
 
I segnali più appariscenti furono due: il passaggio dalle Unità sanitarie locali, che erano state espressione di un impegno partecipato, alle Aziende sanitarie, che furono affidate al direttore generale, monocratico; e l’apertura degli ospedali pubblici al lavoro dei medici “intramoenia”, cioè l’introduzione di diverse regole e di priorità qualitative e temporali rispetto ai due tipi di degenti. Lunghe attese nelle liste in un caso, e nell’altro pronti ricoveri e ambienti alberghieri.
 
Questi mutamenti sostanziali, in luoghi e in modi diversi, furono ampiamente condizionati dai maggiori eventi politici dell’epoca. La strada fu aperta dalle vittorie parallele di Margaret Thatcher (1978) e di Ronald Reagan negli Usa (1980), che dettero forte impulso all’epoca neoliberista. La salute fu da allora considerata come una variabile subalterna all’economia, e la sanità pubblica come un ostacolo all’iniziativa privata: lo imposero le regole di Milton Freedman e dei suoi seguaci.
 
Solo nell’ultimo decennio c’è stato un forte risveglio, e l’Oms ha ripreso vigore. Negli ultimi tre anni, per esempio, una sua Commissione ha lavorato intensamente per porre al centro della salute le cause sociali che determinano e accrescono le malattie, e ha reso pubbliche recentemente le sue conclusioni.
Vorrei concludere con una considerazione generale. Il quadro delle malattie è stato caratterizzato, negli ultimi decenni, da una profonda contraddizione: non c’è mai stata tanta salute nel mondo, come dimostrano in moltissimi paesi l’aumento della vita media e la continua riduzione della mortalità infantile, e al tempo stesso, mai tante persone hanno sofferto o perduto la vita per fame, povertà, ignoranza, esclusione sociale e discriminazioni, e per malattie che sono prevedibili e curabili.
 
Gli indicatori globali di salute continuano a progredire, ma lo squilibrio di potere, di genere, di classe e di salute stanno determinando diseguaglianze rapidamente crescenti. A questo si aggiungono le preoccupazioni derivanti dai rapidi cambiamenti climatici. Essi sconvolgono gli equilibri necessari alla vita del nostro pianeta, ma i paesi e le persone povere ne soffrono maggiormente, senza avere contribuito minimamente all’accumulo dei gas serra e agli eventi meteorologici estremi.
 
Il filosofo Hans Jonas aveva anticipato (1979, “Il principio di responsabilità) l’altissimo rischio che si prospetta per l’ambiente: “L’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto, un tempo, la natura lo fosse per lui”. E ancora: “la tecnologia cessa di essere una sfera neutrale dell’agire umano, e diventa in modo ineludibile oggetto dell’etica”.
 
Questa consapevolezza sta cominciando a muovere le coscienze, a cambiare la politica, a mobilitare i giovani e ad aprire molte speranze.
 
Giovanni Berlinguer
Da “Il Bisturi”, Roma, 22 dicembre 2008

07 aprile 2015
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