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Carcere. Intervista a Cascini (Min. Giustizia): “Per minori con disagio psichico diffondere modelli di cogestione con le Regioni”

Per il Capo Dipartimento della Giustizia minorile del Ministero di Giustizia, si tratta di un modello che "si auspica possa essere diffuso in tutte le regioni anche attraverso un’eventuale indicazione della Conferenza Unificata che potrebbe favorire un percorso di collaborazione nell’esclusivo interesse dei minorenni, rispetto ai quali spesso si fa fatica ad individuare le soluzioni di cura e di sostegno più adeguate".

08 MAR - Dalla primavera 2015 è in discussione alla Camera dei Deputati una proposta di legge delega di riforma del codice penale, di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario. Uno dei punti della legge delega riguarda proprio una serie di norme per i minorenni e per i giovani adulti. Si tratta dunque di non limitarsi a modificare una o più norme della legge del 1975 per adattarle alle esigenze educative dei minori d’età, ma di rivedere l’intero ordinamento penitenziario, approvandone uno del tutto nuovo governato da una diversa filosofia di intervento perché solo così si può impedire la recidiva e recuperare giovanissimi che hanno alle spalle situazioni di forte disagio familiare, economico e sociale. Il 30 per cento dei minorenni detenuti è in cura psicofarmacologica e psichiatrica. La dimostrazione che punire e rinchiudere in certi casi può solo aggravare una condizione personale già di partenza difficile (Terzo Rapporto Antigone sugli istituti penali per minori anno 2015).
 
Sul tema del recupero sociale dei minori in carcere e la necessità di promuovere una sinergia istituzionale sul territorio per favorire la riabilitazione e il reinserimento in comunità, nonché degli interventi terapeutici per i minori con problematiche patologiche abbiamo discusso con Francesco Cascini Capo Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia.
 

Il Suo compito è coniugare le norma di attuazione per i minori sottoposti a provvedimento dell'Autorità Giudiziaria con il loro recupero sociale. In questo ambito lo stretto raccordo con gli Enti territoriali come i Comuni quanto è importante? Ci sono esempi virtuosi sul territorio?
L’introduzione del Processo Penale per i minori nel 1988 ha spostato l’asse dell’esecuzione penale, precedentemente incentrata sul carcere, verso forme alternative d’intervento penale da eseguirsi sul territorio. Si è trattato di una scelta che nel corso degli anni ha prodotto effetti estremamente positivi dimostrando come l’intervento sociale integrato sul territorio sia in grado di raggiungere l’obiettivo del recupero molto di più di quanto si riesce a fare con strumenti di repressione puramente contenitivi. I numeri del sistema penale minorile appaiono in tal senso particolarmente indicativi: i minori e giovani adulti detenuti presso gli Istituti penali per i minorenni sono su tutto il territorio nazionale poco più di 400 e ciò nonostante l’ampliamento del limite di età per la permanenza dei servizi minorili fino ai 25 anni, mentre i minori che transitano per i servizi sociali della giustizia sono circa 20000 l’anno. La ricaduta sul piano della recidiva appare assai significativa (inferiore al 30%) soprattutto se paragonata al sistema dell’esecuzione penale per gli adulti, ancora prevalentemente incentrato sul carcere, per il quale si registra una recidiva prossima al 70%. E’ proprio per questo motivo che l’esecuzione penale esterna per gli adulti è stata collocata all’interno di un nuovo Dipartimento che svolge le funzioni per la giustizia minorile e per le misure di comunità per adulti, con l’obiettivo evidente di proporre anche per gli adulti un sistema di esecuzione penale prevalentemente incentrato su misure da eseguirsi sul territorio.
Dunque, l’evoluzione del sistema complessivo dell’esecuzione penale guarda ad interventi che non siano soltanto contenitivi e puramente passivi per i loro destinatari ma siano piuttosto interventi di natura sociale che contengono obblighi di riparazione attiva e che siano eseguiti sul territorio.
E’ evidente come lo sviluppo di tale diverso sistema dell’esecuzione penale non possa determinarsi senza la piena compartecipazione degli enti che in via più generale si occupano di politiche sociali e di politiche socio sanitarie.
In altri termini, il reinserimento sociale attraverso misure da eseguire sul territorio non può che prevedere come protagonista il tessuto sociale ove deve essere realizzato il reinserimento ed è ovvio che ciò non può avvenire senza la piena compartecipazione degli Enti che governano quel territorio.
Ci sono esempi virtuosi sul territorio soprattutto nell’ambito della giustizia minorile e sono numerosi gli esempi che testimoniano una virtuosa collaborazione coerente con lo spirito del processo minorile.
 
La questione più delicata è quella dei minori con disagio psichico che delinquono. Il numero di questi ultimi non è rilevante ma il loro recupero richiede sicuramente un riguardo particolare. Qual'è la situazione attuale e quali potrebbero essere le soluzioni attuabili?
Il tema del disagio psichico dei minorenni è centrale nelle politiche del Dipartimento. Si tratta di una questione spesso resa complessa dalla difficoltà di ottenere diagnosi di patologie psichiatriche in piena età evolutiva. Ne consegue che risulta complesso l’affidamento di questi minori a Comunità terapeutiche gestite dalle varie ASL competenti. Ci si ritrova spesso a confrontarsi con una difficoltà di accoglienza da parte del privato sociale che di frequente non è in grado di mettere in campo azioni tipicamente sanitarie delle quali dovrebbe farsi carico la regione competente. In questo settore vi sono esperienze particolarmente positive che hanno visto una piena collaborazione tra Dipartimento e organismi regionali con l’individuazione di Comunità appositamente dedicate a minori con disagio psichico con una co-gestione secondo spiccati modelli sanitari di intervento. Si tratta di un modello che si auspica possa essere diffuso in tutte le regioni anche attraverso un’eventuale indicazione della Conferenza Unificata che potrebbe favorire un percorso di collaborazione nell’esclusivo interesse dei minorenni, rispetto ai quali spesso si fa fatica ad individuare le soluzioni di cura e di sostegno più adeguate.
 
La Regione Calabria con decreto del presidente della giunta regionale DPGR CA n. 91 del 19 giugno 2013 ha approvato le Linee Guida per la presa in carico integrata dei minori sottoposti a provvedimento dell'Autorità Giudiziaria. Nell'ambito di questo provvedimento è previsto un protocollo di intesa tra Giustizia Minorile e Aziende Sanitarie per l'implementazione di una collaborazione sul territorio che è propedeutica al reinserimento sociale e alla riabilitazione nonché agli interventi terapeutici per i minori. Si tratta di una soluzione replicabile in altre Regioni?
Sono molte le soluzioni nelle varie regioni analoghe a quella trovata in Calabria. Tuttavia permane il problema indicato nella risposta precedente relativo ai minori non diagnosticati e ancora in molti contesti regionali non è sufficientemente chiaro quanto sia importante una presenza stabile di professionalità come quella degli psicologi, dei neuropsichiatri infantili e dei mediatori culturali che appaiono indispensabili nell’affiancamento agli assistenti sociali dei servizi minorili della giustizia proprio nell’ottica di interventi integrati e multidisciplinari.
 
Teresa Bonacci 

08 marzo 2016
© Riproduzione riservata


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