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La scissione del Pd, le elezioni e la sanità. Come mai nessuno ne parla?


Oltre che il PD, attraversato da questa scissione "farsa", tutta la politica organizzata di destra e di sinistra si sta riorganizzando nei confronti della prossima scadenza elettorale. E la sanità, oltre che aspettare Godot, che fa? Perché a sua volta non prova a sfruttare la fase e a darsi una regolata?

24 FEB - Non so voi ma io continuo a seguire con un certo sgomento la farsa della scissione del PD dietro la quale, soprattutto dopo il trionfante ritorno del proporzionale, non vedo altro che l’emergere e l’imporsi di normali conflitti di potere.
 
Cioè non idee contro altre idee ma caballeros contro altri caballeros. Certamente tra costoro tante sono le differenze politiche emerse (scuola, job act, referendum, fisco, sindacato, partito, ecc.) ma la disillusione è constatare che esse riguardano non la rottura nei confronti di un pensiero debole per affermare un pensiero forte, ma soprattutto le sue modalità deontologiche (hai sbagliato a fare questo, avresti dovuto comportarti in modo diverso io avrei fatto così) quindi le sue modalità attuative. La scissione quindi riguarda un pensiero debole che resta tale pur frammentandosi.
 
A conferma di ciò mi ha colpito che tra le disputationes del PD non vi fosse la sanità come se non esistesse una fraintesa idea di sostenibilità, il de-finanziamento programmato, i lea sotto-finanziati, il peggioramento dello stato di salute della popolazione, la de-capitalizzazione del lavoro professionale, una crisi dell’universalismo dovuta al crescere delle diseguaglianze del processo di privatizzazione ecc.
 
Quindi ho capito che anche per il Pd in versione duplex la politica sanitaria sostanzialmente non cambierà. Questo mi delude perché per chi come me propone una “quarta riforma “crede al contrario che la politica sanitaria debba cambiare e che in luogo di un pensiero debole debba affermarsi un pensiero forte cioè un pensiero riformatore. Ricordando la mia lettera aperta a Renzi (QS  9 novembre 2016) sulla sanità una ideale scissione dalle sue politiche io l’avrei fatta.
 
Un’altra cosa che mi ha colpito sempre rispetto al PD è la discussione a tratti scandalizzata a tratti ipocrita sulle “date” delle primarie, del congresso, delle elezioni, come se la nozione di “data” fosse solo una questione di calendario.
 
La “data” in politica, in guerra, nel mondo degli affari, nelle relazioni tra le persone, è un’indicazione temporale rispetto alla quale si prevede che qualcosa debba accadere (in corrispondenza di un calcolo, di una scadenza o di un programma, di una sfida). In politica la “data” non è solo un giorno del calendario ma è sempre una scelta strategica. Nel linguaggio cinematografico “mettere in data” significa programmare l’uscita di un film.
 
Qual è il film in programmazione per chi esce dal PD? Mantenere la continuità di governo, rispettare le scadenze della legislatura, tenere quanto più è possibile fuori dai giochi il loro avversario e indebolendolo sul piano dell’immagine e del peso politico. Quale film invece per chi resta nel PD? Affrettare tutto, anticipare, sbrigarsi, per poter rientrare in gioco il prima possibile e recuperare gli svantaggi accumulati con la sconfitta del referendum e quindi rilegittimarsi.
 
Ma se questo è lo schema generale qual è la data-discrimine?
Da quel che si capisce è quella che si collega alla manovra economica finanziaria del prossimo autunno che, considerando il quadro finanziario generale, l’Europa, la crescita debole, quindi i parametri economici, si prevede piuttosto pesante.  A questo punto pensar male come ha detto qualcuno è quasi un obbligo: fare le elezioni prima della manovra economica significa, almeno rispetto alla sanità, non avere limiti, ma farle dopo significa esattamente il contrario. Promesse e contro-promesse.
 
Se la sanità è assente dalle disputationes del PD è plausibile che il governo insista a perseguire l’obiettivo di ridurre l’incidenza della spesa sanitaria in rapporto al Pil, e incalzato dai problemi del quadro finanziario con in più un Pil debole, è plausibile che si abbiano altri tagli e che la “tenuta del sistema” come si diceva una volta subisca un altro duro colpo.
 
Giusto in queste ore abbiamo avuto un ulteriore taglio di 422 milioni posti a carico delle regioni a statuto ordinario perché quelle a statuto speciale come si dice a Roma ci hanno dato “buca”. A parte le confederazioni sindacali e l’assessore della Lombardia, nessuno ha detto niente. Il fondo così scende a 112.578 mld ma a parte ridurre la copertura finanziaria dei Lea, il vero problema è che modificandosi al ribasso la base di progressività del fondo stesso, il taglio viene proiettato al futuro. Cioè questi 422 mln non si recuperano più e come taglio resteranno nei finanziamenti successivi.
 
Che fare?
Quando abbiamo pubblicato la “quarta riforma” su questo giornale molti sono intervenuti per condividere la sua idea di fondo: cioè mettere in campo un cambiamento riformatore importante per ridiscutere radicalmente l’idea di sostenibilità e governare la natura inevitabilmente incrementale della spesa sanitaria con una nuova idea di produzione di salute.
 
Ma molti altri come temevo “si sono girati dall’altra parte” facendo finta di non vedere. Mi riferisco a sindacati e a soggetti politici importanti, a personaggi che su questo giornale in genere sono i primi giustamente a gridare sdegnati contro i tagli. L’unica eccezione, come ieri ha raccontato Ester Maragò, è stato il M5S (QS 23 febbraio).
 
Chi si gira dall’altra parte sicuramente ha le sue ragioni che personalmente rispetto e mio malgrado devo accettare ma a parte ciò essi probabilmente sono spaventati dall’idea di fondo della “quarta riforma” che è quella dell’invarianza dei modelli soprattutto delle prassi, come causa primaria di inadeguatezza e di diseconomie. Quindi sono spaventati dal cambiamento che servirebbe per evitare i tagli lineari, il de-finanziamento, e un’idea punitiva di sostenibilità.
 
A tutti costoro potrei dire che li aspetto al varco dopo la manovra autunnale per rinfacciare loro la loro cecità, ma non mi interessa avere ragione con le mie previsioni (come tante volte è avvenuto) e meno che mai mi consola essere l’orbo che in mezzo ai ciechi si crede re.
 
Ciò che mi piacerebbe fare è interferire ora in questa fase sfruttando la fase. Tutta la politica organizzata di destra e di sinistra si sta riorganizzando nei confronti della scadenza elettorale. E la sanità, oltre che aspettare Godot, che fa? Perché a sua volta non prova a sfruttare la fase e a darsi una regolata?
 
Ivan Cavicchi 


24 febbraio 2017
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