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Superticket. Dirindin: “Un riparto che capovolge i principi di equità”

di Nerina Dirindin

Sconcerta leggere una proposta che adotta criteri che capovolgono i principi di equità. Non utilizzare il Fondo per iniziare a correggere gli effetti negativi del superticket significa essere complici di scelte sbagliate, più volte denunciate a livello tecnico e politico. L’ennesima dimostrazione del disimpegno del Governo nei confronti dei problemi del nostro servizio sanitario. Qualche regione proverà imbarazzo a sottoscrivere la proposta del Governo?

30 APR - Ancora una volta i ticket sono al centro di una polemica: questa volta a complicare il sistema dei ticket è la proposta avanzata dal Ministero della Salute per il riparto dei 60 milioni che l’ultima legge di Bilancio (L. 205/2017, art. 1, c. 804 e 805) ha messo a disposizione per ridurre il superticket in vigore dal 2011 (DL 98/2011, art. 17, c.6).

Come noto il superticket dovrebbe essere abolito perché genera effetti perversi in termini di equità e di efficienza, intacca la fiducia dei cittadini nei confronti dell’assistenza che le regioni dovrebbero garantire e rende più conveniente ricorrere al privato a pagamento. I 60 milioni inseriti in legge di Bilancio dovrebbero essere un primo passo verso il definitivo superamento del superticket. Ed ora arriva la proposta del Governo di riparto della somma fra le regioni.

Va detto che 60 milioni sono poca cosa rispetto alle risorse a disposizione delle regioni per il Servizio Sanitario Nazionale: 113.396 milioni per il 2018, al netto dei 604 milioni sottratti alla sanità pubblica a copertura del gran rifiuto delle Regioni a Statuto Speciale a concorrere, per la quota a loro carico, alla manovra del 2016 (un rifiuto di cui troppo poco si parla). Il riparto di una cifra così contenuta (60 milioni, appunto) dovrebbe procedere rapidamente, garantendo la sua finalizzazione agli obiettivi previsti dalla normativa: “conseguire una maggiore equità e agevolare l’accesso alle prestazioni sanitarie da parte di specifiche categorie di soggetti vulnerabili”, attraverso la “riduzione” del superticket.


Purtroppo, invece, la proposta del Ministro della Salute è a dir poco sconfortante. E alimenta un dibattito che si poteva evitare.

In primo luogo nulla si dice circa l’obbligo delle regioni di ridurre effettivamente il superticket grazie alle risorse messe loro a disposizione. Si corre così il rischio che un Fondo finalizzato a un obiettivo ben preciso venga destinato ad altre finalità o venga utilizzato senza alcun criterio di uniformità, aumentando, anziché ridimensionando, le già notevoli differenze nel sistema regionale dei ticket. Il rischio di ulteriori complicazioni nell’accesso ai servizi (come modulare le poche risorse disponibili?) è certamente reale, ma garantire qualche risparmio agli assistiti è fondamentale, soprattutto come primo passo verso successivi alleggerimenti.

Nessuna indicazione è presente circa la necessità di agevolare l’accesso a “specifiche categorie di soggetti vulnerabili”, formulazione che, per quanto generica (come più volte inutilmente segnalato in sede di discussione della legge di Bilancio), indica la direzione verso la quale si dovrebbe andare: si inizi dai più vulnerabili.
 
Si sarebbe potuto pensare, ad esempio, agli inoccupati (chi non ha mai svolto alcuna attività lavorativa) che, contrariamente a quanto previsto per i disoccupati (chi ha perso il lavoro), sono tenuti al pagamento dei ticket: considerare lo stato di non occupazione a prescindere dalla attività eventualmente svolta in precedenza sarebbe un passo avanti verso una maggiore equità, come anche sancito dal D.lgs. 150/2005 (art. 19, c.7) per le prestazioni sociali. Tale scelta avrebbe fra l’altro eliminato il rischio, in caso di ricorso di assistiti inoccupati, di sentenze di condanna a carico delle aziende sanitarie, come quella del Tribunale di Roma del 17 febbraio 2017. E avrebbe comunque premiato le poche regioni che hanno già deliberato in tal senso.
 
Si sarebbe potuto pensare a specifici casi di minori temporaneamente fuori famiglia e in carico ai servizi sociali dei comuni, come già previsto da alcune regioni. O ad altre categorie di soggetti vulnerabili.

Nulla di ciò è stato pensato. La proposta del Ministero della Salute prevede di ripartire il 90% del Fondo in base al numero di ricette non esenti, facendo implicitamente valere una equivalenza che pare gridare vendetta: dove ci sono più ricette non esenti ci sono anche più esenzioni da riconoscere a soggetti vulnerabili. Ma sappiamo bene che non è così: solo alcune categorie di non esenti meritano specifica attenzione. Un maggior numero di non esenti corrisponde innanzi tutto a una condizione economica più favorevole. Non a caso la proposta assegna ben il 78% delle risorse a 6 regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Lazio) nessuna delle quali è nota per indici di deprivazione particolarmente preoccupanti e la cui popolazione corrisponde complessivamente a solo il 55% del totale nazionale.

Sconcerta leggere una proposta che adotta criteri che capovolgono i principi di equità: per quanto si tratti di un piccolo fondo i principi dovrebbero comunque essere rispettati. Non utilizzare il Fondo per iniziare a correggere gli effetti negativi del superticket significa essere complici di scelte sbagliate, più volte denunciate a livello tecnico e politico. L’ennesima dimostrazione del disimpegno del Governo nei confronti dei problemi del nostro servizio sanitario. Qualche regione proverà imbarazzo a sottoscrivere la proposta del Governo?
 
Nerina Dirindin
Università Torino e Coripe Piemonte


30 aprile 2018
© Riproduzione riservata


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