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Suicidio assistito. Perché i medici non possono chiamarsi fuori

di Antonio Panti

Desidero affrontare la questione dal punto di vista dei medici, perché temo ne nasca una situazione alla tedesca, dove le Corti danno ragione ai medici e torto agli Ordini quando il medico agisce secondo la norma. I medici debbono fare una scelta e non possono chiamarsi fuori

27 SET - Gentile direttore,
la Corte Costituzionale si è pronunciata sul suicidio assistito con l'idea, assai corretta, di modificare il 580 cp, fornendo al Parlamento una traccia piuttosto precisa. Si sono già levati i cori di chi teme che questa decisione apra la strada all'eutanasia e il mondo cattolico non ha perso l'occasione per tentare di imporre, come è suo secolare costume, a tutti le proprie idee: vecchie recriminazioni e rinnovati presagi di imbarbarimento.

Desidero affrontare la questione dal punto di vista dei medici, perché temo ne nasca una situazione alla tedesca, dove le Corti danno ragione ai medici e torto agli Ordini quando il medico agisce secondo la norma. I medici debbono fare una scelta e non possono chiamarsi fuori.

La Corte ha fondato la sua argomentazione sul rispetto dell'autodeterminazione della persona, il che è coerente con il Codice Deontologico dei Medici. L'Ordinanza 207/18 prevedeva l'obiezione di coscienza, e anche qui ci siamo, infine lo scarno comunicato della Corte prevede che il suicidio assistito possa esser chiesto da pazienti in sostegno vitale (questo è un grave errore medico che speriamo sia corretto), che sia eseguito in una struttura pubblica (altro intoppo) e che sia sentito il parere del Comitato Etico territorialmente competente: una scelta preoccupante perché non abbiamo Comitati diffusi e preparati. In molti paesi si ricorre a una commissione ad hoc o, più spesso, a una second opinion.


Ma conviene attendere la sentenza e gli sviluppi parlamentari che ormai non possono mancare. Assisteremo ancora a clamori, comunque il problema non può essere ignorato dai medici, e le posizioni finora espresse emerse mi lasciano perplesso. Mentre discutiamo con gli infermieri su prestazioni banali appare stravagante che il medico abbandoni ad altri la morte, che è il momento biologico conclusivo della vita dell'uomo.

Ho già scritto su QS che, a mio avviso, non vi è alcuna ragione di cambiare l'articolo 17 del Codice Deontologico. Se la legge interviene, come suggerisce la Corte, sul 580 cp è chiaro che, di fronte a un eventuale caso, l'Ordine istruisce la pratica e, se il comportamento del medico è conforme alla legge, la archivia. In carenza di legge l'approccio dei Magistrati, assai più sciolti nelle decisioni, può essere invece fonte di difformità e di discriminazioni.
La FNOMCeO dovrebbe predisporre, attraverso la commissione deontologica, linee guida chiare e tali da offrire supporto tecnico al diritto che deve essere mite, altrimenti diverrebbe inutile.

Ma torniamo ai medici. Perché il S.A. è un problema professionale che non possiamo ignorare?
Nel corso di una procedura di suicidio assistito il medico, o una commissione medica, accertano e certificano le condizioni del richiedente; inoltre spetta al medico la prescrizione del mezzo, solitamente un farmaco, e la sorveglianza del paziente durante l'esecuzione dell'atto, mentre l'aiuto alla somministrazione e l'interruzione dei sostegni vitali possono essere affidati a personale non medico: in particolare nella preparazione del farmaco interviene il farmacista.
 
In conclusione si presentano i seguenti problemi durante la procedura:
- chi certifica e attesta le condizioni psicologiche e cliniche del richiedente
- chi prescrive
- chi prepara il farmaco e/o le condizioni di fattibilità dell'atto
- chi interrompe gli eventuali sostegni vitali
- chi sorveglia il paziente onde evitare inutili sofferenze o disagi

Si prospettano tre ipotesi:
- si afferma un divieto deontologico per i medici
- si lascia la scelta di partecipare alla coscienza dei singoli (art.22 CD)
- ci si conforma alla legge purché contenga la previsione dell'obiezione di coscienza.
 
La medicina ha migliorato l'aspettativa di vita ma ancora non sa fronteggiare la morte. Altresì il rispetto per l'autodeterminazione della persona, tra i valori fondanti del Codice Deontologico, non può disgiungersi, anzi trova pieno senso, nell'affermazione dell'equità come lotta a ogni forma di disuguaglianza nella tutela della salute e nel rispetto delle dignità della vita di ognuno. Il modello delle cure palliative e ogni forma di aiuto a una morte che sia anche frutto, nei limiti del possibile, della libera scelta del cittadino, deve rigorosamente escludere ogni discriminazione. La peggiore sconfitta della medicina e della società sarebbe che la morte dei ricchi fosse diversa da quella dei poveri. Sarà bene riflettere sul position paper dell'American College of Phisicians sul suicidio assistito. Il College ne respinge l'ipotesi sul piano deontologico ma lamenta che spesso il paziente ricorra a questa richiesta perché "i rimborsi inadeguati e altri disincentivi creino barriere alle cure palliative e all'accesso agli hospices".
 
Oggi i medici assistono i pazienti fino alla morte tentando di renderla meno sofferente e più serena possibile, evitando ogni futilità o accanimento e, in alcuni casi, giungendo alla sedazione palliativa profonda: a tutti i pazienti debbono essere garantite le opportune cure palliative. Su tutto ciò vi è accordo, così come vi è consenso sul privilegio dell'autodeterminazione del cittadino per cui, una volta stabilita una relazione positiva col medico e con l'equipe curante, nessun trattamento può essere iniziato o proseguire senza il consenso informato del paziente.
 
Tuttavia persiste il problema di chi, trovandosi in drammatiche situazioni fisiche e psicologiche di sofferenza per lui insopportabile, e non affetto da turbe psichiatriche, desidera por termine alla sua esistenza terrena: "prendere armi contro i sassi e i dardi dell'avversa fortuna.." Lo Statuto fiorentino dell'Arte dei Medici e degli Speziali del 1314 impone al medico, in caso di malattia grave "di ammonire l'infermo e consigliare ch'egli pigli penitenza delle cose commesse". Quindi si chiamava il Sacerdote. E' come se, nella storia, la morte non sia mai appartenuta al medico che di fronte a questa lascia il passo ai preti, agli amici, ai familiari, allontanandosi dal morente; se la vita è quel che si oppone alla morte, come diceva Bichat, tuttavia il momento terminale fa parte della vita e quindi rientra nella sfera dell'agire del medico.
 
Philip Aries ha studiato la morte nei secoli; oggi il morire appartiene alla scienza medica che ha gli strumenti per modificarne il decorso naturale. La morte è un processo complesso che la tecnologia può protrarre quasi a suo piacimento. Ma se la morte non è altro che l'atto conclusivo della vita biologica a chi ne spetta l'assistenza? E se la tecnologia ha cambiato la naturalità biologica protraendo il processo del morire e un cittadino in queste condizioni invoca la fine della sua vita quale è il ruolo del medico?
 
Non è tanto il sommarsi di pareri di Corti di diversi paesi o di nuove leggi quanto il mutarsi della visione antropologica della medicina e del rapporto del medico con l'uomo. Se oggi non è presente nell'immaginario collettivo la figura del medico che favorisce la morte ormai sono troppi i segni che questo cambiamento è in corso e che presto sarà riprovato il comportamento del medico che non aiuta i propri pazienti a cessare un'intollerabile sofferenza che è effetto di un eccesso di medicina.
 
Nella letteratura occultistica e nell'antichità classica sussiste la figura, terrificante e ostile, del "custode della soglia della morte". Credenti o non, la morte è un passaggio personalissimo e arduo nel quale compito antichissimo del medico è di attenuare le sofferenze. Al di là dei punti di vista religiosi o filosofici il morire è questione legata alla cultura della società, diversa nei successivi periodi storici, un problema antropologico che la medicina non può abbandonare.

Se il medico non può lasciare incustodita la soglia della morte, oggi si trova anche a render conto dei successi e del fallimento dei successi della medicina moderna. La tecnologia contrasta la morte talora per ricondurre alla vita talaltra per offrire una sorta di vita non vita, una sopravvivenza che lo stesso paziente finisce col rifiutare. Allora, come Dedalo inventò il labirinto e il filo per uscirne, chi porgerà aiuto a chi, stanco di un prolungamento artificiale della vita, desidera uscirne con dignità?
 
La "Carta degli Operatori Sanitari" edita dalla Pontificia Pastorale della Salute, a pag.137 afferma che "non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita". Una frase che va interpretata ma sono convinto che, affidata alla riflessione di medici professionalmente esperti, a qualsiasi religione appartengano, potrebbe dar luogo a riflessioni idonee alla sensibilità sociale moderna e alla realtà della trasformazione che la tecnologia e la scienza hanno impresso alla medicina contemporanea.
 
Una nota finale: se la legge garantirà l'obiezione di coscienza il Codice Deontologico può restare immodificato, salvo la non sanzionabilità del medico che, in alcune condizioni predeterminate, dia aiuto e accolga le richieste del paziente in stato di sofferenza irriducibile fisica e esistenziale che prolunga soltanto una vita divenuta insopportabile.

Antonio Panti

27 settembre 2019
© Riproduzione riservata


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