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Recovery Plan. Corte dei conti: “Su riforma territorio e assistenza domiciliare si porranno problemi sul personale da impiegare”


In audizione presso la Commissione Bilancio e Politiche della UE, la Corte rileva che quando si metterà mano alla riforma del territorio si dovrà trovare una composizione tra le diverse esperienze finora maturate. E poi su ammodernamento degli ospedali: “Sarà determinante incidere anche sulla capacità progettuale delle amministrazioni visti i ritardi del passato”. TESTO AUDIZIONE

10 FEB - “Il quadro degli interventi delineato nel Piano è coerente con quanto previsto a fine 2019 con il Nuovo Patto della Salute e che ha trovato conferma nel Programma nazionale di riforma (PNR) dello scorso luglio. In tema di assistenza territoriale, già in quella sede si era trovato l’accordo tra lo Stato e le Regioni sulla necessità di procedere ad una riorganizzazione dell’assistenza, prevedendo di investire su quella sociosanitaria e sanitaria domiciliare, nonché su quella semiresidenziale e residenziale per rispondere alle crescenti esigenze poste da aumento della cronicità e delle non autosufficienze. L’accordo dovrebbe agevolare la realizzazione degli interventi previsti dal Piano, anche se si dovrà trovare una composizione tra le diverse esperienze finora maturate. In questi anni la maggior parte delle Regioni, sebbene con modalità programmatorie ancora disomogenee, ha avviato un processo di riqualificazione delle cure primarie con l’attivazione di diversi assetti organizzativi”.
 
È quanto evidenzia la Corte dei conti in audizione lunedì scorso davanti alle Commissioni Bilancio e Politiche dell'Unione Europea sul Recovery Plan.

 
“Nel momento della definizione dei progetti per l’attuazione della Case della Comunità – sottolinea la Corte -  il coordinamento con le strutture già esistenti rappresenterà un aspetto particolarmente importante e delicato. Inoltre, sulla realizzabilità degli interventi pesa la recente esperienza delle Unità sanitarie di continuità assistenziale (Usca) che, previste nella fase dell’emergenza sanitaria, hanno incontrato difficoltà di attuazione in molte delle realtà territoriali. Ha inciso la volontarietà dell’adesione da parte dei Medici di medicina generale e dei Pediatri, oltre alle difficoltà di disporre di adeguate attrezzature. Anche per le strutture previste dal Piano si porranno problemi di personale da impiegare. Solo una volta che si sarà meglio definita l’attuazione, si potrà inoltre valutare la presenza di oneri di carattere corrente e continuativo associati al funzionamento di tali strutture”.
 
La Corte rileva poi come sia “coerente con quanto da anni richiesto in ambito comunitario è, poi, l’impulso che si propone per la assistenza domiciliare. Il progetto appare particolarmente ambizioso, prevedendo la creazione di un consistente numero di centrali operative, il coinvolgimento di poco meno di 52.000 operatori sanitari e l’aumento di 500.000 pazienti seguiti in ADI. Si tratterebbe infatti di veder crescere i casi trattati dagli 863.000 del 2018 a 1.350.000. Un dato che potrà essere meglio valutato guardando, quando il progetto verrà più dettagliato, all’effettiva qualità del servizio, visto il limitato numero di ore finora dedicate a ciascun caso trattato e la forte differenza territoriale del servizio reso”.
 
“Ancora più impegnativo – sottolinea la magistratura contabile -  l’obiettivo posto con l’istituzione degli Ospedali di comunità. Sono 753 le strutture previste e, se sarà confermato il target anticipato in precedenti versioni del Piano, si prevede l’attivazione di oltre 36.000 posti letto. Ciò comporterà oltre agli investimenti previsti per la creazione o la riconversione di strutture, anche la individuazione di personale sanitario, il cui costo non sembra considerato nella spesa (indicata come investimento) e che, comunque, si riverbererà sui costi di gestione regionale a regime”.
 
Per la Corte sono poi “particolarmente rilevanti le risorse destinate alle strutture ospedaliere. Risorse che potrebbero consentire di cominciare a dare risposta al fabbisogno per edilizia sanitaria stimato in un esame condotto nel 2018, con la collaborazione delle Regioni, in circa 32,1 miliardi, di cui di cui 2,4 miliardi nelle aree più critiche. La scelta di concentrare su questi gli interventi resi possibili con le risorse del Piano appare quindi condivisibile. Non sono i soli vincoli finanziari, tuttavia, che hanno rallentato finora l’adeguamento infrastrutturale. Se ne ha una evidenza guardando al procedere nell’attuazione della legge 67/1988, che ha rappresentato finora il principale strumento di intervento per la riqualificazione del patrimonio edilizio e tecnologico pubblico. Al 31 dicembre 2019, a fronte dei 19,3 i miliardi destinati agli Accordi di programma e ripartiti tra le regioni tra il 1998 e il 2019, ne erano stati sottoscritti 85 per un importo pari a soli 12,5 miliardi. Erano numerose le regioni che non avevano ancora definito progetti di intervento per una quota significativa delle risorse destinate. Ritardi nell’attuazione si registravano anche per interventi minori”.
 
“Guardando a quanto previsto nel Piano – rileva infine la Corte -  sarà, quindi, determinante incidere anche sulla capacità progettuale delle amministrazioni, considerando che la spesa per fabbricati sanitari nell’ultimo biennio prima della crisi sanitaria (2018-19) non ha superato a livello nazionale i 600 milioni annui”.

10 febbraio 2021
© Riproduzione riservata

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