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“Medicina di prossimità unica garanzia Ssn”. La Tavola rotonda

10 OTT - Una rete di specialisti ambulatoriali, medici di famiglia e pediatri per garantire ai cittadini un’efficiente assistenza sanitaria sul territorio ed evitare il ricorso inutile alle strutture ospedaliere, con un possibile snellimento delle liste d'attesa. È la cosiddetta 'Specialistica di Comunità', tema al centro della tavola rotonda organizzata dal SUMAI Assoprof, all'Hotel Billia di Saint Vincent, “anteprima” del 51esimo Congresso nazionale dello sindacato degli specialisti ambulatoriali che aprirà ufficialmente i propri lavori mercoledì 10 ottobre. All'incontro hanno partecipato infermieri, medici ospedalieri, medici pediatri, aziende sanitarie, medici di famiglia e membri del Parlamento.

"Proponiamo di portare al centro quella che è la 'sanita' di prossimità' cioè l'assistenza sanitaria di primo livello dove vive e lavora il cittadino" ha spiegato Antonio Magi, segretario generale del Sumai Assoprof.
 
Ripensare l'organizzazione del lavoro e delle professioni nel SSN in una chiave nuova, che guardi alle esigenze della comunità piuttosto che a quelle del territorio. Ne ha parlato il sociologo Ivan Cavicchi moderatore della tavola rotonda. “Questo confronto introduce un elemento nuovo - ha spiegato - non usa il concetto tradizionale di territorio ma usa il concetto nuovo di comunità. Il territorio è un concetto di spazio, la comunità è un soggetto sociale.

Ridefinire le professioni, i servizi, l'organizzazione del lavoro rispetto al territorio è un conto, ridefinire le stesse cose rispetto ad un soggetto, a una collettività è un altro conto. Quindi la novità di questo congresso e ripensare la professione in termini comunitari. La comunità- ha continuato Cavicchi- non è niente altro che un modo attraverso il quale io medio le regole generali che valgono per tutta Italia con le specificità della comunità, con i suoi bisogni specifici, cioè l'unico modo a partire dal quale io posso essere sia un servizio nazionale che un servizio comunitario. Per fare questo- ha concluso- bisogna usare la comunità e le sue caratteristiche per ripensare le professioni l'organizzazione del lavoro e servizi in un ambito comunitario se tutto funziona le liste d'attesa dovrebbero essere fisiologicamente vicine allo zero”.
 
“Parliamo di specialistica di comunità come realtà possibile, io direi come realtà necessaria, proprio perché' in questo momento bisogna operare un cambiamento che ci porti incontro a quelle che sono le linee programmatiche del governo, una su tutte l'abbattimento delle liste d'attesa". Così Nicola Provenza, deputato M5S e componente della XII Commissione Affari Sociali alla Camera, intervenendo anche lui alla tavola rotonda su Specialistica di Comunità organizzata dal Sumai.  “La transizione demografica, la riduzione della mortalità e della natalità, la transizione epidemiologica, quindi il prevalere di patologie cronico-degenerative - spiega Provenza - ci mettono di fronte a un nuovo scenario. Noi dobbiamo saperlo interpretare e fare delle scelte politiche per andare verso un reale cambiamento. Questa parola, cambiamento, deve essere sostanziata quindi in questo caso significa cambiare il modello organizzativo. Già sedersi intorno a un tavolo e parlare con i vari attori della sanità è un momento fondamentale – conclude il deputato- perché sono convinto che solo attraverso un confronto aperto si possa elaborare uno scenario nuovo che tenga conto degli attori principali, che sono le regioni, le ASL e poi tutti gli attori che sul territorio lavorano”.
 
Gli infermieri auspicano di poter presto realizzare insieme ai medici modelli innovativi che comprendono anche l'infermiere di comunità". È quanto ha affermato Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI.
"L'assistenza territoriale, l'assistenza di prossimità, lo sviluppo di modelli organizzativi che vadano incontro ai bisogni dei nostri cittadini- ha spiegato Mangiacavalli- richiedono una sinergia e una coesione di figure professionali, che sono soprattutto il medico e l'infermiere. Il lavoro di territorio- continua- è un lavoro di equipe, ognuno può dare un contributo peculiare rispetto alla tipologia dei bisogni assistenziali e allora c’è un momento di inquadramento clinico diagnostico del cittadino da parte del medico di famiglia o dello specialista ambulatoriale, ma c’è anche un momento di organizzazione e di creazione della rete di continuità delle cure e dell'assistenza. E qui noi ci candidiamo ad essere partner con i medici territoriali, perché' la formazione degli infermieri ci aiuta a svolgere il ruolo di collante tra i diversi professionisti”. 
 
Rivisitare i rapporti tra ospedali e specialisti ambulatoriali, pediatri e medici di famiglia ma anche tracciare linee comuni per i contratti di medici convenzionati e dipendenti. Ne ha parlato il presidente Cimo, Guido Quici, aggiungendo che "Occorrono modelli rivisitati che permettano un rapporto ospedale-territorio continuo, la distanza che c’è oggi deve essere assolutamente colmata a partire da un punto di vista professionale ma anche sindacale. Dal nostro punto di vista esiste il medico di un'azienda che può essere dipendente o convenzionato ma tutte e due hanno lo stesso obiettivo: la diagnosi, cura e riabilitazione del paziente. Un altro aspetto è rivedere la governance sindacale. Noi abbiamo fatto una proposta di fare il contratto con le regioni sotto l'egida del Ministero della Salute. Se - ha concluso - tutte e due le anime, quella della dipendenza e quella della convenzione, fossero sotto lo stesso tetto con due contratti diversi fra di loro ma che si raccordano in alcuni aspetti normativi, questo potrebbe avvicinare molto di più i medici convenzionati con quelli dipendenti. Entrambi hanno un unico obiettivo: garantire diritto alla cura dei cittadini soprattutto in questa fase dove c’è una grave carenza di risorse". 
 
Per Paolo Biasci presidente Fimp,"il territorio va rafforzato come tutti i documenti sanitari hanno sempre promesso di fare. Speriamo che ci sia la possibilità di mettere in atto questa programmazione che credo ci permetterà di risparmiare perché lasciamo ai secondi e terzi livelli ospedalieri solo l'intervento sulle patologie più complesse e riusciamo a fortificare le cure primarie. Questo potrebbe essere veramente un obiettivo raggiungibile".
 
Stiamo vivendo un momento di grande confusione, abbiamo situazioni di aziende più piccole, più grandi, macro aziende, dove il lavoro del direttore generale sta diventando sempre più difficile e contemporaneamente si deve coniugare la presenza di molti professionali con tanti contratti diversi tra di loro, quindi è difficile riuscire a utilizzare al meglio le risorse. Detto questo – ha spiegato Ida Grossi, Coordinatore regionale FIASO Piemonte -, l'aiuto delle normative sempre più contestualizzate non sempre è un aiuto vero per il direttore generale. Personalmente ritengo che è scontato avere una cornice all'interno della quale un dg sappia leggere bene la realtà della propria comunità e mettere a disposizione le risorse nella maniera più integrata possibile. Noi condividiamo assolutamente la visione di Sumai. Ma ci sono difficoltà, una di queste è sicuramente il sistema informativo che non riusciamo, almeno non tutte le regioni, a stare al passo con i tempi e mettere in relazione i dati dei pazienti. Ci arriveremo con il Fascicolo Sanitario digitale. Ma i tempi non sono così brevi e c'è ancora tanto lavoro da fare”.
 
“Per facilitare l'accesso di cittadini ai servizi sanitari – è il pensiero di Costantino Troise, presidente Anaao, anche lui presente alla tavola rotonda – occorre pensare a un modello organizzativo in cui il cittadino abbia come riferimento una comunità professionale. Cioè dove i diversi professionisti della salute mettono insieme le loro competenze per costruire una rete di servizi sanitari occorre un confronto fra i professionisti. Solo grazie a questa sinergia tra tutte le competenze professionali forse si riuscirà a risolvere o quantomeno ad attenuare la questione eterna della lista d'attesa e dell'accesso in proprio ai pronti soccorso”.  
 
Secondo Silvestro Scotti, segretario nazionale Fimmg “La collaborazione tra professionisti già esiste ma è chiaro che non è a sistema. Oggi si propone di creare un'offerta, anche di trasferimento fiduciario tra l'azione del medico di famiglia, che è tipicamente inserita in un contesto di maggiore fiducia rispetto all'evoluzione alla consulenza specialistica.  Per fare questo bisogna agire sui contratti, determinando anche una capacità adattiva del contratto della specialistica ambulatoriale più relativa al concetto di comunità piuttosto che di territorio. Oggi lo specialista ambulatoriale appare un sistema di offerta legato alla struttura, e probabilmente deve uscire dalla struttura e cercare di determinare modelli di continuità e di interazione con gli altri professionisti del territorio senza intermediazioni. È chiaro che in un contesto del genere ci può guadagnare l'offerta sanitaria, si può rafforzare entrambe le le figure del medico di famiglia e dello specialista”.
 
“Noi sicuramente siamo d'accordo che la rete è fondamentale – ha detto Gennaro Volpe, presidente Card – perché fa sì che ci sia un momento di contatto sia dalla parte sanitaria, ma anche dalla parte sociale. Quindi è necessario che ci sia questo importante momento d’interscambio, ma anche di comunicazione, che a volte manca tra la parte ospedaliera, la parte territoriale e la parte sociale. Questa formazione della rete fa sì che tutti i vari attori del sistema possono dialogare come prima non avveniva”.

10 ottobre 2018
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