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51° Congresso SIVeMP. Grasselli: “La medicina veterinaria pubblica ha un ruolo strategico nella One Health, un errore non riconoscerlo”

di Ester Maragò

Prevenzione, ricerca e formazione sono i tre capisaldi per una medicina veterinaria in grado di contrastare vecchie e nuove emergenze, dall’Influenza aviaria alla Peste suina africana fino alle malattie trasmesse dagli alimenti e all’antibioticoresistenza. In una fase storica segnata da crisi alimentari e crisi climatiche la medicina veterinaria preventiva è strategica. Ma servono investimenti, rinforzo degli organici ormai ridotti all’osso e borse di specializzazione con contratti di formazione-lavoro negli Izs e nei dipartimenti di medicina veterinaria. LA RELAZIONE

18 MAG -

La medicina veterinaria ha un ruolo di primo piano nella One Health. Serve quindi un grande investimento per fare prevenzione, ricerca e formazione con un rinnovamento dei percorsi di specializzazione e borse di specializzazione con contratti di formazione-lavoro negli Izs e nei Dipartimenti di medicina veterinaria. Anche perché se non si agisce rapidamente nei prossimi dieci anni ci saranno sempre meno professionisti (il 30% dei medici veterinari dirigenti sta andando in pensione), mentre servono organici potenziati e con conoscenze specifiche per contrastare le vecchie emergenze e prevenire quelle nuove già presenti o quelle dietro l’angolo.

Soprattutto occorre una medicina veterinaria pubblica per garantire una agro-zootecnia sicura, efficiente e sostenibile. Per proteggere la qualità delle nostre filiere dai rischi indicati espressamente dall’Oie (117 le malattie animali trasmissibili con una potenziale diffusione grave e rapida, indipendentemente dai confini nazionali), dall’Efsa e dall’Oms. In caso contrario, Influenza aviaria, Peste suina africana, Brucellosi, Tubercolosi, ma anche Rabbia o Afta Epizootica, Food Borne Diseases e Antibiotico resistenza non saranno prevenute, combattute ed eradicate come nei decenni passati. Le conseguenze? La compromissione della salute umana e animale, oltre a vedere andare in fumo enormi quantità di risorse naturali, investimenti e occupazione.


Questo in sintesi il messaggio lanciato da Aldo Grasselli, Segretario nazionale del Sivemp, nella sua relazione di apertura del 51° Congresso nazionale del sindacato dei Veterinari Italiani di sanità pubblica (Sivemp) che vede riuniti a Roma, fino al 20 maggio, 400 medici veterinari. Presenti il ministro della Salute Roberto Speranza, Assessori alla sanità e all’Agricoltura delle Regioni, rappresentanti delle categorie delle filiere agro zootecnico alimentari, la FAO, le società scientifiche della prevenzione, i sindacati delle professioni sanitarie.

Una relazione ampia e dettagliata nella quale Grasselli va dritto al punto: “Non riconoscere il ruolo prioritario della medicina veterinaria nella One Health è un errore strategico che si paga a caro prezzo. Bisogna rilanciare e potenziare i Dipartimenti di Prevenzione e in particolare della Sanità animale, dell’Igiene zootecnica e del benessere animale, della Sicurezza alimentare”.

Sono infatti tanti e nevralgici i temi sul tavolo che abbracciano il rapporto uomo-animali-ambiente: dallo Spillover, il tanto temuto salto dei patogeni dall’animale all’uomo, all’influenza Aviaria fino all’attualissima emergenza della peste suina africana. Poi l’antibiotico resistenza, altra emergenza mondiale, la salute della fauna selvatica e ittica, la contaminazione e la sicurezza del cibo e la crisi degli approvvigionamenti alimentari (tema che stiamo toccando con mano in questi mesi di guerra). Ancora, l’inquinamento ambientale con i danni da microplastiche o gli PFAS nel ciclo alimentare, i mutamenti climatici che fanno migrare gli animali esotici e le malattie. E naturalmente le strategie e la ricerca scientifica necessarie per affrontare uno scenario di medio termine. Non a caso il titolo del 51° congresso è “Agenda 2030 per la Veterinaria Pubblica: malattie infettive, cambiamenti climatici e crisi alimentari”.

Il fil rouge che lega tutti questi temi? La necessità di azioni preventive che vedano appunto la presenza della medicina veterinaria pubblica in un ruolo non più di complemento, ma strategico.

“La pandemia ha reso palpabile a chiunque che prevenire costa moltissimo meno che curare – afferma Grasselli – ha dimostrato che la sanità costa, ma non averla costa di più e lo stesso vale per tutti i servizi fondamentali. I tagli non sono stati risparmi ma investimenti mancati, una distrazione di risorse che ha generato gravi danni umani ed economici. La medicina veterinaria in questo contesto è stata sottovalutata. Non sono quasi mai coinvolti esperti di sanità pubblica veterinaria, di malattie infettive animali e di sicurezza alimentare medici veterinari nei panel di esperti che sorreggono le strategie delle politiche di prevenzione. Insomma – prosegue – non ci piace una One Health in cui altri pensano che la One Health sia la loro e tutte le altre professioni e gli altri saperi siano tutt’al più ancillari”.

E poi l’affondo: “Lo Stato può ritirarsi e decidere di privatizzare anche la prevenzione, e con qualche leggerezza in sanità questo errore lo ha già commesso. Ma dovrebbe essere ben chiaro agli stakeholder che, se lo Stato non si curerà più della prevenzione delle malattie degli animali con profilassi e attività regolamentari, le malattie animali entreranno nel campo del puro mercato come meri fattori di rischio di impresa”.

Insomma per il Segretario nazionale del Sivemp, occorre pensare alla nuova prevenzione per fare prevenzione: “Questo significa avere la consapevolezza che esiste il paradigma One World, che il mondo è un’unica entità biologica, ed è in quel quadro che dobbiamo esercitare il nostro ruolo in modo efficace. Mettendo a punto la nostra Agenda 2030”.

La crisi alimentare e il danno per le nostre filiere. In una situazione di crisi come quella generata dalla guerra, avverte Grasselli, sono prevedibili tentativi di utilizzare il razionamento alimentare per creare tensioni sociali cui potrebbe conseguire un drastico abbassamento degli standard di qualità dei prodotti agro-zootecnico- alimentari che l’Europa ha ottenuto in tanti anni di impegno: “L’Italia è un paese che trasforma in modo eccellente materie prime in buona parte straniere – ha sottolineato – se gli standard delle materie prime si abbassano, l’eccellenza della nostra industria alimentare deve trovare livelli di garanzia più efficaci, se non vuole esporre a rischi imprevedibili il suo appeal e i suoi primati”.

Un esempio su tutti? L’emergenza mucca pazza, uno spartiacque tra un modello di sviluppo dell’agroalimentare rivolto solo al contenimento dei costi e uno attento a qualità, sicurezza alimentare, trasparenza dell’informazione ai consumatori, tracciabilità, benessere animale e rispetto dell’ambiente. Una partita che i servizi veterinari italiani hanno vinto per dare alle  filiere italiane credibilità e aperture commerciali internazionali.

Ma se in passato si è fatto molto, ora occorre fare moltissimo.
Tra i tanti obiettivi da raggiungere, la riduzione entro il 2030 del 50% delle vendite di antimicrobici per gli animali da allevamento e per l’acquacoltura; destinare almeno il 25% della superficie agricola all’agricoltura biologica e familiare “Se abbiamo lanciato il programma ‘Whatever it takes’ per salvare le banche e la finanza sottolinea Grasselli – oggi a maggior ragione dobbiamo lanciare un ‘Whatever it takes per l’agro alimentare’, insieme a un piano strategico per proteggere le aziende delle filiere e per dare alla Medicina veterinaria pubblica del Ssn le risorse necessarie per prevenire e sconfiggere le patologie prevenibili.  Occorre programmare con molta cura un robusto intervento in questo settore della sanità”.

Le “nuove frontiere” per la medicina veterinaria preventiva: l’inquinamento ambientale. Nell’agenda della medicina veterinaria non ci sono solo le malattie infettive emergenti o riemergenti, ma anche e sempre più rilevanti problemi conseguenti all’inquinamento ambientale come le microplastiche o gli Pfas, sostanze chimiche di sintesi, nel ciclo alimentare.  Tra le possibili e diverse vie di assorbimento degli Pfas da parte dell’organismo umano c’è la via orale, quindi consumo di acqua potabile e alimenti, in particolare di origine animale. Un rischio elevato per la salute, gli Pfas tendono a rimanere nell’organismo anche per molti anni impattando sul sistema endocrino, compromettendo crescita e fertilità, e altro ancora. Si ipotizza anche una relazione con le patologie fetali. “Gli animali sono bio-accumulatori di Pfas – evidenzia Grasselli – e le loro produzioni alimentari devono essere oggetto di specifici ed efficaci controlli medico veterinari”.

C’è poi il capitolo dell’antibiotico resistenza che chiede una sempre maggiore sorveglianza dei Medici veterinari del Ssn sugli allevamenti animali. Ma in futuro ci si dovrà concentrare anche sugli animali familiari. “Ormai dovrebbe essere chiaro – aggiunge Grasselli – che se non si vogliono subire danni colossali per combattere patologie che colpiscono l’uomo è necessario disporre di un forte sistema di prevenzione che scovi i patogeni nei loro reservoir, che sorvegli la fauna selvatica e quella migratoria in particolare ma anche gli animali familiari, che controlli con efficacia le fasi di produzione delle filiere e i flussi commerciali degli animali e delle loro produzioni, oltre che delle persone”.

Le conclusioni. Insomma, scenari complessi che coinvolgono direttamente e trasversalmente la medicina veterinaria. “I medici veterinari sono l’interfaccia professionale che meglio conosce le criticità della connessone animale-uomo-ambiente – aggiunge Grasselli – le principali attività veterinarie a supporto dei programmi di eco-sostenibilità includono poi il miglioramento del benessere e della salute animale, la riduzione dell’impronta di carbonio e quella degli sprechi della catena alimentare cominciando dal non dover distruggere derrate alimentari non salubri o addirittura dal non dover abbattere animali malati e contagiosi. I medici veterinari sanno quali sono fattori essenziali per la protezione delle specie selvatiche nei loro habitat e per la tutela della biodiversità. Conoscono le strategie ecologiche per contenere lo straripamento e l’inurbamento delle popolazioni animali invasive. Sanno come gestire il randagismo animale”.

In Italia abitano oggi centinaia di milioni di animali, allevati per reddito o per compagnia e nonostante il Paese sia profondamente cambiato negli ultimi 20 anni e il cardine del sistema è sempre lo stesso: “La gestione della salute animale e dei prodotti di origine animale è affidata ai servizi veterinari. Abbiamo bisogno di rinnovare gli organici – sottolinea ancora Grasselli – e i servizi veterinari hanno bisogno delle nuove competenze che si renderanno necessarie”.

Per questo, prosegue, occorre rinnovare i percorsi delle specializzazioni: “L’incremento di 4.200 contratti di formazione specialistica per affrontare il cosiddetto ‘imbuto formativo’ dei medici chirurghi è un primo passo. Noi ci aspettiamo il secondo passo del Ministero della salute, ovvero almeno un centinaio di borse di specializzazione all’anno per i medici veterinari di sanità pubblica. Se c’è qualcuno che pensa di affrontare la Peste suina africana o l’Afta epizootica, l’Influenza aviaria o la Rabbia, le malattie trasmesse dagli alimenti o l’antibioticoresistenza, senza Servizi veterinari efficienti e senza medici veterinari adeguatamente specializzati – chiosa Grasselli – o è un pazzo o più semplicemente è un pericoloso incompetente”.

Ester Maragò



18 maggio 2022
© Riproduzione riservata

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