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Chirurghi. I pazienti li promuovono ma chiedono più attenzione ai bisogni psico-sociali 

I pazienti suggeriscono maggiore disponibilità di ascolto e capacità di comunicazione. Questi i risultati della Ricerca della Fondazione chirurgo e cittadino con il patrocinio dell’Acoi e la collaborazione di Cittadinanzattiva presentata oggi a Firenze al congresso nazionale dei chirurghi ospedalieri. La Ricerca

24 MAG - Giudizio complessivamente positivo. I pazienti che hanno varcato la soglia della camera operatoria riconoscono la grande competenza e la conoscenza delle patologie dei chirurghi che li hanno curati. Ma sugli aspetti relazionali e comunicativi i camici verdi devono lavorare di più: c’è ancora un deficit di sensibilità ai bisogni psico-sociali della persona. Anche sull’operatività quotidiana del personale chirurgico c’è ancora molto da fare: frequenza e durata delle visite non soddisfano pienamente, non tanto in termini clinici, ma di rassicurazione e sostegno al benessere psicologico del paziente chirurgico.
E ancora, è considerata complessivamente positiva la degenza nei raparti di chirurgia, ma la qualità della sistemazione alberghiera, i tempi di attesa per il ricovero e l’accesso alla documentazione clinica incassano un giudizio meno favorevole. Inoltre pazienti non sembrano reclamare un’assistenza 24 ore su 24, quanto piuttosto una più circostanziata descrizione del proprio quadro clinico e di quello che li aspetta in futuro.
 
È questa la fotografia scattata dalla Ricerca nazionale “La settimana dell’ascolto” a cura della Fondazione Chirurgo e Cittadino (FCC) con il patrocinio della Associazione dei Chirurghi Ospedalieri Italiani (Acoi) e la collaborazione di Cittadinanzattiva presentata oggi a Firenze nell'ambito del congresso nazionale dell’Acoi. Una indagine voluta con l’obiettivo di puntare i riflettori sul rapporto tra i professionisti della salute e pazienti. Anche perché, come sottolinea la ricerca “il rapporto medico-paziente non è un elemento tra i tanti della buona riuscita di un intervento chirurgico, ma il perno di una relazione che è innanzitutto umana e poi professionale. In altre parole, un medico chirurgo è chiamato a creare un rapporto trasparente e sincero con la persona che ha davanti”.

 
La rilevazione è stata realizzata in più di 240 reparti chirurgici italiani di 200 aziende ospedalieri. Oltre 2.500 i pazienti coinvolti (il 66,3% ha tra i 31 e i 70 ani) distribuiti sull’intero territorio nazionale con percentuali differenti (il 36% al Nord Ovest, 16% al Nord Est, il18% al Centro e il 30% nelle Isole).
 
L’identikit del paziente. Il 74,9% degli intervistati (1.826 soggetti intervistati) è stato ricoverato per un intervento; il 22,3% (543) ha fatto una visita o un piccolo intervento ambulatoriale, il 2,9% non ha avuto nessuna esperienza chirurgica (70 soggetti). Il 76,3% degli intervistati ha avuto un ricovero in strutture pubbliche, solo il 7,3% nel privato accreditato e non. La maggior parte dei ricoveri è avvenuta in regime ordinario(il 57,1%), si è trattato quindi di cure e trattamenti programmati con il paziente..
È l’alta percentuale di soggetti che ha scelto la struttura di degenza: quasi tre intervistati su quattro hanno affermato di aver avuto questa possibilità. Per decidere dove indirizzarsi si sono confrontati con la famiglia e gli amici, con i medici di famiglia che, a seconda delle loro conoscenze specifiche, li hanno indirizzati verso la struttura o il collega ritenuto più adatto.
Il 40,8% degli intervistati ha ricercato informazioni sia sulla struttura sia sul chirurgo. E di questi il 49,7% ha seguito il consiglio di amici e parenti, mentre quasi il 60% ha fatto riferimento alle indicazioni del medico di base. Internet, la pubblicità e i giornali ottengono percentuali decisamente basse, poco sopra o poco sotto l’1%.
Ma c’è anche un 42,4% che non ha cercato alcuna informazione. Appena il 7% ha cercato notizie sull’ospedale ma non sul chirurgo; viceversa, il 9,9% si è interessato al chirurgo ma non all’ospedale.
Va anche detto che i dati sono influenzati dalla situazione sanitaria del soggetto, il 67,1% di chi è stato ricoverato d’urgenza non si è premurato di informarsi sul chirurgo, sempre nello stesso sottogruppo il 69% non ha avuto modo di cercare informazioni sull’ospedale. Tuttavia anche tra coloro che hanno avuto un ricovero ordinario, il 35% non si è informato sul medico e il 42,2% ha trascurato di raccogliere informazioni sulla struttura dove sarebbe stato ricoverato.
 
 
Anche rispetto all’accesso ospedaliero si delineano due situazioni contrapposte da una parte i pazienti che hanno percorso la strada del contatto diretto con lo specialista attraverso una visita privata; dall’altra invece i pazienti che si sono rivolti a un ambulatorio divisionale. Nel Nord-Ovest il 59,7% e nel Nord Est il 58,5% dei pazienti ha scelto l’ambulatorio divisionale; viceversa al Centro-Sud si predilige l’ingresso tramite visita privata o per “amicizia” che arriva a superare quello ambulatoriale: al centro il 54,3% e al sud il 56,4%.
 
 
Nella stragrande maggioranza dei casi (88,4%) i pazienti dichiarano che la durata della degenza è stata in linea con quanto preannunciato dai medici in sede di pre-ricovero. Solo il 6,9% invece afferma di aver avuto una degenza troppo breve. Infine il 4,7% ritiene di essere stato troppo a lungo in ospedale, nel 3,6% per complicazioni post-chirurgiche. Quest’ultimo dato sembrerebbe rappresentare la percentuale di complicazioni chirurgiche attese in un campione eterogeneo, ma numericamente significativo.
 
 
I giudizi dei pazienti. L’aspetto che ha ricevuto i giudizi maggiormente positivi è la conoscenza specifica della patologia dimostrata dal chirurgo: è considerata buona nel 64,4% dei casi.
Il 62,9% degli intervistati promuove a pieni voti il trattamento medico chirurgico ricevuto. Ma le percentuali di giudizio positivo si abbassano quando si entra nel merito del rapporto medico-paziente, in particolare sulla disponibilità di ascolto e la capacità di comunicazione; così come il supporto personale e l’attenzione ai problemi fisici del paziente. Tuttavia, va anche rilevato che il giudizio per la maggioranza degli intervistati è comunque più che sufficiente.
I fattori di natura informativa (informazioni sulla malattia e sulla terapia) ricevono anch’essi un “buono” soltanto nel 53% circa delle risposte.
Leggermente inferiori sono i giudizi positivi sugli aspetti di carattere tecnico-organizzativo come la frequenza delle visite giornaliere, valutata con il massimo dei voti solo dal 46% e la durata della singola visita, positiva solo per il 42,7% dei pazienti che nel 13% la boccia senza appello.
Il livello di soddisfazione si abbassa sulla qualità della sistemazione alberghiera, i tempi di attesa per il ricovero, e l’accesso alla documentazione clinica. Ma non conquistano pienamente il placet dei pazienti la capacità di comunicazione e relazione del personale ospedaliero e infine l’ambiente di sala operatoria e l’assistenza infermieristica e anestesiologica. Queste criticità appaiono in parte contrastanti rispetto al giudizio complessivo sull’esperienza di ricovero in chirurgia che oltre l’86% dei pazienti chirurgici giudica positiva, mentre i giudizi insufficienti o cattivi, anche se sommati, superano di poco il 6%.
 
Il ritorno a casa. I pazienti chirurgici sembrano soddisfatti dell’assistenza ricevuta dopo la dimissione dal reparto, anche se solo nel 39,6% raggiunge il livello di “buono” e nel 7,7% dei casi non raggiunge la sufficienza. Ma con il passare del tempo la soddisfazione tende a crescere in modo lineare: appena dimessi è molto alta nel 18,6% dei casi, mentre a sei mesi dalla dimissione cresce e arriva al 31,1% dei casi.
 
I suggerimenti dei cittadini. La discreta soddisfazione degli intervistati non deve indurre a pensare che i pazienti chirurgici non manifestino delle opinioni per migliorare l’assistenza ricevuta. In testa alla lista dei suggerimenti, c’è quello di migliorare la comunicazione tra chirurgo e medico di famiglia: la pensa così il 45,4% degli intervistati. Per il 40,4% bisogna migliorare la comunicazione chirurgo-paziente. “L’esigenza di un’interazione più stretta tra personale chirurgico e cerchia personale del paziente – sottolinea la ricerca – rimanda a un bisogno di condivisione nel quale il soggetto sottoposto a intervento non è in grado di comprendere appieno le implicazioni del trattamento al quale sta per essere sottoposto, per cui si richiede l’intercessione di familiari e medici di base per “tradurre” un quadro clinico che per il malato può non essere immediatamente chiaro”. Un’ipotesi questa avvalorata dalla richiesta di avere un solo chirurgo di riferimento (indicata dal 34,7% degli intervistati). La necessità di informazioni univoche sulle implicazioni cliniche della chirurgia sembra riemergere anche tra quegli intervistati (il 26,5%) che richiedono opuscoli informativi.
 
La “piccola chirurgia”. La ricerca ha anche puntato riflettori sulle visite e sugli interventi ambulatoriali e in generale sulla piccola chirurgia. Il 46,3% esprime molta soddisfazione per l’assistenza infermieristica ambulatoriale, così come il 42,5% per la capacità di comunicare. La documentazione clinica fornita dallo staff ospedaliero è considerata buona dal 36,5% degli intervistati. Alla qualità degli ambienti, alla comodità degli orari e alle modalità di prenotazione assegnano il giudizio più alto rispettivamente il 33%, il 32,4% e il 31,9% dei pazienti. Negativo invece il giudizio sui tempi di attesa e sul pagamento della prestazione.
Nel complesso le opinioni dei pazienti d’ambulatorio chirurgico sono quindi positive rispetto alla capacità di comunicare ai pazienti ricoverati e/o operati. Probabilmente questo è dovuto alla migliore percezione dei fattori ambientali e di servizio associata alla migliore disposizione del personale sanitario (medico e infermieristico) al colloquio approfondito. Anche perché la gestione di una visita ambulatoriale è sicuramente più agevole rispetto al ricovero.
Il giudizio sulla professionalità dei chirurghi ambulatoriali è nel complesso positivo i linea quindi con i pazienti di reparto: il 54.9% degli intervistati ha assegnato alla loro competenza tecnica il voto massimo. Il 48,1% ha promosso l’attenzione verso i problemi fisici dei pazienti.
Con percentuali piuttosto simili di giudizio massimo, tra il 45% e il 46%, seguono aspetti come le informazioni sulla malattia e la terapia e l’interesse neiconfronti del paziente. Più o meno sullo stesso livello degli item c’è la disponibilità ad ascoltare le problematiche del paziente. Le informazioni sul “dopo” e il tempo dedicato alle visite ottengono livelli inferiori attestandosi su valori attorno al 37%.

24 maggio 2013
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