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Nuovo codice deontologico Fnomceo. Bianco: "Si potrà dire 'non condivido' ma non 'io non c'ero"

Così in un'intervista sul sito della Federazione, il presidente Bianco ha parlato del "percorso disegnato" per la revisione del Codice deontologico. Questa volta la discussione è stata "allargata" anche ad esperti non medici per essere poi estesa alle Società Scientifiche, Organizzazioni Sindacali, Associazioni Pazienti e Cittadini.

11 OTT - Prima sono stati i “rumors mediatici”, le diatribe sul termine “paziente”, sulla presunta scomparsa del “giuramento professionale”, sulla congiunzione adoperata per disgiungere la Scienza dalla Coscienza. Poi sono scese in campo alcune scuole di pensiero, che hanno espresso la loro opinione sulla Bozza in discussione. ​Mai la revisione di un Codice deontologico, che, tradizionalmente, era considerato squisitamente normativa interna, autodisciplina data dai medici con effetto solo sugli iscritti agli Albi, è stata tanto sotto i riflettori.
 
Questa volta il processo di revisione è stato molto partecipato: è stato infatti tracciato un percorso idoneo a consentire un ampio confronto che, nel prossimo futuro, continuerà anche allargandosi a esperti “laici”, vale a dire non medici, per essere poi esteso alle Società Scientifiche, alle Organizzazioni Sindacali, alle Associazioni di Pazienti e di Cittadini, seguendo una linea giurisprudenziale più accorta e disponibile a utilizzare le norme deontologiche come elemento decisivo per risolvere controversie e contenziosi civili e penali.

​ “Abbiamo voluto disegnare un percorso - ha afferma Amedeo Bianco, presidente Fnomceo - dove sarà legittimo dire “non condivido”, ma non sarà altrettanto legittimo dire 'io non c’ero' o 'non mi è stato chiesto'”. ​E proprio Bianco, per chiarire ogni dettaglio che, in questo ultimo periodo, è stato sottoposto alla lente mediatica, ha rilasciato una lunga intervista sul portale della Federazione che di seguito pubblichiamo.

 
Presidente, cominciamo con lo spiegare la gestazione del Codice Deontologico: da dove è scaturita l’esigenza di “rimetter mano” all’edizione del 2006?
​Credo che a nessuno sfugga lo stretto legame che esiste tra l’evoluzione della Medicina, della Sanità, dell’esercizio professionale: la Medicina è sottoposta ai progressi delle Scienze biotecnologiche; la Sanità è l’organizzazione etica e sociale di risposta ai bisogni di Salute, influenzata dunque dai cambiamenti di prospettiva nei valori, nelle richieste, nelle offerte di servizi. A questi mutamenti non può non corrispondere un’evoluzione dei profili tecnico scientifici, civili e deontologici dell'esercizio delle nostre professioni.
​La complessa dinamica di queste relazioni richiede lo sviluppo continuo di nuove competenze e l'acquisizione di sempre nuovi saperi, rimodella le organizzazioni del lavoro, amplifica l'esposizione sociale del ruolo del medico quale garante della tutela della salute.
 
E tutto questo come si trasferisce sul Codice?
​Nello specifico, tutto ciò sollecita una costante riflessione deontologica che, partendo da principi fondanti e condivisi, offra risposte idonee ai nuovi interrogativi che coinvolgono l'esercizio professionale nelle sue molteplici espressioni.
​Declinare i valori fondanti della nostra Deontologia con tali continui e profondi cambiamenti è l’unico orizzonte etico, professionale e civile nel quale intendiamo muoverci e che ci porta a riconsiderare alcuni aspetti del Codice vigente e a proporre integrazioni per quanto non previsto.
 
C’è chi dice che sia troppo presto, per rimettere mano a un Codice ancora attuale.
​Il tempo non lo scandiamo noi, ma la mutevole realtà intorno a noi, e questo è quanto è avvenuto nel passato remoto e in quello più recente: dal Codice edito nel 1954, individuato come il primo a valenza nazionale, successivamente alla ricostituzione degli Ordini, si passa a quello del 1978, poi, in una sequenza temporale progressivamente più rapida, all'edizione del 1995, quindi del 1998 ed infine a quello vigente del 2006.
​L'esercizio di collocare in quei segmenti temporali quanto di significativo sia avvenuto nella Società, nella Sanità e nella Medicina può essere utile a quanti oggi manifestano perplessità di metodo e di merito sull'opportunità di revisionare un codice in vigore da soli sette anni. Se, in questi sette anni, nulla di nuovo e importante fosse accaduto, questi avrebbero ragione.
 
La revisione del Codice presuppone una procedura. Ce la illustra?
​Siamo consapevoli di assumere su di noi una grande responsabilità, perché il Codice Deontologico è la casa morale, civile e professionale di tutti i medici e gli odontoiatri
​Ne consegue che il processo di revisione non è, né può essere, una questione riservata a poche elites, ancorché investite da ruoli istituzionali: a queste competerà alla fine decidere, ma solo al termine di un confronto aperto e partecipato.
​A tale scopo, la Fnomceo ha individuato una Consulta Deontologica Nazionale, a tutt’oggi formata da trenta componenti - espressione di sensibilità etiche e culturali diverse - e da “laici”, ovvero da soggetti non medici, portatori di competenze in ambito giuridico, legislativo, filosofico.
​Da questo Organismo è scaturita una Bozza di revisione che, dopo un primo vaglio del Comitato Centrale, è stata inviata agli Ordini, perché avviassero il più ampio confronto possibile all’interno delle loro comunità professionali e, all’esterno, con tutti i soggetti interessati.
​Stiamo ricevendo, proprio in questi giorni, i contributi dai nostri Ordini: sulla base di questi è già in programma, per il mese di dicembre, un Seminario di approfondimento con tutti i Presidenti medici ed odontoiatri sulle questioni più rilevanti e controverse.
​Dall’insieme di questi lavori, emergerà la Proposta che, dopo il vaglio del Comitato Centrale, verrà nuovamente inviata agli Ordini per preparare la discussione ed il voto finale, previsto per la primavera 2014.
​Abbiamo dunque disegnato un percorso dove sarà legittimo dire “non condivido”, ma non sarà altrettanto legittimo dire “io non c’ero” o “non mi è stato chiesto”.
 
​Il Comitato Centrale del 13 settembre scorso ha concordato con la sua proposta di allargare ulteriormente la discussione, coinvolgendo a livello nazionale anche le Società Medico Scientifiche, le Organizzazioni Sindacali, le Associazioni di malati e di cittadini: crede che si riuscirà ad arrivare a un punto di sintesi?
​Su alcune questioni, non solo quelle cosiddette eticamente sensibili, esistono da sempre antinomie di visioni inconciliabili nei loro presupposti etici e filosofici e sarebbe davvero una grande ipocrisia pretendere dal Codice Deontologico una impossibile composizione delle stesse.
​La missione della Deontologia professionale è un'altra, non meno complessa: quella di far incontrare queste diversità intorno ai grandi principi dell'Etica medica e cioè Beneficialità, Non Maleficenza e Giustizia, Autonomia e Responsabilità della persona, e Autonomia e Responsabilità del medico.
​Questi principi definiscono un perimetro comune di valori, nel quale condividere doveri e diritti e fondare quella Alleanza terapeutica che trasforma l'incontro tra medico e persona assistita in una relazione intima, unica e irripetibile.
​In questo processo, nel quale restano centrali la piena informazione e il consenso libero e consapevole, di entrambi gli autori della relazione, sugli obiettivi e le scelte da perseguire, intervengono una molteplicità di fattori interferenti: penso al limite delle risorse, ai vincoli delle organizzazioni sanitarie, agli stessi limiti della medicina, al gap tra speranze ed evidenze, a modelli comportamentali consumistici, ad un uso talora invadente ed invasivo della normazione, compresa quella legislativa.
 
E come gestire queste interferenze?
​La gestione di questa complessità richiede uno grande sforzo comune, a cui approcciarsi con disponibilità. Proprio a tale scopo, abbiamo disegnato un percorso di ascolto e confronto aperto, dove tutti gli aventi interesse potranno esprimersi e responsabilmente contribuire alla costruzione di una comune e condivisa Deontologia professionale.
 
Alcune anticipazioni sulla bozza sono trapelate attraverso i media, così come sono state mosse, da alcune parti, critiche su tali anticipazioni. Cosa risponde?
​Per cultura personale e per esercizio di ruolo, considero le critiche un utile e prezioso contributo al dibattito. E, nell'accoglierle con questo spirito, mi permetto alcune considerazioni.
​Quelle che hanno ricevuto una certa evidenza, rimbalzando sostanzialmente sovrapponibili su alcuni mass media, non mi paiono calibrate - nello spirito e nella lettera - su quanto è stato proposto in discussione.
​Ad esempio, sulla paventata deriva contrattualistica della relazione medico- paziente, mi sembra che le modifiche intendano perseguire l’obiettivo opposto: quello cioè di una relazione di cura equilibrata tra due soggetti, entrambi portatori di autonomie e responsabilità.
​Il fine comune della tutela della Salute impegna l’uno e l’altro nella ricerca di quella Alleanza su obiettivi condivisi e su scelte che reclutino i valori, le competenze, e le responsabilità di entrambi.
​Questi sono i termini di un’Alleanza, che scadrebbe invece in una mera contrattualità se gli uni non riconoscessero agli altri questi diritti-doveri.
 
Parliamo di obiezione di Coscienza: è vero che il nuovo Codice la limiterà in qualche modo?
​Su questi presupposti, le preoccupazioni su una presunta contrazione del diritto all'obiezione, quella che nella nuova bozza si propone di definire “rifiuto di prestazione”, mi sembrano ingiustificate.
​Tutta la riflessione deontologica di questi ultimi anni ha, al contrario, rafforzato il principio di autonomia e responsabilità del medico, principio con fermezza stabilito e fissato nel “Documento di Terni”, il punto ad oggi più alto e compiuto di questa pensiero, alla lettura del quale mi permetto di rinviare. Non sarà certo l’uso nel testo di una “e” al posto della “o”, nel congiungere o disgiungere scienza e coscienza, a minare tali principi, ben saldi nelle nostre convinzioni.
 
E che ci dice del “Giuramento di Ippocrate”? E’ davvero stato soppresso?
​I nostri giovani medici pronunciano e continueranno a pronunciare il giuramento professionale, nella nuova formulazione già allegata al Codice del 2006: nella nuova proposta, il dovere è spostato sul rispetto dei principi oggetto di giuramento, la cui violazione costituirà rilievo disciplinare.
 
L’attenzione si è molto soffermata sulla modifica di definizione da “paziente” a “persona assistita”. Può spiegarcene il significato e l’intento?
​La proposta di inserire nel Codice il termine “persona assistita” non è antinomica alla tradizionale definizione di “malato/paziente”, ma si sforza di dare coerenza, anche nella scelta delle parole, al cambio di paradigma della Medicina moderna, che passa da esclusiva azione di cura della Malattia, a quella più vasta di promozione e tutela della Salute.
​La Medicina e l’esercizio professionale coinvolgono infatti oggi, sempre di più, anche le persone sane, proponendosi l’obiettivo di mantenerle tali (attraverso strategie di educazione e promozione della Salute, di prevenzione primaria, secondaria, terziaria), pur scontando – ed è un problema anche deontologico – alcuni paradossi, quali i presunti malati o presunti sani che ci consegna la Medicina predittiva, i “super-sani” che vorrebbe consegnarci la Medicina potenziativa, i sani e malati su traccia elettronica prodotti da un possibile uso esasperato della Information and communication technology in Sanità.
​Da qui la proposta di un nuovo termine, che diversamente qualifichi il soggetto al centro della attività mediche: il malato è senza dubbio una persona assistita, ma anche il sano è una persona assistita. Ci siamo posti e abbiamo posto una questione che non è meramente lessicale.
 
Per la prima volta, avremo un Codice Deontologico senza i “deve”, oltre che minuziosamente dettagliato: non rischia di ridursi – come da qualche parte si paventa - a un ridondante mansionario?
​Colgo gli imbarazzi di quanti non ritrovano nella proposta di revisione del Codice, ad ogni articolo, l’incipit “il medico deve”, paventando in questo diverso lessico una caduta degli obblighi verso mere raccomandazioni comportamentali.
​Non è così. E chiedo scusa per il paragone, ma la nostra Costituzione, che pure è la madre di tutte le leggi, l’architrave di tutto l’ordinamento della nostra convivenza civile, che pure parla di diritti e di doveri, forse mai usa il termine “deve”.
​Il rilievo di un eccessivo dettaglio delle norme ci richiama ad un più attento lavoro di sintesi, che cercheremo di attuare nella fase conclusiva della proposta.
 
Cos’altro vuole dire per concludere?
​Vorrei aggiungere un’ultima considerazione, che nasce dall’insieme delle precedenti: la Deontologia professionale è, per definizione, una straordinaria occasione di incontro, ascolto, tolleranza all’interno di principi condivisi. Cogliamola, questa occasione, con trasparenza, con rigore e con passione.
​Ma, soprattutto, con responsabilità e coraggio, perché è uno dei pochi strumenti che abbiamo a disposizione per conservare a questa Medicina, a questa Sanità, a questa Professione – e senza nulla voler togliere alle sensibilità e ai valori di ciascuno - quel ruolo di motore della convivenza civile intorno a un bene primario: quello della Salute.   
 
Simona Dainotto

11 ottobre 2013
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