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Enpaf. Pace (Fofi): “Per il futuro previdenziale dei farmacisti servono decisioni innovative, anche se impopolari”


Inquadramenti contrattuali differenti, disoccupazione, situazioni diverse e inedite che i farmacisti stanno vivendo e che richiedono un approccio differente rispetto al passato anche da parte del loro Ente previdenziale. Ce ne parla Maurizio Pace, segretario della Fofi e delegato del Presidente della Federazione al Consiglio dell’Enpaf”.

04 DIC - Per la professione si chiude un anno bifronte, caratterizzato da alcune novità importanti per lo sviluppo del ruolo del farmacista: la nascita del dossier farmaceutico e il ritorno in farmacia dei medicinali innovativi. Ma segnato anche dal persistere degli effetti della crisi economica generale e, ovviamente, dai fenomeni peculiari della Sanità italiana e del comparto farmaceutico: discesa dei prezzi diminuzione della redditività delle farmacie, blocco delle assunzioni e dei contratti nel pubblico impiego. E soprattutto, l’emergere di un fenomeno per lungo tempo sconosciuto ai farmacisti: la disoccupazione, che anche in aree non particolarmente colpite dalla crisi, come l’Emilia Romagna o la Liguria raggiunge, in media, rispettivamente il 7% e il 10%.

Un quadro che ha implicazioni di rilievo in ambito previdenziale e che rende necessario percorrere anche in questo campo la via dell’innovazione. Questo il pensiero di Maurizio Pace, segretario della FOFI e delegato del Presidente della Federazione al Consiglio dell’ENPAF. Maurizio Pace aveva già fatto parte del Consiglio nel triennio 1997/ 2000  triennio: un periodo ricco di cambiamenti, a cominciare dalla scelta coraggiosa di trasformare l’ente in Fondazione, una scelta che, dice il segretario della FOFI “ ha salvaguardato il patrimonio costruito nel tempo con il contributo di tutti gli iscritti, senza apporto dello Stato e che rischiava di essere svenduto per pochi soldi. Peraltro quello fu anche il triennio dove partì, condivisa da tutto il CN, una seria politica di risanamento che ha portato ai risultati che vediamo ora e che sono apprezzati dagli  organismi ministeriali che controllano l'ente”.

Dottor Pace, nuovi obiettivi e nuove istanze per la previdenza dei farmacisti sono alla portata dell’Ente?
Senz’altro sì, e il punto di svolta è stato la riunione del Tavolo con tutte le rappresentanze professionali organizzato dall’ENPAF la scorsa estate. In questo modo si è usciti da una fase di stallo in cui pareva che l’ente previdenziale dei farmacisti fosse ingabbiato nella normativa vigente al punto da rendere difficile anche soltanto la ricognizione delle difficoltà esistenti. Mi sembra fondamentale in questo senso la decisione di istituire un Osservatorio per la valutazione dei diversi aspetti critici della previdenza professionale ed è una svolta che la Federazione ha stimolato in più occasioni, sulla scorta della situazione economica e occupazionale che ci viene dipinta ogni giorno dai presidenti degli Ordini.

Però i vincoli, per l’ENPAF, rimangono e sono concreti…
Certamente, siamo consapevoli che l’ente è soggetto a criteri di equilibrio e chiunque riconosce che oggi presenta un’indiscussa stabilità economica. Temo però che non si potesse rimandare oltre la ricerca di soluzioni le novità che si sono presentate anche nel nostro settore. Oggi i farmacisti hanno inquadramenti contrattuali differenti – le collaborazioni coordinate e gli altri contratti atipici - ci sono i  titolari di parafarmacia. E aumentano i disoccupati, sia i neolaureati che incontrano difficoltà crescenti a trovare occupazione, sia i cinquantenni che perdono il posto di lavoro. Sono situazioni diverse e inedite per noi che richiedono appunto un approccio differente rispetto al passato.
Non possiamo nasconderci che il nostro ente è rimasto fermo per sessant’anni e nel frattempo il ventaglio delle opportunità di lavoro del farmacista è andato modificandosi costantemente. Vi fu un periodo, almeno fino ai primi anni novanta, in cui l’industria del farmaco poteva assorbire un certo numero di colleghi, soprattutto nell’informazione medico-scientifica, ma oggi questo è uno dei settori che lamenta le perdite di posti di lavoro più forti. Nel frattempo è nato ed è andato sviluppandosi il settore nutrizionale e quello cosmetico, ma è evidente che questi settori produttivi relativamente giovani nascono già con una struttura che vede nei contratti atipici una delle forme prevalenti di collaborazione.

E poi ci sono le difficoltà della rete delle farmacie. Quali in particolare pesano sul profilo previdenziale?
La prima e più importante, come ho già accennato, è la precarietà, che oggi purtroppo sembra essere diventata la regola: in questa situazione è impossibile chiedere a un iscritto che non sia titolare di farmacia di contribuire per 12 mesi l’anno quando è ben difficile che lui lavori continuativamente per quel periodo. Mi rendo conto che non è facile avviare un meccanismo che contemperi questa esigenza e le necessità di equilibrio, ma le cosiddette gestioni separate di altri enti professionali, come quello dei giornalisti, sono state un tentativo di risposta e vale la pena di valutarle. Peraltro queste difficoltà si vanno profilando anche per i titolari, per la perdita redditività e valore della farmacia stessa. Non dobbiamo sottovalutare il fatto che il valore realizzato al momento della cessione della farmacia è sempre stato un fattore fondamentale per garantire un vecchiaia tranquilla al titolare. Oggi questo schema non è più riproducibile, e si impone la ricerca di un sistema che garantisca un trattamento di quiescenza adeguato, distinguendo anche tra le differenti tipologie di farmacia – urbane, rurali, rurali sussidiate – che patiscono la perdita di valore in modo molto differente. E’ chiaro che occorre una riforma che spetta al legislatore ma è opportuno valutare se agendo sui regolamenti è possibile approntare almeno qualche correttivo.  Direi che l’Osservatorio proposto al tavolo dello scorso aprile sia una risposta anche a questa necessità.

Quanto al contributo di solidarietà? E’ un altro dei punti che la Federazione ha spesso richiamato.
E’ una questione annosa, che risente della peculiarità nazionale per cui quando si introduce un istituto in via sperimentale poi questo tende a diventare definitivo senza ulteriori aggiustamenti. Il problema principale è che , grazie al meccanismo di indicizzazione, aumenta annualmente il suo peso. Ma è incoraggiante il fatto che l’ENPAF si sia impegnata a valutare le la possibilità di rimodulare il contributo di solidarietà e le prestazioni che ne derivano.

Auspica novità anche sul piano assistenziale?
Obiettivamente mi sembra che l’attuale evoluzione del welfare in tutta Europa punti alla necessità di avere più pilastri, soprattutto in campo assistenziale e sanitario, dove il perimetro delle prestazioni si va riducendo e in Italia, in alcune regioni, è già di fatto largamente ridimensionato. Non a caso, si sta assistendo anche alla nascita delle prime mutue integrative non categoriali. Dovremmo interrogarci se l’Ente della professione non debba offrire a tutti i colleghi un’opportunità simile agli iscritti, prima che i colleghi interessati si rivolgano ad altre offerte già presenti.

Per il futuro, insomma si prospetta un’agenda piena di impegni.
Sì, ma uno sopra tutti: l’ENPAF deve continuare a raccogliere tutti i farmacisti, e a questo scopo  è fondamentale che tutte le componenti professionali abbiano un ruolo nella vita dell’ente e siano al centro della sua politica con i loro bisogni specifici e va dato atto alla dirigenza dell’Ente di aver imboccato con decisione questa strada. Sono convinto che  l’ENPAF  è chiamato per il futuro a svolgere, di concerto con la Federazione, una serie di scelte coraggiose, lontane dai preconcetti di chi non ha voglia di guardarsi attorno con spirito di concretezza. Considerando, soprattutto, che il singolo professionista è chiamato a farsi carico attivamente del proprio futuro previdenziale, perché non ci saranno più ancore di salvezza per nessuno. Attorno a noi tutto è cambiato e bisogna avere il coraggio di fare anche scelte impopolari nell’immediato ma capaci di garantire ai farmacisti pensionati di domani un futuro più roseo di quello che si prospetta se tutto resta com’è.  


 

04 dicembre 2013
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