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Diabete: la terapia oltre che adeguata, deve essere giusta. Una nuova guida all'appropriatezza

Varato NICE, un programma di formazione, educazione e comunicazione ideato da Amd (Associazione Medici Diabetologi) e dedicato ai medici, specialisti e non. Obiettivo: migliorare le conoscenze degli specialisti e l’organizzazione dell’assistenza, tenendo conto dei bisogni della persona con diabete.

31 GEN - Non sempre la terapia ‘corretta’ è quella più ‘adeguata’ per un determinato paziente; la migliore cura è sempre quella cucita su misura dell’individuo al quale viene prescritta. Il che significa tener conto del suo stile di vita e delle sue reali necessità. E’ da questi presupposti che prende le mosse NICE (Need Is Core of Effectiveness), un progetto educativo, formativo e di comunicazione, ideato da Amd allo scopo di migliorare le conoscenze degli specialisti e l’organizzazione dell’assistenza, tenendo conto dei bisogni della persona con diabete.
 
“Studi quali UKPDS, Accord e Advance – ricorda Antonio Ceriello, presidente dell’Amd – hanno dimostrato gli enormi vantaggi di una cura precoce e intensiva del diabete; agire tempestivamente consente di ridurre il rischio delle complicanze della malattia. In particolare, un trattamento intensivo del diabete, giocando con almeno 5 anni in anticipo, consente di abbattere le complicanze cardiovascolari del 40%, secondo i risultati dello studio STENO-2”.
 
In linea con questa filosofia, già nel 2009, Amd aveva dato vita al progetto ‘Subito!’, che aveva lo scopo di operare un cambiamento culturale, e quindi di pratica clinica, nell’approccio al trattamento del diabete; anche in questo caso lo ‘strumento’ consisteva in un approccio tempestivo ed aggressivo al trattamento del diabete, fin dal momento della diagnosi. “Tuttavia – sottolinea Ceriello – trattare subito la malattia, è solo una parte del successo. Fondamentale infatti è trattare in maniera appropriata. In questo NICE rappresenta il naturale completamento del progetto ‘Subito!’. Ma non solo. NICE potrebbe diventare un progetto pilota per l’approccio a tutte le patologie croniche, quali quelle cardiovascolari o la BPCO”.

 
“I numeri del diabete sono in crescita esponenziale – ha ricordato Nicoletta Musacchio, vicepresidente AMD – Secondo l’International Diabetes Federation (IDF), in Italia nel 2000 vi erano 3,125 milioni di persone con diabete; oggi si parla di 3,626 italiani con la malattia e le proiezioni per il 2035 prevedono un incremento del 40% della popolazione diabetica, che potrebbe arrivare nel nostro Paese a 4,354 milioni di individui”.
Al momento in Italia si spendono per il diabete 11 miliardi di euro l’anno, così ripartiti: il 57% per la voce ricoveri ospedalieri, generati dalle complicanze della malattia; il 29% per farmaci antidiabetici e per il trattamento di fattori di rischio associati, quali ipertensione e dislipidemie; il 14% per prestazioni specialistiche (fonte: Osservatorio ARNO Diabete, Rapporto 2011).
 
“Quello che preoccupa, vedendo i dati della Lombardia ad esempio – prosegue la Musacchio – è che i pazienti con patologie croniche (1 su 5 è una persona con diabete), pur rappresentando appena il 27,5% della popolazione generale, generano da soli circa il 70% della spesa sanitaria”.
L’assistenza alle persone con diabete in Italia è di buon livello, come dimostrano i dati del Rapporto Annali Amd, con un Q-score (un indice che misura la performance dei centri di diabetologia e quindi l’efficacia nel prevenire le complicanze del diabete) che, dal 2004 al 2011, è passato dal 21,4 al 24,7 (25 è il cut off, al di sopra del quale si riduce il rischio di complicanze e al di sotto del quale aumenta).
 
“Questi dati tuttavia – sottolinea Ceriello – ci dicono anche che c’è ancora un ampio margine di miglioramento per raggiungere una maggior appropriatezza delle cure. Dagli Annali ad esempio risulta che ancora il 50% delle persone con diabete presenta un valore di emoglobina glicata superiore al 7%, certamente meglio di quanto accade in altri Paesi, quali gli Usa, ma ancora da migliorare. E ancora, un ultra -75enne con diabete su 3 è ancora in trattamento con le vecchie sulfaniluree che, pur se efficaci nel ridurre la glicemia, espongono al rischio di crisi ipoglicemiche e alle loro conseguenze (es. frattura di femore da caduta a terra)”.
 
“La terapia - sottolinea la Musacchio - deve tener conto delle caratteristiche del paziente, come l’età avanzata e loro fragilità; la sola efficacia non è un criterio sufficiente per la scelta di un trattamento. Non basta che la cura sia adeguata: deve essere una cura giusta”.
E proprio per mettere a punto e implementare il concetto di cura ‘giusta’ che il progetto NICE intende coinvolgere tutti gli attori del sistema: non solo specialisti, ma anche medici di famiglia, direzioni sanitarie, associazioni di persone con il diabete. “Il primo passo – evidenzia Roberta Assaloni, Coordinatrice del Gruppo Appropriatezza Amd – consiste nel tracciare il profilo della persona, identificandone i bisogni reali e le fragilità; quindi si passa alla personalizzazione degli obiettivi di compenso glicemico, in base all’età, alla presenza di complicanze, alle comorbilità e fragilità presenti; ma anche valutando il profilo metabolico, lo stile di vita del paziente, il contesto assistenziale e naturalmente con un occhio attento alla sostenibilità”.
 
Gestione appropriata, intesa come gestione personalizzata del diabete, dunque. “A partire dall’algoritmo per la terapia personalizzata, messo a punto nel 2011 dall’Amd – anticipa Ceriello – verranno sviluppati degli strumenti per facilitare la prescrizione di una cura appropriata e giusta, da condividere con tutte le figure coinvolte nella gestione della persona con diabete”.
 
Maria Rita Montebelli

31 gennaio 2014
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