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Infermieri. Il problema è che li paghiamo poco rispetto alla loro professionalità

All’evoluzione formativa della professione non sono seguiti gli sperati ed incentivanti stimoli  di miglioramento, riguardanti differenti percorsi o sbocchi professionali sia nell’ospedale che nel territorio, fatta eccezione  per i pochi “contentini” a pochi eletti

25 GIU - Ho letto con molta attenzione l’articolo di questo quotidiano a firma di Ivan Cavicchi in cui, con estrema lucidità e chiarezza, viene individuata la situazione di estremo disagio percepito  dalla categoria infermieristica  a fronte di alcune proposte governative, che non riguardano la  promozione, sia economica che  di competenze per questa categoria professionale, ma piuttosto, come obietta Cavicchi, una dequalificazione e una deprofessionalizzazione degli attori principali dell’assistenza  in front-line
 
Come mio approccio di valutazione, vedo in queste strategie governative e d’iniziativa parlamentare una ulteriore politica del “tirare a campare” poiché  i successivi provvedimenti   non   focalizzeranno  il problema nella giusta e specifica dimensione e peculiarità della classe infermieristica
 
Nel caso specifico è necessario  ripercorrere  storicamente  le direttrici legislative o normative italiane ed europee  che hanno riguardato la categoria infermieristica, sia in termini di scolarità necessaria ed utile per acquisire il titolo, sia in competenze operative  specifiche della categoria.

 
Negli anni cinquanta –sessanta, le scuole convitto degli Enti ospedalieri, con l’obbligo di permanenza in loco, erano la forme prevalenti di scuole sanitarie dedicate, per statuto interno, alla didattica, pratica ed assistenza dell’ammalato spedalizzato.
La durata era, inizialmente, due anni, poi successivamente passò ai tre.
La scolarità iniziale era di cinque anni, poi successivamente passata agli otto anni (licenza scuola media inferiore)
 
L’elemento discriminante della scuola convitto, era quello della preclusione dell’infermiere professionale,  questa normativa fu successivamente abolita in virtù di parità tra sessi.
Negli anni settanta con l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario e successivamente  con l’attuazione dell’accordo europeo sull’istruzione e formazione delle infermiere adottato a Straburgo ed attuato con la L.325 del 19 Dicembre 1973 fu introdotta una scolarità di dieci anni (idoneità 3 anno scuola media superiore ) per accedere alla scuole ospedaliere  di formazione assistenziale.
 
Negli anni novanta con la  riforma universitaria  e l’applicazione della normativa europea  per la formazione del personale di assistenza infermieristica è stata prevista una scolarità di tredici anni per accedere ai corsi universitari (tre anni) che rilasciano attestato universitario professionale inerente l’attività infermieristica
Questa continua evoluzione e necessità di acquisire una sempre maggiore preparazione intellettuale e formativa, doveva di fatto interagire con la necessità di acquisire  maggiori competenze  professionali  e lavorative
Le due correlazioni  non hanno mai avuto lo stesso andamento.
 
Di fatto le competenze professionali infermieristiche  sono rimaste ferme  alla Legge 157 del 18 giugno 1974 per cui nel mansionario  ricorrono prevalenti  competenze burocratiche: compilazione, registrazione, tenuta e controllo e sorveglianza  oltre a  poche e non esclusive funzioni  tecniche  e manuali  d’intervento.
 
Questo arretramento datato  di competenze nei confronti all’evoluzione formativa della professione non ha portato gli sperati ed incentivanti stimoli  di miglioramento, riguardanti differenti percorsi o sbocchi professionali sia nell’ospedale che nel territorio, fatta eccezione  per i pochi “contentini” a pochi eletti. Se oltremodo andiamo ad individuare il rapporto numerico in corsia tra medico ed infermiere ci accorgiamo che l’Italia, insieme alla Grecia, rappresenta una anomalia nel contesto Europeo con il rapporto 1:1, in un contesto medio di 1: 7-8
 
Pertanto una  delle due categorie professionali è potenzialmente sovrastimata , o altrimenti tutte e due le categorie sono demansionate e sottostimate, o altrimenti come afferma Ivan Cavicchi, l’attività medica ed infermieristica  in ospedale è ridotta ad attività di mera esecuzione, in cui la classe medica preponderante corrode in modo rilevante l’autonomia e la professionalità alla classe infermieristica.
 
In una sanità prossima e futura  che sarà sicuramente  predittiva, preventiva ed altamente tecnologica, le due figure possono trovare una giusta allocazione, ognuna nelle proprie e ben definite competenze. Ma sarà compito della politica definire e remunerare adeguatamente i rispettivi ruoli.   
 
Mauro Quattrone
Consulente direzionale forecasts & planning management

25 giugno 2014
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