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DG e Governance. Ristabilire il principio di responsabilità in base al quale chi sbaglia paga

di Roberto Polillo

I diversi soggetti coinvolti nel campo istituzionale sanitario oggi sono obbligati, come nel dilemma del prigioniero, a compiere scelte che minimizzino il danno non potendo esporsi al rischio di perdere tutto optando per una azione “one-shot” protesa alla massimizzazione del vantaggio.
 

10 LUG - Confucio in una sua massima dice che “La porta è la via d’uscita, perché nessuno vuol servirsene?” In sanità la risposta potrebbe essere che nessuno apre la porta, in quanto uscire sarebbe peggio che restare. Ed infatti i diversi soggetti coinvolti nel campo istituzionale sanitario (professionisti, managers, politici, complesso sanitario industriale privato e ad ultimo come fanalini di coda i cittadini-utenti-clienti così chiamati a seconda dei diversi contesti) sono obbligati, come nel dilemma del prigioniero, a compiere scelte che minimizzino il danno non potendo esporsi al rischio di perdere tutto optando per una azione “one-shot” protesa alla massimizzazione del vantaggio.

È allora risibile pensare che nella guerra di posizione che oppone professionisti (o meglio dire le elites dei professionisti che solo formalmente rappresentano la categoria nel suo complesso) e amministratori/politici (non esistendo una classe di amministratori in grado di decidere in autonomia rispetto ai politici di riferimento) la soluzione migliore ed auspicabile e in un certo senso indispensabile per rivitalizzare l’asfittico Ssn sia quella di riportare indietro le lancette della storia, quando a decidere delle carriere erano i potentati locali che si contendevano la presidenza dei diversi concorsi. Fu quella, per coloro che l’hanno vissuta, una pagina altrettanto buia della presente perché le carriere, ovvero sia i primariati e a calare gli aiutati e le assunzioni, erano assegnate quasi esclusivamente e con poche eccezioni in rapporto alla forza delle elites locali (equamente rappresentate da sindacati medici, politici, organizzazioni clericali) che attraverso quelle nomine stabilivano di volta in volta chi fosse lo stakeholder di turno.


La situazione divenne talmente penosa che la Cgil Medici del tempo decise per protesta di uscire dalle commissioni di esami dove si verificava, quasi sempre, un abominevole mercato delle vacche.

Se questa è la situazione e se a nulla è servito il processo di pseudo-aziendalizzazione delle Asl dove chiudere i bilanci in rosso, amministrare con sciatteria o dilapidare le risorse pubbliche non comporta sanzione alcuna per gli autori a meno che non intervenga la magistratura, è allora chiaro che la “permanenza” in una situazione di de-responsabilizzazione dei diversi attori è il male minore che ha finora impedito di prendere la pur visibile porta di uscita. E a tale situazioni non sembra siano riusciti a porre rimedio nemmeno i numerosi DG provenienti dalle file dei medici a ulteriore dimostrazione della “viscosità” e “plasticità”del contesto sanitario nostrano.

E allora il problema rimane quello più volte rappresentato, ovvero sia che in un sistema in cui:

1.    non sono chiari gli obiettivi di salute perché la medicina è esclusivamente  riparatrice e per nulla orientata alla prevenzione della malattie. E questo  anche in virtù della forza del complesso industriale farmaceutico che spinge verso questa direzione,  essendo i propri profitti realizzabili solo in un contesto di cura ex-post. “ vita lunga e malaticcia” era il motto di un farmacista del vecchio quartiere Monti di Roma dove cominciai molti anni orsono ad esercitare la professione di medico di medicina generale; una massima che ben rappresentava e continua a rappresentare il paziente ideale per chi svolge quel determinato tipo di attività

2.    non sono adeguati e chiari gli indicatori con cui valutare il lavoro sanitario per la preferenza accordato al numero di prestazioni prodotte del tutto indipendentemente dalla loro appropriatezza. E quindi si trascura l’aspetto fondamentale del lavoro sanitario ovvero sia lo scambio tra i diversi saperi, le relazioni tra professionisti delle diverse discipline che devono essere costantemente implementate e la definizioni di protocolli diagnostico-terapeutici prodotti e validati negli specifici contesti

3.    non sono definite con chiarezza le responsabilità , anche di natura pecuniaria, a cui andranno incontro gli amministratori sciatti o infedeli che gestiscono  scorrettamente le risorse pubbliche

4.    non sono definite con altrettanto rigore le responsabilità dei politici che nominano e non rimuovono tempestivamente i direttori generali  incapaci; politici  per i quali invece dovrebbero essere applicate le norme del cosiddetto “ fallimento politico” che impediscono la ricandidatura e l’assunzione di ulteriori cariche pubbliche.

In tale contesto servono scelte coraggiose e del tutto inutili sono le alchimie basate su un nuovo bilanciamento dei poteri locali per ristabilire vecchi privilegi. Quello che serve è una vera rivoluzione civile che ristabilisca una volta per sempre il principio di responsabilità in base al quale chi sbaglia paga e chi sbaglia nel pubblico paga due volte di più e non di meno.

Roberto Polillo

10 luglio 2014
© Riproduzione riservata


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