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Patto Salute. Lavoro e riforma: due concetti che dovrebbero coincidere

Secondo Claudio Montaldo, assessore alla Sanità in Liguria, il Patto per la Salute rappresenterà "una rivoluzione per il personale del Ssn". I rischi sono però dietro l'angolo. "Il suo cambiamento passa per i costi standard e nulla più"

31 LUG - Un’intervista di QS (23 luglio) a Claudio Montaldo è passata un po’ sotto silenzio, nonostante dica delle cose importanti e inviti a riflettere .Non mi interessa confutare a Montaldo quelle che lui definisce le “opportunità” offerte dal patto perché nel momento in cui lo stesso assessore le subordina alle “condizioni di sostenibilità”...mi vien da dire, soprattutto dopo le dichiarazioni di ieri di Cottarelli, se son rose fioriranno...ne riparleremo ...e dopo la possibile manovra di autunno.

Ciò che mi interessa è esaminare il suo pensiero interpretando i significati delle sue parole con ciò facendo mia la lezione del 900 che ci ha insegnato a conoscere la mente attraverso il linguaggio. Montaldo definisce “svolta sostanziale” del patto, pari per importanza alla “sostenibilità economica” quella che ha che fare con “l’erogazione delle prestazioni”, ”il personale Ssn” “gli standard di fabbisogno” “ le quote del turn over” “gli standard retributivi”. Montaldo non usa mai il termine “lavoro” e secondo me non è un caso ..almeno non lo usa nell’accezione in cui lo uso io intendendo il lavoro in sanità un capitale che sino ad ora è stato impiegato in modo vecchio, dentro modelli superati di tutela, con forme anacronistiche di organizzazioni, in professioni fortemente in crisi, cioè un sistema di valori regole e criteri il cui uso va riformato .Per me lavoro e riforma sono la stessa cosa.


Per Montaldo no il lavoro non va riformato ma standardizzato sia dal punto di vista degli organici che delle retribuzioni. La sua “rivoluzione” o il suo “salto culturale” passa per i costi standard nulla di più e questo spiega perché nel suo linguaggio la parola lavoro è sostituita da una strana espressione sinonimica. “erogazione delle prestazioni“.

Ma andiamo per ordine Montaldo dice che il “tema” è quello della “fornitura”.. di utilità quindi non della loro “produzione” del valore, cioè il problema è, a partire dal lavoro come è storicamente, fornirle e dispensarle. Il che vorrebbe dire che se il lavoro fosse solo erogazione i lavoratori sarebbero solo dei fornitori altrimenti detti “prestatori d’opera” .Personalmente non sono d’accordo con questa visione del lavoro, la giudico una visione povera e al disotto dei grandi drammi che stanno investendo proprio il lavoro in sanità e quindi la sanità come sistema.

Oggi per me il lavoro professionale storicamente determinato, è spiazzato da una parte da tanti cambiamenti della domanda sociale e dall’altra da forti limiti soprattutto economici all’offerta di tutele .In ragione di ciò molti sono i fenomeni come il contenzioso legale ,la medicina difensiva, la burocratizzazione, le deontologie regressive, il demansionamento che ci dicono che il lavoro professionale è in crisi perché non è più in grado di mediare il difficile rapporto tra limiti e diritti. E’ per dotarlo di nuove capacità che nasce la necessità urgente di riformarlo nei suoi vari aspetti giuridici contrattuali,organizzativi, deontologici,formativi, economici.

Per Montaldo il problema sembra essere un altro ed è quello della “standardizzazione del lavoro come è” cioè si tratta di quantificare una certa utilità prestazionale.Ne è così convinto da propone un principio metodologico inedito quanto problematico: “si introducono livelli standard di personale per ogni livello di assistenza al fine di determinare i fabbisogni” .Fino ad ora la manualistica ,soprattutto quella relativa alla programmazione sanitaria, ha sostenuto esattamente il contrario :prima si stabiliscono i fabbisogni e da questi si deduce il lavoro necessario in quantità e qualità professionali ,nelle modalità delle prassi, e nelle forme organizzative.

Ad aumentare le perplessità c’è un’altra frase interessante dell’assessore : “questo non significa che devono saltare i conti per assumere più personale, ma che questo processo va accompagnato a misure efficaci di riorganizzazione. Soprattutto possiamo finalmente iniziare a confrontare non solo il numero di persone che lavorano nei vari settori, ma anche i livelli retributivi.” .Tralascio la questione degli standard retributivi lasciandola ai sindacati ,ma mi pare che il senso del pensiero del nostro assessore sia inequivocabile: in ragione della sostenibilità economica si determineranno gli standard di personale sostanzialmente in un regime di blocco del turn over e i loro standard retributivi e in funzione di tali standard si dovranno riorganizzare i servizi, perché questa è l’unica condizione per non sballare con i conti.

Se il linguaggio rivela la mente cosa hanno in mente le regioni? Hanno in mente una logica lineare nella quale l’explanandum del malato e dei suoi bisogni,cioè la domanda,è sostituito da quello degli standard di sostenibilità rispetto ai quali il fabbisogno di tutele sarà linearmente sub veniente. Ma possibile mai che non ci sono altre strade o alternative? Perché se questa è la strada per il lavoro saranno cavoli amari. Eccome se ve ne sono ma esse dalle regioni non sono percepite ne come concepibili e ne come possibili. Per cui non esistono. Quando Montaldo dice che la questione dell’erogazione delle prestazioni è pari come importanza al tema della sostenibilità ha ragione ma nel senso che le due questioni diventano una. Con questo patto ne vedremo delle belle.

Ivan Cavicchi

31 luglio 2014
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