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Ebola. Accoglienza e tutela sanitaria: una sfida complessa

Le dimensione del fenomeno sono tali da determinare disfunzioni e inadeguatezze, comprensibili per un Paese che deve fare, con le sole sue forze, da cancello aperto all’Europa comunitaria, dalla quale non riceve il benché minimo contributo.

01 AGO - Un’accoglienza solidale da primato è ciò che sta garantendo il Paese agli sbarchi dei clandestini in fuga dalla loro patria, spesso preda delle ribellioni e della povertà che uccide tutti, ivi compresi tanti bambini. Il sud, principalmente la Sicilia e la Calabria, stanno dando prova di una civiltà esemplare e i loro cittadini dimostrano una generosità encomiabile, difficile da riscontrare altrove.

Tante le vite strappate alla morte dalla nostra Marina militare in senso lato, ben collaborata da quei contadini di mare, dai visi segnati dalle profonde rughe fatte di sole e salsedine, che formano la flotta peschereccia. Numerosi i morti che si contano e tantissimi quelli che purtroppo non si conoscono.
A fronte di tutto questo una organizzazione che presenta qualche naturale limite nel garantire una ospitalità adeguata, senza con questo colpevolizzare alcuno. Le dimensioni del fenomeno, peraltro con incrementi da preventivare in proporzioni geometriche, sono tali da determinare disfunzioni e inadeguatezze, comprensibili per un Paese che deve fare, con le sole sue forze, da cancello aperto all’Europa comunitaria, dalla quale non riceve il benché minimo contributo. Non solo.


Sta maturando una emergenza della quale non si è finora tenuto conto e nei confronti della quale necessita individuare una procedura precauzionale, da istituirsi purtroppo a regime, vista la indeterminatezza temporale del fenomeno. Tale procedura dovrebbe riguardare l’intensificazione delle cautele sanitarie degli addetti ai soccorsi, alcuni dei quali già infestati dalla reintrodotta tubercolosi, e di coloro i quali vengono routinariamente in contatto con gli immigrati, anche in relazione ai loro futuri e spesso furtivi trasferimenti verso il nord Europa. Non basta.

Invero, attesa la diffusione del virus dell’ebola, per molti versi incontrollata, occorrerebbe prevedere l’esame autoptico, reso obbligatorio d’autorità attraverso disposizioni ad hoc, dei cadaveri di quei poveri clandestini che non ce l’hanno fatta. Ciò in quanto il temibile virus di questa terribile patologia, altamente infestante, è presente in tutta l’Africa occidentale, da dove provengono non pochi clandestini, ove dilaga tanto da avere colpito anche qualcuno degli operatori sanitari missionari. Di recente, infatti, è morto il medico-eroe che ha lottato per anni contro l'ebola nella Sierra Leone, uno dei Paesi più contagiati unitamente alla Guinea e alla Liberia.

Da qui il pericolo di una diffusione che metterebbe in ginocchio le popolazioni più prossime alle porte d’accesso di mare e di terra, dal momento che allo stato il sistema sanitario nazionale non è affatto pronto a fronteggiare una tale possibile epidemia. Altri Paesi europei, Gran Bretagna in testa, si stanno preparando ad affrontare il problema assumendo misure emergenziali in tal senso, pur sapendo che il pericolo di invasione epidemica è allo stato remoto.

Un’autopsia mirata a regime sui corpi dei poveretti, comunque arrivati sul nostro territorio, non sarebbe affatto da disdegnare, non solo come diretta precauzione interna ma anche per salvaguardare al meglio lo stato di salute dei loro compagni di viaggio, che potrebbero essere stati inconsapevolmente colpiti da qualche patologia infettiva, altrimenti non accertata. Un modo per pretendere che l’UE assuma contezza della umanità e della tutela a 360° che il nostro Paese garantisce in favore dei sopravvissuti e della sanità pubblica comunitaria.
 
Ettore Jorio
Università della Calabria
 

01 agosto 2014
© Riproduzione riservata


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