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Medicina narrativa o story telling? Un convegno dell’Anaao per cominciare a raccontare il mestiere delle cure

Un contributo di storie e riflessioni sulla nostra professione medica che resta una scelta difficile, un lungo tragitto di studi, sublimazione di aspettative e vocazioni per un futuro sempre più incerto e competitivo. Di tutto questo si parla oggi a Torino

19 DIC - Yoana, 26 anni, ieri al primo turno pomeridiano da medico in formazione. Di origine bulgara, venuta in Italia da bambina con la mamma e suo fratello  alla ricerca di una vita migliore, studiosa, laurea col massimo dei voti, voleva fare la pediatra. Ha iniziato così a frequentare l’ospedale,  pronta a dedicarsi ai bambini. Da ieri, per il noto inconveniente nei  test di accesso alla specializzazione, è entrata invece a Ginecologia.
 
Ci troviamo in sala parto, la  specializzanda senior le mostra come eseguire una sutura di lacerazione perineale, poi si lava in sala da terzo operatore su un TC.  Giovani reclute al battesimo della professione ostetrico-ginecologica, facce nuove di fronte ai tempi lunghi che portano alla nascita, di fronte a gesti antichi, poche parole, si impara sul campo a sorvegliare con discrezione il benessere materno fetale,  a guardare negli occhi donne alle prese con un fenomeno tanto “innato “ quanto imprevedibile. Si rendono conto in tempo reale della materia di cui sarà fatto il loro lavoro in ospedale, se si potrà ancora in futuro parlare di queste due entità, lavoro ed ospedale, con le categorie che quelli come noi, a fine corsa, ancora intendono.

 
E’ in questo luogo che si imparano i protocolli in caso di violenza sessuale, le ecografie, la contraccezione di emergenza, la diagnosi di addome acuto, le metrorragie sia ostetriche sia ginecologiche, la comunicazione dell’evento infausto in caso di morte endouterina, e così via. E’ da questo osservatorio, soprattutto in  PS , molto diverso dal setting che si studia nei libri!-, che il giovane laureato realizza plasticamente quello che oggi significa per lui la scelta di questa professione.
 
Il mestiere delle cure: una scelta difficile, un lungo tragitto di studi, sublimazione di aspettative e vocazioni per un futuro sempre più incerto e competitivo. Negli ultimi decenni, in preda alla retorica dell’antiretorica, abbiamo rifiutato le immagini letterarie dei dottori del secolo scorso, le reminiscenze alla Fucini, i grandi Maestri, la Medicina come missione, a poco a poco contagiati da certa filmografia di  costume sui (pochi) dottor Terzilli che hanno portato quasi in diretta alla fiction televisiva su Brega Massone.  E della sostanza di cui sono fatti i giorni di corsia e le notti di guardia della moltitudine dei curanti non si è più parlato. Di come si apprende, si comunica, si condividono funzioni e parametri  vitali,  le veglie a spiare le più piccole modificazioni dell’organismo, il dolore e la speranza.
 
Dopo decenni di governi clinici, di aziendalismo, di economicismo, di piattaforme contrattuali, a un passo dalla fine di un universo solidaristico che governi autistici e governatori dissennati non hanno il coraggio di ammettere  già derubricato, la salvezza  di questo mondo, oramai escluso da  qualunque dialogo e condivisione , sta nel raccontare, invece.  Far sentire  tutta la responsabilità, l’imprescindibilità e la sicurezza  che oramai la nostra sola presenza dà ad un paese svuotato e distrutto da evasioni, devolutions e razzie.
 
Come si può parlare di necessità di lavoro e di ripresa senza riconoscere che questo lavoro medico di cura, che già c’è  e che si tenta di azzerare di nascosto a colpi di manovre, agisce da anni come ammortizzatore sociale per tutti, governo compreso? Raccontare di noi.  Individuare  altri interlocutori: storici, filosofi, sociologi, commentatori . In fondo, raccogliere storie è sempre stato il nostro mestiere,  il  mestiere delle cure: è da quello che facciamo che, per essere ancora credibili, dobbiamo ricominciare. Per  continuare a curare.
 
Sandra Morano
Ginecologa Ricercatrice  Università di Genova

19 dicembre 2014
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