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Il calvario del giovane medico ospedaliero. Dalla lotta per il posto “fisso” alla pensione “beffa”

L’ultima mazzata l’abbiamo avuta con le norme sull’Iva del Governo Renzi. Ma certo il nostro cammino è segnato da ostacoli e contraddizioni professionali incredibili. Dal doppio regime fiscale al doppio regime previdenziale. E se alla fine fosse meglio essere tutti convenzionati come i medici di famiglia?

16 GEN - Nel leggere la notizia della “mazzata” della legge di stabilità che prevede l’aumento della tassazione per le partite IVA dei giovani professionisti, non abbiamo potuto fare a meno di fare una riflessione sulla situazione fiscale, ma anche previdenziale, del giovane medico, ovvero un pot-pourri davvero inaccettabile.
 
Prendiamo ad esempio un neolaureato tipo: 25 anni, nessuna esperienza lavorativa precedente, il suo sogno nel cassetto è quello di diventare un dipendente ospedaliero del SSN (anche se di questi tempi ci vuole davvero coraggio…). Appena laureato, superato l’esame di stato, si iscrive all’Ordine dei Medici e nello stesso tempo obbligatoriamente all’ENPAM, alla quale versa annualmente la quota A.
 
In attesa di tentare la lotteria delle scuole di specializzazione, comincia a svolgere i primi “lavoretti” (prelievi ematici, sostituzioni, guardie). L'inquadramento fiscale è da libero professionista con partita IVA a regime agevolato, mentre quello previdenziale prevede il versamento della quota B all’ENPAM. Dopo qualche mese il nostro giovane medico riesce a entrare in scuola di specializzazione, quindi per 5 anni non ha regime fiscale di riferimento percependo una borsa di studio esentasse, ma dovrà versare contributi alla gestione separata INPS (ovvero quella dei lavoratori autonomi).

 
Una volta specializzatosi, per lavorare deve riaprire la partita IVA, rimanendo in attesa di un lavoro in corsia, che arriva dopo qualche mese come contratto libero-professionale di “consulenza” in ospedale; il nostro specialista verserà dunque nuovamente la quota B dell’ENPAM. Il guadagno netto? Più basso della borsa di studio che percepiva come specializzando.
 
Dopo un anno finalmente riesce a uscire dalla “palude” del suo contratto di collaboratore e gli viene proposta una convenzione SSN da specialista ambulatoriale; il posto di lavoro è assurdamente lo stesso di prima, ma si guadagna di più e si è più tutelati. Anche se di “ambulatoriale” c'è poco o niente, il gioco vale la candela. Ora, dunque, il nostro specialista verserà i suoi contributi presso il Fondo speciale ENPAM degli specialisti ambulatoriali e pagherà le tasse da convenzionato SSN.
 
Finalmente, dopo 3 anni, il sogno del giovane medico si realizza: vince un concorso pubblico e diventa un dipendente del SSN a tempo indeterminato. Il suo istituto di previdenza principale sarà l'INPS–ex INPDAP, mentre l'ENPAM ora ricoprirà un ruolo marginale con la sola quota A. Con le regole attuali, potrà optare al momento della pensione (con la flebile speranza che non cambino le leggi) per la totalizzazione gratuita dei suoi contributi previdenziali. Fondo di previdenza generale (Quota A e quota B), fondo specialisti ambulatoriali, INPS (ex-INPDAP), gestione separata INPS. Ben cinque versamenti diversi, ma tutto sommato cadrà in piedi.
 
Questo esempio è la fotografia dei giovani medici italiani, di come debbano accettare assurdità fiscali e previdenziali per poter lavorare nel servizio sanitario nazionale.
La partita IVA per i giovani medici in attesa di una condizione lavorativa migliore poteva essere appena accettabile con il regime fiscale agevolato, ma il governo Renzi, quello che si dichiara “per i giovani”, ha cancellato questa possibilità con un colpo di spugna. Come si può accettare una collaborazione libero-professionale che prevede le stesse responsabilità del dipendente, ma con un trattamento economico praticamente equivalente a quello degli infermieri?
 
Questo tipo di contratti andrebbero vietati nel SSN e l'ANAAO lo chiede a gran voce da tempo, perché davvero svilenti la professionalità del giovane medico e non tutelanti i più elementari diritti del lavoratore, come la malattia e la gravidanza. Senza parlare, poi, del caso degli specialisti ambulatoriali in corsia: totalmente illogico.
 
Il giovane medico va assunto da subito alle dipendenze, senza se e senza ma. Oppure, considerato che in corsia i convenzionati già ci finiscono, perché non trasformare il contratto di dipendenza in contratto di convenzione per tutti i medici del SSN, così come avviene per i medici di medicina generale? Sono convinto che ci sarebbe più flessibilità lavorativa per i giovani; l'ENPAM diventerebbe l'unica grande cassa previdenziale per tutti i medici, mettendo fine al dualismo con l'INPS ed eliminando alcune regole previdenziali assurde, davvero incomprensibili.
 
Per citarne una, che senso ha la gestione separata INPS per gli specializzandi? Il medico in formazione non è un lavoratore, eppure versa i suoi contributi sia all'ENPAM quota A sia a una gestione (separata INPS) che non gli apparterrà mai più e mai potrà appartenergli, se non effettuerà la scelta radicale di lasciare il camice ed aprire un negozio.
 
L'appartenenza obbligatoria all'ENPAM del dipendente SSN è stata sancita da due sentenze della Corte Costituzionale (707/88 e 88/95), pertanto, volenti o nolenti, l'ENPAM accompagnerà il giovane medico tutta la vita. Perché, alla luce di questa considerazione, non lasciare la facoltà di scelta ENPAM-INPS al medico in formazione stesso, all'atto dell'iscrizione alla scuola di specializzazione, a seconda delle sue aspirazioni future? Perché, è bene ricordarlo, non tutti gli specialisti diventeranno dipendenti del SSN! È vero che sarà possibile la totalizzazione dei contributi, ma perché “incasinarci” la previdenza e stare con i piedi in due staffe?
 
Abbiamo notato con piacere gli sforzi fatti dai due principali enti previdenziali dei medici per proporre la cosiddetta “busta arancione”, ossia un documento con cui il contribuente è in grado di sapere quanto ragionevolmente può aspettarsi dal suo futuro assegno pensionistico. Siamo ancora agli inizi, ma le premesse sono buone.
 
Inoltre è bene sensibilizzare il giovane medico sull'opportunità di un fondo di pensione integrativa da aprire il prima possibile. Scordiamoci, noi trentenni, gli assegni pensionistici retributivi dei nostri genitori: già oggi le stime ci dicono che percepiremo un assegno al 45% dell'ultimo stipendio ricevuto. In quest'ottica sarebbe opportuno, sempre all'atto dell'iscrizione alla scuola di specializzazione, proporre al novello medico in formazione un fondo pensione complementare convenzionato, in modo da sensibilizzarlo già da subito sull'importanza dei contributi previdenziali integrativi. Su questo l'ENPAM è già avanti, proponendo il proprio fondo integrativo “Fondo Sanità” che di primo acchito sembrerebbe una buona scelta tra le proposte di mercato.
 
Infine ci sia permessa una riflessione personale. Prima del 1995, anno della riforma pensionistica Dini, il sistema era senz'altro troppo sbilanciato e non sostenibile: troppo bassa l'età pensionabile, troppo alto l'assegno percepito. Noi giovani medici non possiamo che vedere a quei tempi con profondo dispiacere, amarezza e un pizzico di rancore, per come la generazione politica di allora ci abbia rovinato il futuro pensionistico: perché come è vero che il sistema non era sostenibile per lo Stato, ora non è più sostenibile per noi giovani medici, che dovremo faticare in corsia fino a 70 anni e che, una volta in quiescenza, percepiremo una pensione che sarà meno della metà di quella retributiva.
 
Matteo d'Arienzo
Coordinatore Regionale Anaao Giovani Emilia Romagna
 
Domenico Montemurro
Responsabile Nazionale Settore Anaao Giovani

16 gennaio 2015
© Riproduzione riservata


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