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Troise (Anaao): “Serve un nuovo ‘Patto’ con il lavoro professionale”

di Costantino Troise

Un patto con parole d’ordine sempre nuove come qualità formativa, lotta al precariato, diverso inquadramento della responsabilità professionale, migliori condizioni di lavoro. Ma anche rispetto per la solitudine professionale, civile e  sociale dei medici gli unici a contenere la forbice tra crescita della domanda di salute e riduzione delle risorse umane e materiali a disposizione

28 GEN - All’inizio di ogni anno i venditori di almanacchi diffondono auguri, auspici e buoni propositi, facili a trasformarsi in illusioni. Come dice Gramsci “si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria” ad ogni voltare pagina di calendario. Invece, la politica sanitaria rimane dominata dalla eredità di un passato che non passa, una crisi profonda che  attraversa la professione come un fiume carsico, tra conflitti a bassa intensità, sussurri più che grida, emersioni sporadiche, come accadde il 27 ottobre 2012.
 
E non si vedono all’orizzonte del nuovo anno fattori in grado di invertire il corso dei fatti. Non la modifica del titolo V, oggetto ancora misterioso che non nasce da una analisi del passato e non ne fa tesoro. E nemmeno il patto della salute, frutto della concertazione secretata tra due livelli istituzionali che hanno trovato un compromesso sul finanziamento,peraltro già in discussione, ed un accordo su standard ospedalieri già adottati da molte regioni. Una partita giocata senza di noi, mirando a decidere, se del caso, contro di noi, che continua a tagliare i posti letto, ostacolando l’accesso dei cittadini alle cure, peggiorando le condizioni di lavoro, alimentando la crisi infinita dei DEA, e le strutture complesse e semplici, fermandosi, come sempre, alle soglie dei santuari degli universitari che, come dice il CUN e certifica la composizione del CSS voluta dal Ministro, sono più uguali di noi. E la delega dell’art. 22, ancora da scrivere, è già pesantemente ipotecata da MIUR, Regioni e MEF.
 
Questa prospettiva di “decrescita felice” mal si concilia con il recupero del “precariato stabile”, che è sbagliato ed ingeneroso attribuire ai sindacati (quali?), con atteggiamenti di “renzismo” della terza ora. Ed inseguire il feticcio di una modifica di quella normativa (articolo 15 del D.Lgs 502/1992 e s.m.i.) che oggi rende speciale ed autonoma la dirigenza medica e sanitaria, e dispone i principi per ricoprire ruoli di responsabilità organizzativa, non può fare dimenticare che la valorizzazione, anche economica, dei profili professionali, su cui siamo tutti d’accordo, è resa possibile da 15 anni  dai contratti di lavoro.
 
I medici italiani stanno pagando un contributo non indifferente alla crisi del Paese ed alla stessa sostenibilità del Servizio Sanitario pubblico. Basti pensare alla  mortificazione del ruolo professionale, all’imbarbarimento delle condizioni di lavoro, alla perdita di status economico, all’incertezza dei giovani sul futuro. Ma anche alla difficoltà di reggere riorganizzazioni a getto continuo proiettate al gigantismo istituzionale ed al rischio civile, penale e patrimoniale insito in un esercizio professionale, ancora colpevolmente privo di una idonea definizione di colpa medica e sanitaria, che opera in organizzazioni che sempre meno si permettono interventi per garantire al meglio la sicurezza delle strutture, dei processi clinico assistenziali e degli operatori stessi.
 
In questo appena nato 2015 si è esaurito il blocco dei tetti stipendiali individuali sancito dal D.L. 78/2010. Un risultato inseguito con forza e tenacia dall’Anaao Assomed. Una soluzione chiesta invano da tutte le OOSS della Dirigenza Medica e sanitaria al Ministro Lorenzin fin dal suo insediamento. Manca ancora la definizione legislativa delle aree contrattuali, che riconosca l’autonomia della dirigenza medica, sanitaria e veterinaria, per la quale il Ministro della Salute non mostra la stessa attenzione e determinazione rivolte alle competenze degli infermieri. Per non rinunciare alla contrattazione nazionale, al suo valore simbolico ed alle sue capacità unificanti in termini di equità e garanzie, sia pure attrezzandosi a gestire le risorse recuperabili in una contrattazione decentrata, tanto invocata ma mai attuata, per accompagnare la riscrittura degli aspetti normativi necessaria per governare il complesso sistema della sanità dopo 6 anni di blocco.
 
Non esistono scorciatoie né ricette magiche. Ma, come ribadito in un recente convegno a Torino, crediamo si possa e si debba ripartire dal lavoro, il vero bersaglio delle manovre degli ultimi anni, dalla ricapitalizzazione economica, sociale, etica del lavoro professionale in sanità. Farne una sentinella antisprechi, un fattore di appropriatezza clinica ed organizzativa, un elemento di identità e gratificazione, per rispondere alla lettura recessiva della sanità con l’occhio di una cultura diversa da quella di chi ci considera solo costi, e generatori di costi. Nel lungo conflitto tra professione ed organizzazione il nostro lavoro reclama un diverso valore, anche salariale, visto che in qualunque confronto, ad ore o a testa, esce sempre perdente rispetto ad altri, diverse collocazioni giuridiche e diversi modelli organizzativi che riportino i medici, e non chi governa il sistema, o i giudici, a decidere sulle necessità del malato.
 
Ripartire dal punto dove si è arenata l’idea del governo clinico, che mantiene le sue buone ragioni, anche se ha perso forza e  deluso speranze, per recuperare una centralità della professione che, anche grazie al suo capitale formativo, garantisca le finalità etiche, civili e tecnico-professionali del servizio sanitario per invertire le curve di caduta del consenso sociale e di crescita dei costi. Umiliare le risorse umane che tengono aperti i cancelli della “fabbrica sanità” garantendo la salvaguardia di un bene prezioso come la salute, con un lavoro gravoso e rischioso che non conosce giorni e notti di pausa, contribuendo, anche attraverso lo svilimento dei valori di riferimento, alla loro riduzione a macchine banali ed anonimi fattori produttivi, impoverisce la intera sanità pubblica.
 
Il nostro lavoro, le abilità e le competenze che spesso fanno la differenza tra vita e morte, tra malattia e salute, costituisce l’essenza dei LEA, l’architrave del Servizio Sanitario, il baluardo contro la logica anti ospedaliera imperante ed il paradigma unico, quasi un valore indisponibile, dell’ aziendalismo. Limitarsi ad elevare la asticella delle competenze del management  non mette in discussione la attuale struttura della catena di comando e non produce un sostanziale cambio di paradigma culturale, politico e organizzativo.
 
A garanzia di un servizio sanitario universalistico, equo e solidale, serve un nuovo Patto con il lavoro professionale in una nuova cornice giuridica, amministrativa, civile e sociale. Un patto declinato secondo parole d’ordine sempre nuove come qualità formativa, lotta al precariato, diverso inquadramento della responsabilità professionale, migliori condizioni di lavoro, rispetto per la solitudine professionale, civile e  sociale in cui reggiamo la forbice tra crescita della domanda di salute e riduzione delle risorse umane e materiali a disposizione.
 
Viviamo in un periodo di pensiero debole ed identità professionali confuse e fragili, in una crisi del sociale, e della politica, che alimenta un neoindividualismo competitivo e autosufficiente. Anche per questo sarebbe necessaria una rappresentanza del mondo sindacale dipendente più forte, che recuperi le linee di frattura e lo smarrimento della identità professionale, per far valere le ragioni ed i valori del lavoro contro il mantra  dominante dell’isorisorse e dell’iporisorse. E metta la parola fine a dispute bizantine, anche per evitare che la frammentazione continui a pesare come  elemento strutturale di debolezza, lasciando alle spalle il retaggio del secolo breve.
Un nuovo inizio può ripartire da qui. Non è poco e non è scontato.
 
Costantino Troise
Segretario Nazionale Anaao Assomed

28 gennaio 2015
© Riproduzione riservata

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