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Convegno Anaao sulla sanità in Europa/1. Troise: “Per unire l’Europa ripartiamo dalla sanità come fattore di coesione sociale”

“La sanità è la leva su cui fare affidamento per costruire un’idea di cittadinanza europea”. Ma bisogna risolvere le condizioni di lavoro dei medici europei. Questi i temi del Convegno Internazionale “Sanità europea a confronto” organizzato dalla Fems in collaborazione con la Fondazione Pietro Paci e il sindacato dei medici a Firenze

13 FEB - Dall’organizzazione dei servizi sanitari al finanziamento fino alla struttura del sistema, ogni Paese dell'Unione Europea ha completa autonomia. E così a ogni sistema corrispondono diversi risultati.  In questo scenario, confrontare i diversi modelli europei e valutare i risultati raggiunti costituisce per i responsabili politici un aiuto indispensabile per migliorare i sistemi nazionali. È questa la mission del Convegno Internazionale organizzato oggi dalla FEMS in collaborazione con la Fondazione Pietro Paci e l'Anaao Assomed a Firenze presso il Palazzo della Regione Toscana.
Ne abbiamo parlato con il segretario nazionale dell’Anaao Assomed, Costantino Troise.
 
Dottor Troise, qual è la mission di questo convegno che avete sostenuto con forza?
Abbiamo voluto questo momento di confronto per due motivi. In primis per fare il punto su differenze e affinità con le altre realtà europee, e anche sulle criticità che in generale sono avvertite in tutta Europa.  Secondo poi perché riteniamo sia essenziale puntare i riflettori sulla sanità come fattore di coesione sociale e come elemento che aiuta a costruire un senso di cittadinanza. Mi spiego, in un momento in cui si fa un gran parlare di Europa, cresce il numero degli euroscettici e il dibattito politico sembra dominato da un’idea di Europa concentrata essenzialmente sulla finanza, sul denaro e sul potere che ne deriva, crediamo sia importante dare corpo a un’immagine di comunità intorno a un pensiero positivo: ossia all’importanza di un sistema di welfare e di una sanità pubblica in cui i cittadini europei possano riconoscersi in maniera omogenea. 

Anche perché gli scenari sono preoccupanti. Gli effetti delle crisi sono stati travolgenti sui sistemi di welfare, dove più, dove meno. Pensiamo a quanto è accaduto in Grecia e in Spagna. Ma anche a quello che sta avvenendo in Italia  che, a conti fatti ha tagliato più degli altri Paesi il costo del proprio Ssn. Tutto questo deve farci riflettere. La coartazione del perimetro dei diritti in campo sanitario, il cedimento dei poteri sociali e l’incremento del disagio sociale  possono rappresentare un mix pericolosissimo in grado di mettere a rischio la tenuta democratica di un Paese. 
 
In Europa c’è quindi un rischio Grecia?
Direi che fatte le debite proporzioni per quanto riguarda l’Italia, ma lo stesso discorso vale anche per alcuni Paesi europei, siamo vicini a un sistema di tutele che presenta notevoli scricchiolii. La trasformazione del sistema poi può assumere varie forme. In Spagna con il cedimento dell’assistenza sanitaria c’è stata una crescita dell’attività del volontariato sociale che ha supplito all’intervento dello Stato anche in campo sanitario. In Italia abbiamo un problema di accessibilità ai servizi, ma anche di equità e di universalismo che viene messo in discussione. Nei Paesi dell’est Europa i medici hanno una condizione del lavoro tale da spingerli, facilitati anche dalla mobilità transfrontaliera, a cercare situazioni più favorevoli in altri Stati. Insomma, ogni Paese cerca strade diverse per esprimersi, ma tutte portano a un risultato comune: che i più ricchi diventeranno più ricchi e i più poveri sempre più poveri.
Inoltre l’esodo dei professionisti verso altri Paesi finirà per impoverire i propri sistemi sanitari a vantaggio di quelli degli altri Paesi. A questo punto potremmo anche non fare lo sforzo di formare in casa i professionisti. 
 
Cosa fare per evitare la debacle?
Occorre ragionare in termini d’integrazione dei servizi sanitari e di riconoscimento del diritto alla salute di tutti i cittadini europei. Soprattutto capire che la sanità è la leva su cui fare affidamento per costruire un’idea di cittadinanza europea.
 
C’è una criticità che accomuna la categoria medica in Europa?
In Italia il nodo è soprattutto quello delle condizioni di lavoro che si sostanziano in un surplus di orario, in stress lavorativo, in retribuzioni non adeguate, e in una mancanza di gratificazioni professionali.  Uno scenario comune a molti altri Paesi europei, in maniera più o meno accentuata. In Slovacchia i medici non possono scioperare, e in altri le retribuzioni sono bloccate da otto anni.
 
Si sta scivolando verso una deriva privatistica?
In molti operano per una diminuzione dello spazio pubblico e quindi un allargamento di quello privato.  C’è un’idea di sanità pubblica molto più piccola anche sul fronte dei finanziamenti accompagnata a quella che le prestazioni possano essere erogate da un’iniziativa privata, con quali vantaggi e svantaggi poi è tutto da dimostrare. La crisi che ha investito il pubblico, ha toccato solo in parte i sistemi con una forte matrice privata. Anche perché il privato investe in tecnologia e nei professionisti che drena dal pubblico perché in quiescenza o perché non hanno buone condizioni di lavoro. In sostanza si offre come un polo alternativo.
 
Ester Maragò

13 febbraio 2015
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