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Ddl Concorrenza. Un’occasione per ridisegnare le linee guida di una politica “privata” del farmaco

Da una parte le novità introdotte suscitano perplessità circa al possibile ingresso sistematico di capitale malavitoso. Dall'altra sarebbe più facile l'accesso alla formazione di soggetti capitalistici a formazione "democratica", con quote minimali. Sarà inoltre necessario individuare una soluzione alla crisi economico-finanziaria di oltre 5.000 farmacie e al rischio di esistenza di diverse centinaia di esercizi farmaceutici

26 MAR - Le occasioni che saranno offerte ai farmacisti, con l'approvazione in legge del DDL cosiddetto Guidi, saranno interessanti. Si potranno comprare quante farmacie si vogliono e potranno anche farlo le società di capitali ove riterranno più opportuno. Prerogative, queste, che generano opinioni diverse propedeutiche alla formazione di giudizi favorevoli o contrari sulla discussa ipotesi normativa. Da una parte, le novità introdotte suscitano qualche perplessità in relazione al possibile pericolo di ingresso sistematico di capitale malavitoso e al probabile dominio che interverrà ad iniziativa delle multinazionali, strumentale allo svilimento di quella tradizionale professionalità che ha caratterizzato sino ad oggi il farmacista sotto casa. Un pericolo, quello della ingerenza "mafiosa", che viene in qualche occasione imprudentemente sottovalutato, tanto da farlo ritenere da taluni un argomento con valenza meramente retorica, a dimostrazione di quanto nel mercato farmaceutico e nelle analisi delle problematiche ad esso relative abbondino le frequenze superficiali.

Considerare un fenomeno simile una esagerazione "ad uso stampa" rappresenta un grave pericolo, attesi i risultati cui sta pervenendo quotidianamente la Magistratura nell'indispensabile percorso di stanare gli investimenti perpetrati dalla delinquenza organizzata nel sistema mercantile, attraverso ovviamente l'utilizzo di prestanomi più o meno identificabili. Supporre e stimare il contrario, in termini di preoccupazione specifica, significa vivere nel mondo dei sogni e in quello della più generale irresponsabilità. Ciò anche alla luce dei più recenti accaduti ove è emersa la diffusissima presenza della delinquenza organizzata nelle iniziative economiche di maggiore pregio affaristico, tanto da imporre al Governo l'adozione di misure di contrasto alla corruzione e alla maladministration. Per un altro verso, la previsione di consentire alle società di capitali di rendersi titolari di farmacie, seppure in assenza di farmacisti nella compagine sociale, renderebbero più facile l'accesso alla formazione di soggetti capitalistici a formazione "democratica", intendendo per tale una partecipazione al capitale di quote minimali funzionali a consentire l'ingresso di tanti farmacisti contestualmente nel mercato del lavoro e in quello imprenditoriale. Un modo per diventare lavoratori dipendenti da se stessi.


Il problema è quello di capire e analizzare l'effetto della nuova disciplina nell'attuale contesto. Da una attenta osservazione sullo stato dell'essere delle farmacie italiane emergono due realtà profondamente diverse. Una riguarda gli esercizi farmaceutici aperti e funzionanti in aree urbane, ove la capacità a rendersi concorrente (super)attivo nel mercato caratteristico rappresenta un ineludibile dovere dei rispettivi titolari. Una peculiarità professionale/imprenditoriale alla quale non potersi sottrarre, pena una sensibile defaillance delle vendite con indebolimento progressivo dell'impresa. L'altra, che rappresenta la maggioranza, comprende le farmacie operanti nei piccoli comuni, dei quali alcuni piccolissimi, ove a fatica si riesce a sbarcare il lunario ma ci si riesce grazie all'attaccamento reciproco dei titolari con le collettività assistite, nei confronti dei quali la farmacia rurale rappresenta il presidio sanitario fisso per eccellenza.

Nel primo segmento, afferenti alle farmacie urbane, senza con questo volere escludere le altre, si registrano con una certa frequenza situazioni di disagio patrimoniale fino ad arrivare ad innumerevoli casi di default conclamato che affliggono un elevato numero di farmacie, specie di quelle esercenti nelle regioni del centro-sud con punte elevatissime nella Capitale. Un fenomeno divenuto molto diffuso soventemente a causa di non illuminati comportamenti tenuti da tantissimi farmacisti titolari, trasformatisi imprudentemente in aggressivi "capitani di industria" ovvero in investitori finanziari e/o in improvvisati immobiliaristi, concomitante alla incosciente corsa alla dilazione dei pagamenti di fornitura praticata dai grossisti nella perenne abitudine di litigarsi la clientela nell'intento di dimostrare il dominio di quota di mercato da vantare altrove nonché alla troppa libera concessione di finanziamenti, spesso senza garanzie, effettuata dal sistema finanziario più specifico. A tutto questo ha notevolmente contribuito, recentemente, l'introduzione della cosiddetta DPC che ha falcidiato i volumi delle vendite tradizionali e raso spesso al suolo la redditività di tante farmacie. A fronte di una tale situazione critica, che mette in una segnata crisi economico-finanziaria oltre 5.000 farmacie e a rischio di esistenza diverse centinaia di esercizi farmaceutici, occorre individuare una soluzione, ma anche prevedere una politica difensiva nei confronti del dilagare dell'aggressione del sistema speculativo nel quale svolge una funzione preminente il capitale riciclato.

In relazione a quest'ultima problematica sono la politica e il sistema associativo a dovere recitare all'unisono il ruolo del protagonista, imponendo una rete protettiva ma soprattutto non contribuendo ad allargare le maglie dell'attuale sistema concessorio e della partecipazione essenzialmente capitalistica alle società speziali, pena il rischio di inquinare la filiera assistenziale sia in termini di interessi anomali coinvolti che di quelli prettamente assistenziali, garantiti esclusivamente dal farmacista attaccato alla sua impresa e alla sua collettività utenzale. Insomma, incombe il pericolo del fallimento seriale e sta diventando sempre più frequente il ricorso a procedure di concordato preventivo nelle diverse fattispecie. Una esigenza, quest'ultima, che in moltissimi casi è ineludibile, solo che si vogliano esperire tentativi, verosimilmente dal buon esito, volti a salvare capre e cavoli. Una scelta difficile cui dovranno gradatamente complessivamente ricorrere il 10/12% delle farmacie aperte e funzionanti in area urbana, alle quali vanno aggiunte tantissime altre farmacie, che urbane non sono, delle quali è difficile budgettare una attendibile consistenza. Un fenomeno che ha già abbondantemente iniziato il suo corso tanto da fare registrare tanti fallimenti, perfezionatisi e in corso di definizione, con conseguente possibile decadenza ex art. 113, comma 1, lettera a), del R.D. 27 luglio 1934 n. 1265 (mancata omologazione del concordato fallimentare entro i 15 mesi successivi alla dichiarazione di fallimento), e numerosissime procedure concordatarie in itinere, non tutte dal buon esito scontato.

Ad una tale ragionevole constatazione occorre opporre una qualche credibile soluzione. In tal senso, potrebbe anche trovare cittadinanza l'iniziativa della politica, specie nello spirito di salvaguardare la continuità di un sistema assistenziale che ha conquistato con i fatti un predominante ruolo nella tutela della salute del cittadino. Nell'occasione, la ragione dovrebbe prendere il posto dell'atteggiamento emotivo e di marketing che sta caratterizzando le recenti iniziative, tendenti a distruggere ciò che c'è nell'interesse esclusivo di garantire più utili alla GDO. Bisogna stare attenti a non commettere gli errori trascorsi - ai quali si tenta di ovviare commettendone degli altri con la indiscriminata liberalizzazione dei farmaci di fascia C - che hanno determinato l'apertura di tante parafarmacie della quali tante chiuse e tutte in ovvia crisi esistenziale, con conseguente dispersione di risorse sottratte ai risparmi familiari, già difficili da realizzare. Oltre ai doveri di salvaguardia cui la politica dovrà dare necessariamente seguito, dovrà formarsi un impegno concreto in tale senso da parte di tutta la filiera "produttiva" coinvolta, sino ad essere impegnata direttamente nel percorso attraverso il suo associazionismo rappresentativo, tanto il problema risulta essere determinante per l'esistenza di numerosi protagonisti attivi soprattutto nel ramo mercantile. Una tale situazione ha, infatti, stremato i bilanci dei grossisti e inciso su quelli industriali, destinati a registrare entrambi consistenti insussistenze dell'attivo, da mettere principalmente i primi in grande crisi. Ecco perché anche loro, unitamente al sistema bancario e affine, sensibilmente compromesso da crediti inesigibili, dovranno rendersi partecipi di un più complessivo sistema di bonifica.

Le soluzioni potrebbero essere tante ma tutte difficili, prima di tutto a condividerle. Di certo costituirà l'occasione per approfondire, così come si sarebbe dovuto fare da tempo, il problema e le cause, che lo hanno spesso colpevolmente determinato, e per ricercare le soluzioni migliori nell'interesse di tutti. Quindi, vanno messe al bando le ricette semplicistiche e di auto-marketing propinate attraverso i media in più diffuso uso strumentale e vanno ridisegnate le linee guida di una nuova politica privata del farmaco, capace di salvaguardare, nel contempo, l'interesse pubblico e l'esistenza imprenditoriale minacciata dei suoi primi attori.
 
Prof. avv. Ettore Jorio
Università della Calabria 

26 marzo 2015
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