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Infezioni ospedaliere. Simit: “Basta con le accuse di malasanità. Necessarie multidisciplinarietà e supporto sociale”

La medicina in 30 anni ha affrontato e efficacemente gestito problematiche in passato ritenute irrisolvibili. E l’Italia è al 2° posto in Europa per aspettativa di vita. La classe medica ora deve solo acquisire una maggiore responsabilizzazione rispetto alle prescrizioni, uscendo dal tradizionale individualismo terapeutico ma non può essere lasciata sola

08 FEB - “Sono passati poco più di 70 anni dall’introduzione in commercio del primo antibiotico e già si intravedono sinistramente le prime ombre di una possibile era post-antibiotica. La risposta del mondo medico a questo problema è difficile, ma la soluzione esiste e sta nell’acquisire da parte della classe medica una maggiore responsabilizzazione rispetto alle prescrizioni, uscendo dal tradizionale individualismo terapeutico. E questo ambito gestionale e scientifico è certamente una delle grandi sfide dell’infettivologia di oggi: difficile ma percorribile se si sapranno mantenere due aspetti fondamentali della professione medica, onestà intellettuale e multidisciplinarietà. Di fronte a questo problema però la classe medica non può essere lasciata sola ma ha bisogno di adeguato supporto politico e sociale”.
 
Queste le riflessioni di Pierluigi Viale, Direttore della Clinica di Malattie infettive dell’Ospedale S. Orsola di Bologna e dirigente della Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit) che, rispondendo alle accuse di malasanità, ricorda come la medicina si sia evoluta e ha portato l’Italia al secondo posto in Europa per aspettativa di vita.

 
La medicina moderna negli ultimi trent’anni ha affrontato ed efficacemente gestito problematiche in passato ritenute irrisolvibili. I progressi della diagnostica, della chirurgia, delle biotecnologie, della farmacologia ci hanno consentito di approcciarci con mentalità vincente a patologie in passato ritenuti incurabili.
 
“Nel solo periodo in cui un medico spende la sua carriera professionale, mediamente quarant’anni, è stato possibile vedere cambi epocali rispetto a numerose condizioni di malattia – ha affermato Pierluigi Viale, Direttore della Clinica di Malattie infettive dell’Ospedale S. Orsola di Bologna e  dirigente della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali Simit – i trapianti di organo non sono più argomenti da libri di fantascienza, ma una procedura terapeutica riconosciuta per svariati organi; il tumore non è più una malattia associata a morte sicura ma è divenuto un grave problema contro cui, in molti casi, si può combattere ed in alcuni guarire; la patologie immunomediate hanno oggi prospettive terapeutiche impensabili sono dieci anni orsono; ai pazienti malati di Hiv si può prospettare realmente un futuro; un parte crescente della popolazione convive normalmente con protesi che spesso li hanno riportati ad una qualità di vita del tutto normali; la dichiarazione di inoperabilità del paziente è sempre meno frequente nel mondo chirurgico; malattie come il diabete, le malattie coronariche, l’insufficienza renale, la cirrosi epatica, la bronchiti croniche ostruttive  hanno prospettive di sopravvivenza sempre più lunghe”.
 
Si potrebbe andare ancora avanti con questo elenco di successi in cui l’Italia non è seconda a nessuno, ma è sufficiente fare riferimento al rapporto World Health Statistics 2015 della Oms che colloca l’Italia al secondo posto nel mondo per aspettativa di vita, ormai largamente superiore agli 80 anni per i bimbi nati oggi.
 
Il rischio infettivo. Tutti questi miglioramenti hanno un rovescio della medaglia: il rischio infettivo. I pazienti anziani in primis e poi tutti coloro che rientrano nella categorie prima citate sono accomunati da un rischio infettivo elevato quanto persistente, perché vivono a lungo con uno status immunologico non ottimale. Queste persone sono particolarmente soggette ad infezioni sostenute da microrganismi normalmente poco aggressivi che diventano invece killer pericolosi quando si confrontano con un macrorganismo non perfettamente in grado di difendersi.
 
“L’equazione del rischio infettivo è cambiata in questi anni – prosegue Viale – a favore della popolazioni microbiche, che sono ecologicamente avvantaggiate rispetto ai macrorganismi. E la migliore testimonianza di questo vantaggio evolutivo è la progressiva selezione di specie e ceppi resistenti agli antimicrobici, conseguenza estrema di un utilizzo sempre più ampio di tali risorse, finalizzato a curare un numero di pazienti sempre maggiore.
 
Le nuove sfide dell’infettivologia. Sono passati poco più di 70 anni dall’introduzione in commercio del primo antibiotico e già si intravedono sinistramente le prime ombre di una possibile era post-antibiotica; la risposta del mondo medico a questo problema è difficile ma la soluzione esiste. “Essa non sta solo nella ricerca scientifica – conclude Viale – che si sta muovendo instancabilmente verso nuovi paradigmi e terapie. Sta anche nell’acquisire da parte della classe medica una maggiore responsabilizzazione rispetto alle prescrizioni, uscendo dal tradizionale individualismo terapeutico. Questo ambito gestionale e scientifico è certamente una delle grandi sfide dell’infettivologia di oggi: difficile ma percorribile se si sapranno mantenere due aspetti fondamentali della professione medica, onestà intellettuale e multidisciplinarietà. Di fronte a questo problema però la classe medica non può essere lasciata sola, ma ha bisogno di adeguato supporto politico e sociale”.

08 febbraio 2016
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