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Maltrattamenti a disabili. Ipasvi contro la Vita in Diretta: “A Decimomannu c’era un solo infermiere. No ai pestaggi mediatici. Lorenzin ci tuteli”

La presidente della Federazione Ipasvi punta il dito contro la puntata di lunedì della trasmissione di Rai 1: “Ha di fatto incolpato solo gli infermieri per i recenti fatti accaduti a Decimomannu a pazienti disabili. Ma è solo l'ultimo caso”. In questa vicenda è coinvolto un solo infermiere, che il Collegio Ipasvi di Cagliari sta procedendo a sospendere.

17 FEB - “E’ ora di smetterla con una informazione inesatta e generalista che colpisce indiscriminatamente e, purtroppo, con eccessiva frequenza, una categoria di professionisti che sono invece riconosciuti da tutti, per primi i pazienti che esprimono quotidianamente il loro altissimo apprezzamento, come tutori dell’integrità psicofisica e sociale degli assistiti, soprattutto se fragili”. Ad affermarlo è Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale dei Collegi degli infermieri Ipasvi, che in una nota prende posizione contro “la generalizzazione in atto da parte di alcuni mass media”.

L’Ipasvi fa riferimento in particolare alla puntata di martedì 16 febbraio del programma Rai  La vita in diretta. “Abbiamo assistito – afferma Mangiacavalli - all’ennesimo atto di leggerezza: la descrizione dei responsabili di atti indegni ha di fatto incolpato solo gli infermieri affermando che ne sarebbero stati arrestati ben 14 per i recenti fatti accaduti relativi ad aggressioni a Decimomannu (Cagliari) a pazienti disabili”. ‘Botte ai disabili, infermieri sospesi’ è stato il sottotitolo “generalista e impreciso” del servizio, “anche se – riferisce la nota Ipasvi - a Decimomannu di infermieri su 14 indagati, sospesi dai pubblici uffici per ‘soli’ sei mesi, ce n’era uno solo e la loro professione non è certo sinonimo di altre responsabilità”.


Di esempi, l’Ipasvi, ne ha anche altri: “Le agenzie di stampa, annunciando il focus di Tg2 Insieme di questa mattina intitolato ‘Maltrattati da chi dovrebbe assisterli’, tornano alla carica definendo questi individui ‘maestre e infermieri – ancora una volta solo e sempre infermieri - che mettono in atto violenza fisica e psicologica nei confronti di malati e bambini’”.

A Decimomannu, spiega l’Ipasvi, “la verità è che i 14 arresti riguardano nove operatori sociosanitari che con gli infermieri non hanno nulla a che fare, il direttore amministrativo e il responsabile del centro sotto accusa, un educatore professionale e un solo infermiere, appunto”. Per quell’infermiere il direttivo del Collegio Ipasvi di Cagliari è già pronto ad intervenire. “Oggi pomeriggio – riferisce il presidente Pierpaolo Pateri – il Consiglio si riunirà immediatamente e dal momento che le responsabilità sono state accertate, procederà con la sospensione dall'albo professionale che impedisce fino alla sentenza l’esercizio della professione. Poi, quando ci sarà la condanna – l’accusa per l’infermiere è di maltrattamenti in famiglia e lesioni –scatterà la proposta di radiazione definitiva. Non è infermiere chi tradisce così la professione e il giuramento che per questa ha fatto – tuona Pateri – e soprattutto non è infermiere chi tradisce quel patto con i cittadini che è alla base della nostra attività. Le mele marce rovinano la professione, e gli infermieri, quelli veri, non tollerano paragoni di questo tipo e soprattutto non accetteranno mai che i pazienti possano avere anche il minimo dubbio su quello che gli infermieri sentono come primo compito: prendersi cura di loro”.

Ma la vicenda di Decimannu, per l’Ipasvi, è solo l’ultimo esempio. Per questo Mangiacavalli chiede “anche un intervento diretto e immediato delle istituzioni e del ministero della Salute per primo che vigila sulle professioni sanitarie, perché fa parte dei loro compiti difendere e tutelare l’immagine di un servizio pubblico che opera solo nell’interesse dei cittadini e degli operatori che ne fano parte e ogni giorno dedicano se stessi, anche dal punto di vista umano e non solo professionale, alla salute dei cittadini”.

“Il principale fraintendimento dei mezzi di comunicazione, che ha raggiunto ormai livelli odiosi e intollerabili – spiega la presidente della Federazione Ipasvi -  avviene quando si utilizza la qualifica di infermiere, che appartiene a oltre 430mila professionisti della salute laureati e integerrimi, attribuendola  erroneamente a personale ausiliario, a operatori sociosanitari o ad altri operatori tecnici che, negli ultimi casi di violenza sui pazienti, si sono tacciati di azioni ignobili non solo per un’attività  sanitaria, ma anche e soprattutto dal punto vista umano e morale. I direttori delle testate nazionali e locali, delle radio, delle televisioni e delle agenzie – prosegue Mangiacavalli -  responsabili di ciò che da esse viene diffuso, dovrebbero intervenire, così come intervengono i responsabili della nostra professione, per scongiurare ulteriori pestaggi mediatici nei confronti di professionisti che, per come operano ogni giorno a fianco dei più deboli, certamente non lo meritano”.

Per Mangiavacalli è infatti “assurdo e inaccettabile gettare nel fango un’intera categoria professionale anche se, su decine di indagati, ci fosse presente un solo infermiere e quando un infermiere sui 430mila professionisti, si dovesse rendere responsabile davvero di atti indegni per la sua professionalità. I Collegi sono sempre pronti a prendere provvedimenti immediati e severissimi per tutelare non solo l’integrità della professione, ma soprattutto la salute dei pazienti: gli infermieri sono professionisti laureati, non delinquenti e un delinquente è tale a prescindere dal suo titolo di studio, ma non sarà mai e mai più un professionista”.

“Nei casi specifici degli atti compiuti nei confronti di pazienti fragili messi in luce dai Carabinieri dei Nuclei antisofisticazione – spiega - i responsabili diretti sono sempre stati ben identificati e non si tratta solo di infermieri, se e quando questi comunque sono coinvolti. Sono certa – conclude la presidente Ipasvi rivolgendosi ai mezzi di comunicazione - che i responsabili dei mass media si renderanno conto della necessità di una maggiore chiarezza nell’enunciazione dei fatti e chiedo collaborazione per evitare il ripetersi di tali situazioni e per poter tranquillizzare la categoria di cui faccio parte, lasciando agli infermieri la necessaria serenità nell’attività quotidiana in cui si prendono cura dei pazienti e la certezza che questi li riconoscano per quel che sono e non li guardino con un sospetto legato in realtà all’agire di altre figure non controllate, non responsabili e che noi, come Collegi professionali di cui essi non fanno parte, non possiamo neppure sanzionare”.

17 febbraio 2016
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