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Un nuovo 8 marzo della sanità. Le donne sempre di più, ma le discriminazioni restano

Due terzi del personale SSN è donna, il 75% quello infermieristico, il 70% quello amministrativo. Sempre di più le dirigenti apicali. Il 65% le donne medico tra i 30 e i 40 anni. Preponderanti le neolaureate, laureande e iscritte a medicina e nelle altre materie sanitarie. Farmaciste il 66% dei camici col caduceo. Le imprese del farmaco sono al femminile per il 44% (25% la media nel manifatturiero), donna il 53% nella R&S

07 MAR - Anche questo 8 marzo ritroviamo Vincenzina lì, di fronte alla fabbrica. Che per lei che lavora nella sanità è l’ospedale, il centro ricerche, l’ASL, la farmacia, l’industria, l’università, i media di settore o qualunque posto dove si tratta di salute. Sta lì, “Stabat Mater”, ma non dolente come cantata da Jannacci o Pergolesi. Perché Vincenzina quella fabbrica la manda avanti.
 
Due terzi del personale SSN è donna, il 75% quello infermieristico, il 70% quello amministrativo. Sempre di più le dirigenti apicali. Il 65% le donne medico tra i 30 e i 40 anni. Preponderanti le neolaureate, laureande e iscritte a medicina e nelle altre materie sanitarie. Farmaciste il 66% dei camici col caduceo. Le imprese del farmaco sono al femminile per il 44% (25% la media nel manifatturiero), donna il 53% nella R&S. Le dirigenti più che in altri settori.Avanti le farmaceutiche anche per asili nido, take-away per la cena o lavanderia.
 
E, solo restando a organismi istituzionali e associativi, in rosa i vertici di Ministero, Farmindustria, Fnomceo, Federfarma, SIFO, IPASVI, la prima Aifa e tante altre. Competenza e femminilità. Il plusvalore del capitale umano di Marx virato in rosa illumina dappertutto la nostra sanità.

 
Vale la pena ricordare che è donna l’unica persona a vincere due Nobel in aree scientifiche distinte, per scoperte cruciali proprio per il progresso della medicina. Era Marie Curie. Non solo, aiutò anche il marito a vincerlo  (Becquerel). E loro figlia Irène lo prenderà a sua volta. Ma siccome sul comò c’era ancora spazio, lo beccò pure il genero Joliot (ci andreste a cena da loro quando sono tutti riuniti?)
 
Ma ancora troppe sono le disparità: i salari, le carriere, le opportunità, il risibile supporto alle famiglie. Discriminanti storiche, arretratezze socio-antropologiche, sacche di pre-modernità. Diritti come favori. Una storia di leggi da sacrestia, di politici lenoni dell’amplesso tra lex e crux che figlia mostri.
Un simulacro di Stato etico hegeliano, ma per affari o potere, che s’infila nelle case, nei letti, nell’intimità e nella ginecologia. Difendono come baluardi la famiglia (avendone spesso un paio o più) però restiamo il Paese che ci spende meno. E infatti abbiamo il record mondiale, forse galattico, della denatalità. 
 
Vale un trattato di sociologia la brava funzionaria che denunciando la corruzione nella sanità della capitale morale dice “non ho famiglia quindi non sono ricattabile”, il cui sillogistico reciproco (“ho famiglia quindi sono ricattabile”) accappona la pelle. O l’infermiera sottopagata morta all’alba mentre prende come ogni giorno il suo terzo autobus, uccisa più che dall’infarto dalla precarietà del bisogno per i figli e l’affitto, con la bilancia impietosa e cattiva e gli sfottò sul peso dei colleghi così naturalmente bulli, entrambi, bilancia e bulli, a non capire le sue poche consolazioni residue.
 
O la bionda dottoressa plurispecializzata e pluriprecaria ricattata dal potente grigio che sogna improbabili sfumature di grigio. O la dirigente ultracinquantenne dalla vita consegnata in esclusiva alla multinazionale, liquidata dal giovane e pettinato boss (“sorry, la riorganizzazione…”) il cui gel però non terrà quando lei gli mostrerà un dossier alto come Guerra e Pace su trent’anni di scheletri affastellati nei suoi armadi aziendali.
 
O la studentessa magrebina, grandi occhi neri bassi sotto il velo, le dò meritatamente 30, mi dice timida ma orgogliosa in un italo-francese flautato “così non mi faranno tornare al mio Paese”. O la ricercatrice senza raccomandazioni che compulsa i siti di università straniere, speranza di andare e amarezza di non restare. Del cui futuro successo straniero magari si vanterà qualche Ministra, in gara per grottesco con quella sua precedente collega fiera dell’italico tunnel scavato tra Ginevra e l’Abruzzo per far scorrazzare i neutrini (!).
 
Mode e modi bruti e brutti. “Minima moralia” direbbe Adorno. Sono solo una frazione delle storie delle Vincenzine del nostro settore. Perdono o vincono, lottano comunque e sempre. Con gli anni passati mai perduti, gli amori perduti mai passati. Col surplus dei sentimenti o nonostante questi. Capaci, come scrive Kipling, di guardare con dolcezza le cose di una vita anche quando sono lì infrante in terra, piegandosi per ricostruirle con i propri arnesi logori. Perché sanno che non serve cercare il trauma originario dell’infelicità ma trovare il seme prezioso della felicità.
 
Lottano con le colpe di noi maschietti, in questa società da sempre imperniata sulla biochimica litigiosa del testosterone, quando siamo affettivamente analfabeti, sentimentalmente insipienti, sensibilmente incolti. Uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà, sentenzia Sciascia (ho omesso una categoria intermedia). Gli antichi greci la sapevano lunga: diceva Eraclito che il nostro demonio è il nostro carattere. Pericoloso specialmente nei suoi estremi opposti, quando ottusamente rigido o quando debolmente insicuro.
 
Creonte è re testardamente ottuso, non sa usare che la spada su Antigone e la sua, per lui incomprensibile, forza degli affetti. Orfeo è invece emotivamente balbuziente, e finisce col rispedire Euridice agl’inferi dopo tanto per riprendersela, insicuro si gira non sa bene se per paura che non lo segua più o che poi lo seguirà troppo, o per averne, lui noto artista, l’applauso o forse, esegesi metaforica carnale e antropologica del mito, semplicemente perché “dopo il seme c’è la fuga” (e il decoder).
 
Insomma le nostre Vincenzine lottano per noi nonostante noi. Sommando lavoro e affetti. E la sera, quando rientrano a casa dalla “fabbrica” (l’ospedale, l’ASL, il laboratorio, la farmacia, l’azienda...), gli occhi stanchi, ancora più veri, riescono pure a regalarci un sorriso. In cambio solo di un nostro sguardo, purché sincero e pulito, rassicurante e protettivo. Non ringraziamole quest’8 marzo. Facciamolo tutti i giorni. Nel modo migliore. Meritandocele.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

07 marzo 2016
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