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40 anni di professione medica. Ecco come iniziò il mio “viaggio”

Quella domenica del 22 febbraio del '76 la Sicilia era pervasa da una luce intensa. Come la speranza che portavo dentro. Da un mese e pochi giorni ero abilitato alla professione. Quella domenica 22 febbraio mi recai a Favignana per sostituire un collega per una settimana. E lì, a 25 anni, mi trovai a dover gestire da solo, su un'isola, un paziente con una crisi ipertensiva e un edema polmonare acuto.

13 MAR - Quella domenica del 22 febbraio del Settantasei la Sicilia era pervasa da una luce intensa. Come la speranza che portavo dentro. Da un mese e pochi giorni ero abilitato alla professione di medico e desideravo mostrarlo al mondo. Quando a cinque anni mi chiesero cosa avrei voluto fare da grande, avevo già risposto senza esitare: “il dottore”. E quando a quindici anni uscii dal policlinico di Palermo dopo un intervento per un’ernia inguinale, avevo detto alla caposala: “esco da paziente, tornerò da medico”. Fu così. Era segnato nel destino e non avrei potuto fare altrimenti. A venticinque anni ero “dottore in Medicina e Chirurgia” con 108 su 110 per quel diciotto in chimica biologica, che più che macchia, fu una lezione di vita.

Alle prime fredde ore del mattino di quella domenica 22 febbraio del Settantasei percorrevo in auto la provinciale Mazara del Vallo - Trapani ripensando alla richiesta del collega Giovanni Gentile, medico condotto di Favignana. Mi aveva chiesto di sostituirlo per una settimana, a un mese e pochi giorni dalla mia abilitazione. Un’emozione intensa. Sarei stato per la prima volta dietro a una scrivania, a ricevere un paziente dopo l’altro, a visitare, a prescrivere, a Favignana. C’ero già stato in quella stupenda isola con amici ma per condividere la passione comune per il mare e la pesca subacquea. Ora ci tornavo d’inverno, da solo, per fare il medico.


L’aliscafo approdò dolcemente al molo e Giovanni era lì ad attendermi. Alla condotta medica del Comune si andava a piedi per un vicolo lastricato, dove si affacciavano, strette le une alle altre, case di tufo antico, di pescatori. Giovanni sarebbe partito quello stesso giorno ma non prima di avermi dato le istruzioni essenziali.

“Questa è la chiave. Ce l’ha anche l’infermiera e la donna delle pulizie. Questa è la sala d’attesa e questa è la stanza per le visite. Una volta c’era anche qualche letto per la degenza temporanea in attesa di ricovero all’ospedale di Trapani, ma oggi il ricovero è immediato. La tua camera, con letto, armadietto e comodino è quest’altra. C’è la stufetta elettrica accesa, ma il bagno è fuori, nella porta accanto. Lì la stufa purtroppo non c’è. La mattina presto viene la donna delle pulizie, poi viene l’infermiera. Se vuoi che ti faccia il letto e pulisca la camera devi alzarti prima. Questo è il ricettario e i timbri. I certificati li fai con il tuo ricettario e il tuo timbro personale. Ce l’hai il ricettario e il timbro?”
“Sì certo, ce l’ho.” risposi marcando quel “certo”.
“Qui c’è la cucina con tutto quello che serve. Puoi mangiare qui se vuoi oppure in paese. Si mangia benissimo, il pesce è sempre fresco e al medico fanno pure lo sconto.”

Conversammo del più e del meno ma le parole che trovai le più rassicuranti furono: “Se dovessi avere problemi e casi di una certa gravità puoi inviare i pazienti in ospedale a Trapani chiamando i Carabinieri. La loro pilotina fa questo servizio via mare, e hanno pure l’elicottero per i casi più gravi e urgenti. Capita con i sub che vanno in embolia, ma in questo periodo invernale si sta tranquilli.”
Giovanni partì ed io respirai profondamente quell’aria di porto, di isola e di mare. Ventisei anni di vita come un imbuto che portava lì, per debuttare come “il dottore” in un brandello di terra emersa, in apparenza lontano da tutto. Non potevo immaginare che da lì a poco mi sarei trovato realmente lontano da tutto.

Feci un giro in paese, comprai qualcosa da mangiare, un paio di riviste, e tornai alla condotta medica, che esplorai accuratamente negli angoli e nei cassetti prima di andare a dormire.

La sveglietta da viaggio mi diede il buongiorno con la sinfonia n.40 di Mozart alle sei del mattino. Il bagno era freddo ma dalla doccia veniva giù una cascata bella calda e mi ci buttai dentro. Alle sette in punto sentii scattare la serratura del portoncino.

“Buongiorno dottore, lei è il supplente? Piacere. Io sono la signora Antonia. Faccio prima la sua stanza?”
“Sì, grazie signora. Ah,.. ho visto che c’è un po’ di polvere sulla scrivania...”
“Eh, ma quella viene dal tetto, cade, picchì il ducotone all’aria di mare si sicca e si stacca. Qua siamo in mezzo al mare e pruvulazzo nell’aria nun ce n’è.”
L’infermiera arrivò dopo una ventina di minuti.
“Lei è il dottore Manciarracina? Piacere, sono l’infermiera Morrone. E’ la prima volta che viene a Favignana?”
“Ci sono venuto d’estate come turista...”
“E ora ci viene come dottore. Bravo. Qua ci conosciamo tutti e ci piace quando vediamo persone nuove quando turisti non ce ne sono più. Io le persone le squadro subito a colpo d’occhio e lei si vede che è una persona preparata.”
“Grazie signora, da che cosa lo vede?”
“Non lo so, è un dono di natura... L’ha vista la vetrinetta coi medicinali di pronto soccorso?”
“Si, ho visto. C’è pure la morfina.”
“Quella non la usiamo mai ma la dobbiamo avere. Io devo controllare solo le scadenze.”

L’orario delle visite era dalle otto alle dodici, e poi c’erano quelle a domicilio. Se il luogo della visita era distante venivano a prelevare il medico con una moto, con l’ape e nei casi migliori con la macchina.

Il primo giorno volò via tra una visita e l’altra. Niente di importante. Una tonsillite, un po’ di gastrite, e tanti dolori. A Favignana l’umido colpisce forte e le articolazioni ne risentono. Il maalox scorreva a fiumi per contrastare gli effetti dell’optalidon e dell’indometacina, che gli isolani preferivano in supposte.
Intanto la luce radiosa del giorno di arrivo aveva lasciato il posto ad un grigiore soffuso, con cielo nuvoloso e un vento di maestrale che gradualmente si attenuava. Non era una previsione di calma. Da siciliano conoscevo bene quelle condizioni di tempo in mare, la luce crepuscolare, le nuvole e il maestrale che si ferma come d’incanto per poi condurre il mare alla bonaccia, all’onda lunga e lenta senza increspature, un’attesa di ore, prima che si scateni lo scirocco e la tempesta imperversi.
Tre giorni dopo il mare era agitato e onde terribili si schiantavano alte e rabbiose al molo con esplosioni di schiuma. Lo scirocco soffiava forte e le barche erano tutte tirate a secco.

Quella sera alla condotta si sentiva fischiare il vento attraverso le persiane rigorosamente serrate. Andò via la luce per alcune interminabili ore. Per fortuna avevo visto delle candele e sapevo dov’erano i fiammiferi. Brancolando un po’ nel buio li trovai e la luce fioca di due candele mi tenne compagnia in quelle ore. Avevo nella dispensa scatolette di tonno di Favignana, olive schiacciate e pane casareccio. La cena era assicurata e la stufetta elettrica rendeva tiepida la mia camera. La luce era intanto tornata e potevo finalmente stare al sicuro, mentre fuori infuriava la tempesta. Come era mia abitudine già da un paio d’anni, leggevo la Bibbia con la matita in mano, per sottolineare i brani che ritenevo importanti o da approfondire. Leggevo il libro dell’Ecclesiaste al capitolo 9: “Tutto quello che la tua mano trova da fare fallo con tutte le tue forze, perché nel soggiorno dei morti dove vai, non vi è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né sapienza”. E’ il momento per agire pensavo tra me e me. Poi mi addormentai e sognai.

Sognavo un falegname e persone che incastravano assi di legno colpendole con delle mazze. Colpi forti, rumorosi, che divenivano sempre più intensi e assordanti. Mi svegliai col cuore in gola. Stavano bussando alla porta. Forte. Ripetutamente. Guardai l’orologio. Erano le tre. Mi alzai e andai ad aprire. Entrarono due uomini sui trenta o forse quarant’anni, visibilmente proccupati. “Duttu’, nostru patri... si ‘ntisi mali.”
“Che c’ha?”
“Lu cori dutturi. Fu ricoverato a Trapani du misi fa picchì appi un infartu. Ha statu bonu ma aieri sira accumincià a sèntisi disturbatu e ‘nni dicia chi ci mancava l’aria, ma ora sta veramenti mali e avi l’affannu. ‘Nni facissi stu piaciri, lu vinissi a visitari.”
“Quanti anni ha?”
“La settantina passata.”
“Datemi il tempo di vestirmi e di prendere la borsa e lo vengo a vedere.”
“Sì dutturi si, grazzi, grazzi assai.”
“E’ distante?”
“Noo, niatri stamu ccà vicinu, semu piscaturi e avemu la varca. Lu nostru dutturi nun c’è e accussì stamu chiamannu a vossìa.”

Tirava vento forte ma la pioggia era cessata da poco. Andammo a piedi per quelle decine di metri che separavano la condotta medica dalla casa dei pescatori. Entrai da una porticina, mi fecero attraversare un modesto soggiorno con un tavolo quadrato al centro e mi condussero all’adiacente camera da letto. Il paziente, il volto scarno e solcato da rughe profonde, tante quanto gli anni passati in mare, annaspava in posizione seduta, al centro di un letto matrimoniale. Era agitato e aspirava aria annaspando e sibilando. La moglie e un’altra donna, forse una figlia, gli tenevano le mani da entrambi i lati del letto. Altre due donne stavano in piedi nella stanza, spettatrici inermi di una sofferenza che appariva già atroce.

Misurai la pressione: 220 su 110. La crisi ipertensiva c’era, ma non poteva da sola spiegare quell’agitazione e quella fame d’aria. Presi lo stetoscopio e lo poggiai sul torace. Nessuno se ne avvide ma sbiancai. Avevo appena ascoltato quel borbottio di bollicine che il professore Antonio Strano, in una memorabile lezione a Palermo, aveva descritto come “marea montante”. I polmoni si stavano riempiendo di essudato, il liquido presto avrebbe invaso ogni spazio e l’uomo sarebbe morto soffocato. Era quella tipica situazone che un medico si augura di non dovere mai affrontare nella sua vita professionale. Con voce controllata mi rivolsi agli astanti.

“Ha una crisi ipertensiva e un edema polmonare acuto. E’ grave. Gli faccio un diuretico in vena e lo trasportiamo in ospedale immediatamente.”
“Dutturi, l’avemu già chiamatu li carrabbineri, ma la pilotina nun pò nèsciri picchì lu mari è forti e mancu l’elicottero vola cu sta tempesta.”
Il cuore batteva ancora più forte ma non lo sentivo più. Passarono secondi e mi parve troppo tempo per pensare. Non c’erano altre possibilità. C’era un malato gravissimo, post infartuato, con una pressione alle stelle e un edema polmonare acuto, che se ne stava andando al creatore con indicibili soffernze, in un’isola sperduta in mezzo al mare, e c’ero io, medico da un mese e mezzo, che a giorni avrei compiuto ventisei anni. L’altra cosa drammatica era che ogni minuto che passava era un avvicinarsi a una morte sciagurata. Chiesi alle donne di tenermi fermo il braccio dell’uomo di cui non conoscevo neppure il nome. Sentivo il braccio vibrare a ogni respiro. “Tenetelo fermo” penso di avere detto mentre mi apprestavo a caricare una siringa con due fiale di lasix per iniettarle in vena. Mi resi conto che stavo piegato, con un ginocchio sul letto, poiché il paziente se ne stava seduto al centro. Centrai la vena alla piega del gomito già gonfia per la pressione polmonare che aumentava, e iniettai il lasix.

“Fatemi vedere le medicine che prende” ordinai col tono di chi comanda. C’era la trinitrina. Perfetto. “Dategliene due, mentre io vado in ambulatorio a prendere altre medicine.”
Ripercorsi di fretta la stradina al contrario e guardai l’orologio. Erano le quattro.
Mi fiondai sull’armadietto dei medicinali. La morfina. Ricordavo che in questi casi la morfina è indicata, ma non ricordavo il perché e il percome. Le nozioni fisiopatologiche erano sparite completamente lasciando posto alla necessità di somministrare morfina, e basta. Stetti a rovistare tra i farmaci per alcuni minuti. La morfina era al suo posto. Cos’altro mi sarebbe potuto servire? Attendevo un’ispirazione. Pregai o forse pensai di pregare. “Dio mio...”. Tornai nella casa del pescatore. Provavo a immaginare di trovarlo in condizioni migliori. Non fu così. Sembrava stesse peggio. Iniettai la morfina in muscolo. Ricontrollai la pressione: 200 su 100. Un po’ meglio ma sempre alta. Dovevo dare il tempo di urinare di più e scaricare il circolo, ma l’attesa mi pesava ancora tanto.

“Vado a prendere qualcos’altro” dissi ai parenti, e tornai in ambulatorio, ma era solo per prendere tempo, per tornare a cercare un’ispirazione, fosse anche un segno dal cielo. Pensavo. E il tempo scandiva inesorabile minuti dopo minuti. Ricordai imporovvisamente che in passato i medici facevano salassi ai pletorici. Già, il salasso, perché no? Avrebbe alleggerito la pressione e la tensione polmonare. Tornai con una bacinella smaltata di bianco e un deflussore, un grosso ago adatto alle trasfusioni di sangue. Ripoggiai il ginocchio sul letto, chino sul paziente.
“Signora, lei mi regga forte il braccio e non lo faccia muovere. Ecco, così, brava. E per favore gli altri escano dalla stanza e arieggiate perché non si respira più qua dentro.”

Tutti eseguivano in silenzio i miei ordini secchi. La loro speranza in quel frangente ero solo io. Infilai il grosso ago nella vena dell’altro braccio tenendovi sotto la bacinella e un fiotto di sangue scuro comincio a defluire variando il suo flusso a ogni respiro. La bacinella era quasi piena quando tolsi l’ago dal braccio. Il paziente chiese di urinare. Lo aiutarono a urinare vicino al letto e si riaccomodò lentamente, seduto al centro. Notavo che le escursioni respiratorie si facevano meno profonde e meno sibilanti.
“Torno in ambulatorio e lo vengo a vedere tra un’ora. Se ci fossero problemi mi chiamate prima.” “Sì, sì, grazzi veramenti dutturi.”

Erano le cinque. Avrei forse dormito un’ora, prima che la sveglietta mi facesse risentire la sinfonia n.40 di Mozart. Mi misi a letto e chiusi gli occhi. E con gli occhi chiusi, una serie di immagini vivide cominciarono a scorrere nella mia mente. Passai in rassegna tutti i momenti di quella notte, la casa dei pescatori, il paziente, i parenti, il lasix in vena, la morfina, la trinitrina, il salasso, la preghiera silenziosa. Dopo trenta minuti ero già in piedi e alle sei del mattino bussavo alla porta di quella casa. Il fatto che nessuno fosse venuto a chiamarmi faceva ben sperare. Aprì la moglie. “Dutturi, s’addummiscì ora ora”. Si era addormentato in quel momento, ma del sonno dei vivi, respirando normalmente.

Mentre tornavo alla condotta di Favignana respiravo anche io. Normalmente. Aveva smesso di piovere. Il vento si era placato e come per magia stava spuntando il sole. Pure dentro di me.
 
Giacomo Mangiaracina - 40 anni di professione
Presidente Agenzia nazionale per la prevenzione

13 marzo 2016
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