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L’etica della cura e il ruolo non valorizzato degli infermieri

Il riconoscimento etico e politico della professione infermieristica, naturalmente e prima di tutto, richiederebbe che chi rappresenta gli infermieri credesse in questa potenzialità, che gli infermieri fossero conseguentemente presenti nei comitati etici locali e nel comitato etico nazionale per dare il loro contributo sulla buona condotta in medicina ed in sanità

12 APR - La commissione etica del collegio di Firenze dalla sua costituzione si è riunita varie volte con lo scopo di riflettere sull’etica professionale quale condotta possibile per il proprio operato. Di seguito alcuni elementi della riflessione avvenuti prima e dopo la lettura del documento prodotto dal Comitato nazionale di bioetica sulla sedazione continua.

Gli infermieri sono chiamati (cosi come tutti i professionisti sanitari)  a svolgere la loro opera mossi da un’ inclinazione naturale verso  la cura della sofferenza umana. Essi, però, più di altri, sono attenti a questo richiamo. Infatti, pur sapendo di essere la presenza, 24 ore su 24,  nel dolore e la continuità nella sofferenza fino alla  morte del malato scelgono  lo stesso di ascoltare quel richiamo e decidono  di essere infermieri . E’ dopo questa scelta che tutto cambia.

Un desiderio di cura, il loro, che dovrebbe realizzarsi come un’etica della cura appassionata (E.Pulcini,2013): concreta, contingente,contestuale e che riconosce nell’amore antropologico ciò che permette di tendere verso l’altro.


L’infermiere ascoltando le emozioni di sofferenza proprie nell’ascolto delle emozioni di  sofferenza altrui restituisce, già di per se, gesti di umanità ad altra umanità , garantisce l’umano con la propria umanità.

In realtà oggi questa consapevolezza dell’essere infermiere è volutamente velata dagli stessi professionisti per  timore che si identifichi la cura con il sacrificio di sé per il bene degli altri, che si confonda la vocazione con la missione. Questa paura, però, sfocia in  una visione dualistica tra l’infermiere e la persona malata, che finisce per favorire una relazione fra giustapposti, piuttosto che una relazione interconnessa. Se fossimo davvero capaci di interconnetterci con le persone malate potremmo aiutare il sistema ad essere meno impersonale e più relazionale e quindi ad avere dei risultati di outcome  apprezzabili ad a noi riconducibili.
 
La nostra riflessione passa proprio da qui, dalla necessità di  togliere questo velo d’ ignoranza  e concedersi  senza paura ad una visione post convenzionale dell’etica della cura. Secondo noi, la cura infermieristica, nello specifico ed in generale, deve poter contare su di una configurazione non solo emotiva, ma anche etico-politica. L’opera degli infermieri, infatti, può essere aiutata se l’amore insito nell’etica della cura è agito come azione collettiva e, dunque, come parte di uno specifico sapere infermieristico e non solo, come nel caso della sedazione profonda, dagli infermieri delle cure palliative.

Il riconoscimento etico e politico della professione infermieristica, naturalmente e prima di tutto, richiederebbe che chi rappresenta gli infermieri credesse in questa potenzialità, che gli infermieri fossero conseguentemente presenti nei comitati etici locali e nel comitato etico nazionale per dare il loro contributo sulla buona condotta in medicina ed in sanità. Invece, solo per fare un esempio, Il comitato nazionale di bioetica ha affrontato il tema della sedazione profonda e non solo, senza gli infermieri (al documento prodotto manca, infatti, anche un’appendice tecnico-infermieristica). Nello stesso comitato etico nazionale manca la professionalità infermieristica. Un modus operandi che stride anche con le linee guida del consiglio internazionale degli infermieri che, nel  codice deontologico, richiamano i professionisti alla discussione sull’etica, sulla compassione e sulla fiducia e mettono al primo posto il rapporto tra gli infermieri e le persone malate e non.

Gli infermieri potrebbero aiutare i cittadini a capire la differenza tra sedazione profonda ed eutanasia quando ancora i cittadini sono sani, oppure nella fase della malattia. Questo servirebbe  a far capire al cittadino che è un diritto del morente essere supportato nel controllo della sua sofferenza e servirebbe ad acquisire  un consenso  davvero informato perché aiutato  da una terminologia chiara e semplice che consente di distinguere tra sedazione moderata, superficiale, temporanea, intermittente o continua. Viene, infatti, solitamente utilizzata anche in letteratura l’espressione “sedazione terminale” sebbene questa espressione susciti equivoci in quanto l’aggettivo terminale potrebbe far pensare che la sedazione favorisce la morte  oppure riferirsi solo al carattere irreversibile dell’intervento sedativo. Inoltre, l’infermiere, sempre  accanto al malato, è in grado di condividere un consenso istante per istante. Penso anche al contributo che un infermiere esperto in assistenza transculturale potrebbe portare cercando di capire i modelli esplicativi di salute e malattia del malato, oppure il concetto di dolore, il concetto di vita e di morte culturalmente determinati.

L’infermiere, utilizzando anche un sapere più relativo, rispetto a quello più strettamente scientifico, e strumenti di tipo antropologico, è in grado di conoscere meglio il malato e di pianificare le cure considerando l’opinione del malato in merito alla sofferenza e alle direttive anticipate (che dovrebbero essere rese il più possibili attuali, indipendentemente dalla validità legale delle direttive stesse).

Morire in maniera “preparata”, pronta non è una condizione che si determina in un momento, o durante l’assistenza palliativa,  ma durante tutto un vivere. La conoscenza di questo vissuto così “intimo” e  spirituale dell’uomo e dell’uomo malato  non può essere pretesa, ma deve rivelarsi attraverso un amore che è insito nell’etica di cura infermieristica. L’azione collettiva di questo amore antropologico permetterebbe poi  la configurazione politica della cura infermieristica perché l’amore è la più forte emozione politica. Un amore che va oltre la dimensione emotiva e la sua patetica considerazione. Un amore che è azione e decisione.

L’infermiere curando con un meccanismo decisionale che sia più attento alla cura delle differenze che ai bisogni universali determinerebbe un vero cambiamento di paradigma: dalla determinazione emotiva della dimensione della cura infermieristica ad una sua configurazione etica e politica .
 
La commissione etica del collegio di Firenze propone questa riflessione a livello nazionale e chiede che una figura infermieristica sia presente nel Comitato etico nazionale.

Marcella Gostinelli
Eleonora Cortonesi
Bruschi Costanza
Filippo Lombardi
Giulia Fabbrizzi
Commissione etica del Collegio Ipasvi di Firenze

12 aprile 2016
© Riproduzione riservata


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