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Lavorare di notte fa male. Nuovo studio su Jama conferma aumento rischi per il cuore nelle infermiere che fanno turni notturni rispetto alle colleghe che non li fanno

Una ricerca del Brigham and Women's Hospital di Boston, basata sugli studi Nurses' Health Study I e II, torna a far parlare dei pericoli per la salute delle infermiere turniste, comportati dal lavoro notturno. Già dopo 5 anni trascorsi a fare turni notturni, il rischio di cardiopatia ischemica comincia ad emergere. Dopo dieci anni di turni l'aumento del rischio è del 15-18% rispetto alle lavoratrici che non fanno turni di notte

28 APR - La cardiopatia ischemica è la principale causa di morte per entrambi i sessi nei paesi occidentali. Negli USA, le statistiche di mortalità rivelano infatti che un decesso su 4 è attribuibile a coronaropatia.
Oltre ai ‘soliti noti’ tra i fattori di rischio, di recente l'attenzione degli studiosi è stata attirata dalle alterazioni dei pattern del sonno. E non solo quelle causate da motivi ludici.
 
Un gruppo di ricercatori del Brigham and Women's Hospital (BWH) di Boston ha appena pubblicato su JAMA uno studio che rivela come le infermiere turniste, dopo 10 anni di turni a ciclo di rotazione continuo, presentano un rischio di cardiopatia ischemica aumentato del 15-18% rispetto alle donne con orari di lavori che non prevedono turni di notte.
 
"La cardiopatia ischemica - ricorda il primo autore dello studio Celine Vetter, epidemiologa presso la Channing Division of Network Medicine e cronobiologa presso il BWH - riconosce una serie di fattori di rischio, i più noti dei quali sono il fumo, l'ipertensione, le alterazioni del colesterolo, il diabete, lo stress, l'obesità, la sedentarietà, la scarsa qualità della dieta.

 
Eppure, anche dopo aver aggiustato per tutti questi fattori, il rischio per la salute del cuore comportato dai turni di notte continua ad emergere chiaramente. Si tratta di un piccolo aumento del rischio d'accordo, comunque importante tuttavia poiché si tratta di un fattore di rischio modificabile; cambiare i turni di lavoro può avere infatti un impatto sulla prevenzione della cardiopatia ischemica".
 
I risultati di questo studio sono molto solidi e scaturiscono dalle osservazioni fatte in una finestra temporale di 24 anni sulle 189.000 infermiere che hanno preso parte ai Nurses' Health Study I e II.
Le donne incluse nello studio hanno riferito la loro esposizione nel corso della vita al lavoro da turnista, comprendente 3 o più turni di notte al mese, in aggiunta ai turni diurni e serali.
 
È stata valutata quindi l'incidenza di cardiopatia ischemica in questa popolazione di donne e sono state prese in considerazione le eventuali coronarografie effettuate a conferma di un dolore toracico correlato a coronaropatia, gli infarti, le procedure di angioplastica, di posizionamento di stent o di by-pass aorto-coronarico.
Sono stati inoltre esaminati la documentazione clinica e gli eventuali certificati di morte, attestanti il decesso per cardiopatia.
 
Ogni 2-4 anni, per tutta la durata dello studio, sono stati aggiornati i dati relativi alla presenza di altri fattori di rischio cardiovascolari. Nell'arco dei 24 anni di durata dello studio sono stati registrati circa 10.000 nuovi casi di coronaropatia.
Un altro dato scaturito dallo studio è che il recente passaggio ad un lavoro comportante una rotazione di turni, compresi quelli notturni, in molti casi rappresentava il principale fattore di rischio. Più tempo trascorre dall'abbandono del lavoro da turnista inoltre, più sembra ridursi il rischio di cardiopatia ischemica. Un dato quest'ultimo in attesa però di conferma da parte di ulteriori studi. 
 
"I nostri risultati – afferma la Vetter - confermano precedenti osservazioni, ma è possibile che orari diversi possano comportare rischi differenti, così come gli orari di inizio e di fine turno. Riteniamo che i risultati del nostro studio suggeriscano la necessità di effettuare ulteriori ricerche per esplorare più in profondità la relazione tra i turni di lavoro, le caratteristiche individuali e la salute delle coronarie, al fine di ridurre il rischio di malattie cardiovascolari".
 
I ricercatori americani sottolineano che caratteristiche individuali, quali i ritmi biologici di un individuo, disturbati dalla rotazione dei turni, soprattutto di quelli notturni, e informazioni più puntuali sui pattern e sulla qualità del sonno potrebbero contribuire a modulare e a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari.
 
Maria Rita Montebelli

28 aprile 2016
© Riproduzione riservata


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