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11 APRILE 2021
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Infermieri nelle Forze armate e in Polizia. Ipasvi: “A difesa della salute e della libertà dei cittadini”


Oggi si è tenuta la prima giornata sull’infermieristica delle Forze Armate e della Polizia di Stato organizzata dalla Federazione. Tra le proposte emerse dal convegno quella di una riorganizzazione dei servizi di emergenza. E poi novità: dal 2017 accesso a selezioni anche per chi ha laurea con inquadramento di maresciallo.

03 MAG - “La prima giornata sull’infermieristica delle Forze Armate e della Polizia di Stato vuole essere un momento di attenzione nei confronti degli infermieri che questa Federazione rappresenta ma soprattutto la volontà di intraprendere una collaborazione costruttiva finalizzata al miglioramento della condizione del professionista infermiere militare e della Polizia - oggi circa 4mila unità -, risorsa irrinunciabile per le Amministrazioni in cui è inquadrato ma non di meno per la società civile e per il cittadino in qualsiasi contesto”. 
 
Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale Ipasvi, ha aperto così la scorsa settimana a Roma il convegno “L'infermiere militare nelle Forze Armate e di Polizia. Uno sguardo al passato, una riflessione sul presente ed una considerazione sul futuro” , al quale sono intervenuti i rappresentanti delle Forze armate e della Polizia e dei ministeri che a diverso titolo costituiscono i riferimenti di questi professionisti. 
 
“Un mondo, ha sottolineato Mangiacavalli, che ha un doppio ruolo di difesa: quello della salute  e quello dei cittadini e della loro libertà e che rappresenta un’eccellenza per il nostro Paese”.

 
Durante i lavori è stato sottolineato da tutti i partecipanti il “ruolo di supporto al Servizio sanitario nazionale pubblico che il Servizio sanitario militare  e della Polizia può rappresentare, con l’ottimizzazione, grazie a un’organizzazione capillare e tecnologicamente avanzata, degli attuali servizi ai cittadini”.
 
Tra le proposte degli alti ufficiali presenti al convegno e intervenuti alla tavola rotonda, anche quella di ospedali di pronto soccorso attrezzati per l'emergenza e organizzati in maniera sostanzialmente diversa dagli attuali servizi di emergenza delle nostre attuali strutture di ricovero.
 
E per quanto riguarda il personale, dal 2017 cambierà “qualcosa nelle modalità di reclutamento che oggi non consentono sviluppi pieni di carriera ai professionisti infermieri. Non si accederà solamente con il diploma (in qualità, quindi, di allievo maresciallo durante il percorso accademico), ma sarà possibile partecipare a selezioni anche con la laurea di primo livello, e quindi con inquadramento iniziale già da maresciallo”.
 
Durante la tavola rotonda del convegno è stato realizzato anche un collegamento video per un saluto degli infermieri e medici del contingente italiano in Afghanistan.
 
Nella sua lettura magistrale l’Ammiraglio Filippo Crociata, Capo ufficio ricerche e sviluppo tecnologico dell’Ispettorato generale sanità militare, intervenuto in rappresentanza del Generale Enrico Tomao, Ispettore generale della Sanità militare, ha illustrato lo stato dell’arte in ambito militare europeo (in particolare quello della situazione Francese, che dà ampio spazio, anche finanziario, alla gendarmeria, ai medici e agli infermieri della difesa nazionale; ma anche quello Inglese, dove l’integrazione tra civili e militari è totale; per finire con quello Tedesco, che è l’esempio di integrazione accreditata e validata per eccellenza, anzi in Germania è la sanità civile ad affidarsi a quella militare) e ha poi ricordato che “occorrerebbe un riordino complessivo di tutti i settori rendendoli omogenei, anche attraverso il riconoscimento delle competenze in relazione all’inquadramento nel ruolo”.
 
“In Italia - ha spiegato l’Ammiraglio nel suo intervento -  il processo in atto - sia endo-organizzativo sia inter-organizzativo - coinvolge necessariamente in modo considerevole il personale sanitario militare. Le ricadute positive di una riorganizzazione con finalità di innalzamento della qualità, anche e soprattutto in chiave di integrazione, riguardano principalmente la formazione professionale on the job, di assoluta necessità, soprattutto per la pluralizzazione delle mansioni e dei contesti operativo-relazionali (assolutamente indispensabile per una componente sanitaria, come quella militare, impegnata nell'assolvimento di compiti in costante evoluzione). Questo riguarda non solo le emergenze, ma anche l'ordinaria amministrazione, sia le modalità di trattamento sia la strumentazione impiegata. Il tutto in un contesto caratterizzato dall'estrema variabilità delle condizioni di salute e da caratteristiche socio-culturali dei destinatari degli interventi sanitari che tendono a cambiare più rapidamente rispetto al passato. La spinta all'integrazione con il SSN potrebbe assolvere un ruolo cruciale in tale possibile processo”. 
 
“A questo riguardo – ha precisato - vanno però adeguatamente considerate le dinamiche che caratterizzano il SSN. Esigenze anche in questo caso di natura in primo luogo economica hanno determinato nella sanità civile una innovazione che presenta evidenti risvolti inerenti la cultura organizzativa. Il riferimento va soprattutto alla progressiva diffusione dei concetti di accuratezza e appropriatezza, ma soprattutto dell'esigenza di non applicarli in senso generico, bensì di documentarne, quantificarne e, quindi, valutarne (in itinere, attraverso opportune azioni di monitoraggio, o ex post) l'effettiva o la mancata applicazione. 
 
“Alla luce di tale nuovo approccio organizzativo e gestionale del SSN – ha poi detto - , nel caso di una cooperazione strutturale avanzata (una autentica integrazione) sarebbe praticamente inevitabile per le strutture (e gli operatori) del SSM l'erogazione di servizi anche a pazienti non militari. Tale caratterizzazione, risulterebbe peraltro perfettamente allineata - come abbiamo visto - a quella delle organizzazioni sanitarie militari dei principali Paesi occidentali e ispirata sia dalla consapevolezza della strettissima relazione esistente tra volume di attività e qualità delle prestazioni (che potrebbe invece essere messa a rischio da un impegno operativo troppo votato alla gestione dello straordinario) sia dalla conoscenza delle concrete opportunità di attirare risorse economiche non direttamente attribuite al bilancio della Difesa. Al di là di quelli di natura economica, i principali benefici saranno quelli formativi, di cui beneficeranno i professionisti del SSM”. 
 
“A tal proposito – ha specificato -  qualche breve considerazione proprio sulle risorse umane. Sotto questo profilo, occorre in primo luogo sottolineare l'eccellenza italiana, ovvero una qualità media degli operatori civili e militari di primissimo livello, di per sé in grado di compensare buona parte dell'eventuale divario quantitativo e strutturale esistente. 
In tale contesto, l'infermiere riveste un ruolo di particolare rilevanza, in quanto in grado di esprimere una diretta ‘funzione di garanzia e di essenziale salvaguardia del paziente’. 
 
Per concludere, “l'integrazione formalmente interna rappresenta la premessa contestuale in cui sviluppare e rafforzare le sinergie tra SSM e SSN. Peraltro, lo scambio di competenze e la collaborazione con le realtà sanitarie civili del Paese, in particolare ospedaliere, garantirebbe ai militari il massimo dell'assistenza e amplierebbe la gamma dei servizi offerti alla collettività, sia nell'ambito dei servizi ospedalieri sia in caso di grandi calamità, in un'ottica di qualità e risparmio.  Pur tuttavia, questi non possono essere considerati obiettivi di una specifica componente, bensì dell'intero sistema sanitario e più in generale della Pubblica Amministrazione (Difesa compresa) del nostro Paese”.
 
Per quanto riguarda la Polizia, Fabrizio Ciprani, Dirigente superiore medico della Polizia di Stato, delegato al convegno dal Capo della Polizia Alessandro Pansa, ha sottolineato che “i nostri Infermieri devono essere preparati e anche meglio degli Infermieri civili, soprattutto perché sono spesso chiamati a lavorare in settori e compiti specifici dell’assistenza e in momenti critici della sicurezza locale e nazionale; gli Infermieri e i Medici di Polizia non hanno strutture adeguate di ricovero come le forze militari; i nostri Infermieri vengono però inquadrati dal punto di vista del lavoro ed economicamente in un livello più basso di chi in Polizia non ha lo stesso livello di studi e questo non va bene; questa situazione va modificata, si deve dare il giusto riconoscimento a uomini e donne che servono lo Stato e che tutti i giorni mettono a disposizione la loro esperienza e le loro competenze”.
 
“Gran parte delle indagini oggi in essere in Italia - ha aggiunto - riguardano ambiti sanitari e pensare di avere degli Infermieri di Polizia demotivati e senza ruolo ben definito è impensabile. E se lo dice un medico vuol dire che qualcosa deve cambiare. Come cambia la scienza, cambia la sanità e cambiano le competenze degli uomini e delle donne che sono tutti i giorni al servizio della popolazione civile italiana”.
 
Per Saverio Proia consulente del sottosegretario alla Salute Vito De Filippo, “le regioni stanno dimostrando di apprezzare la sanità militare, in Emilia Romagna, ad esempio, sono già in piedi interessanti accordi. Questo perché siamo in presenza di professionisti con competenze avanzate. Resta il problema di dare piena attuazione alla legge istitutiva n.833, integrandola nel modo giusto con il dettato del nuovo patto della salute, con la valorizzazione del territorio e la vocazione degli ospedali principalmente acuzie e urgenze/emergenze”. 
 
La tavola rotonda è stata interrotta per alcuni minuiti da un evento speciale: i saluti in diretta dei medici e infermieri del contingente italiano in Afghanistan. La presidente e il riconoscimento dei partecipanti che hanno a lungo applaudito il collegamento e i colleghi  ha sottolineato che  gli operatori sanitari militari nei luoghi di guerra rappresentano l’orgoglio italiano nei campi dove tutti i giorni vivono in maniera diretta il dolore, la sofferenza e la morte.

03 maggio 2016
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