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Intramoenia. Dati Relazione al Parlamento spazzano via molte “leggende metropolitane”

Confermato che non c’è alcuna relazione con le liste d’attesa. L’attività istituzionale resta ampiamente prevalente rispetto a quella libero professionale. Ma soprattutto l’intramoenia si conferma capace di intercettare prestazioni aggiuntive per l’azienda  che altrimenti andrebbe ad alimentare il settore privato

10 OTT - I dati sulla libera professione intramoenia (LPI) dei medici dipendenti del SSN, recentemente pubblicati (Relazione del Ministero della Salute al Parlamento, 2016) e riferiti al 2014, hanno il grande merito di fare piazza pulita delle tante leggende metropolitane messe artatamente in giro al solo scopo di impedire a medici dotati di elevate conoscenze professionali e sofisticate capacità tecniche di stare su un mercato, quello della spesa ”out of pocket” in campo sanitario, che evidentemente qualcuno vuole riservare solo al privato, “puro” o “sociale” esso sia.
 
L’analisi della serie storica dei ricavi complessivi della LPI, conferma il trend in diminuzione a decorrere dal 2010. I ricavi per questa tipologia di prestazioni subiscono una battuta di arresto e iniziano a diminuire passando da 1,264 miliardi di € del 2010 a 1,143 miliardi di € del 2014 (variazione 2010-2014 pari a -9,6%) corrispondenti rispettivamente ad una spesa pro-capite, calcolata sulla popolazione residente, di 21 euro/anno per il 2010 e di 19 euro/anno nel 2014.

 
E’ evidente come la crisi economica che attanaglia il nostro Paese dal 2009 stia progressivamente erodendo il mercato della LPI. Anche la gestione approssimativa del settore da parte delle aziende sanitarie con incrementi ingiustificati dei costi sostenuti, gli oneri aggiuntivi previsti dalla Legge Balduzzi, la tassazione Irpef elevata, l’Irap scaricata sul cittadino e perfino, come se tutto ciò non bastasse, la tassazione imposta da alcune regioni per recuperare quota parte del mancato gettito derivante dalla non reintroduzione dei ticket sulla specialistica, alla fine rappresentano un mix che rischia di portare fuori mercato la LPI rendendola non competitiva rispetto all’offerta del privato orientata sempre di più verso il low cost.
 
Eppure stiamo parlando di un settore che in tutta evidenza rappresenta un valore aggiunto per le aziende sanitarie. Queste, infatti, traggono dalla LPI una apprezzabile fonte di finanziamento in un’epoca di vacche magre. La quota incassata dalle aziende è passata da 164 milioni di € nel 2010 a 217 milioni nel 2014 (+32%).
 
Sulla quota rimanente, 926 milioni di €, versata dalle aziende ai professionisti con ritardi che spesso superano i 6 mesi, lo Stato incassa per la tassazione Irpef circa 400 milioni di €. In sintesi questo canale di entrate alimenta i flussi di cassa aziendali con denaro fresco, contribuisce all’ammortamento degli investimenti effettuati attraverso un maggiore utilizzo delle strutture e delle tecnologie, anche con orari prolungati serali, determina possibili utili aziendali e rappresenta una attività a imposizione fiscale certa. Ci si aspetterebbe un’agevolazione della LPI attraverso processi di sburocratizzazione e di riduzione dei costi generali. Così non è e così non sarà.
 
Passiamo ora alla vexata questio del presunto rapporto negativo tra LPI e liste di attese. I ricoveri in regime di libera professione sono stati nel 2014 circa 28.000 a fronte di 8,630 milioni in regime ordinario o di day hospital. Pertanto, in libera professione è stato effettuato lo 0,32% di tutti i ricoveri in strutture pubbliche nel 2014. Per quanti sforzi mentali uno possa fare non si capisce come un numero così piccolo possa influenzare le importanti attese presenti nel nostro sistema sanitario, per esempio in tutta la chirurgia di bassa complessità o per l’impianto di protesi in campo ortopedico.
 
Siamo sicuri che il taglio dei posti letto (- 71.000 negli ultimi 15 anni) e il taglio del personale (-25.000 addetti tra medici ed infermieri dal 2009 al 2014) non abbia avuto maggiore influenza? Se passiamo all’analisi dei DRG più richiesti, ai primi due posti troviamo il parto cesareo (3447 ricoveri in LPI) e il parto per via vaginale (1375 ricoveri in LPI) e ancora una volta mi riesce arduo comprendere come si possa determinare attese con queste particolari prestazioni.
 
In quasi 40 anni di frequentazioni degli ospedali, le uniche attese che ho visto intorno al parto sono state quelle dei genitori e dei nonni, ma per abbracciare finalmente il nascituro. Sul versante delle attività ambulatoriali, il rapporto tra regime libero professionale e istituzionale è dell’8 % con circa 60 milioni di prestazioni in regime istituzionale a fronte di 4,8 milioni in libera professione per le 34 tipologie oggetto di monitoraggio.
 
La visita LPI più richiesta è quella ginecologica con 592.307 prestazioni. Anche in questo caso è la scelta della donna per un professionista di fiducia che porta a preferire il regime libero professionale con percentuali superiori alla media (28%). Le leggi vigenti garantiscono il diritto dei medici a esercitare una professione liberale e il diritto del cittadino a scegliersi un medico di propria fiducia in un periodo critico della sua vita. Il SSN offre i servizi, la singola prestazione chirurgica o diagnostica, ma non può sempre garantire quale medico la eseguirà, per ovvi motivi organizzativi, resi ancora più critici dal sistematico de-finanziamento del SSN che ha caratterizzato questi anni di crisi economica. La libera professione permette questa scelta.
 
I dati illustrati dimostrano ancora una volta come l’attività istituzionale sia ampiamente prevalente su quella libero-professionale con rapporti molto lontani dai limiti massimi(LPI=100% dei volumi prestazionali istituzionali) indicati dalle leggi e dai contratti. La LPI, piuttosto, contribuisce a contenere il fenomeno delle liste d'attesa permettendo l'accesso a un canale sostenuto dal lavoro aggiuntivo dei professionisti, spesso a costi calmierati e a imposizione fiscale certa.
 
Non solo, la LPI rappresenta per le Aziende sanitarie una delle possibilità per acquisire con il proprio personale prestazioni aggiuntive a quelle istituzionali, anche in regime di ricovero, intercettando e introitando denaro che altrimenti andrebbe ad alimentare il settore privato e offrendo agli utenti la possibilità di accedere a prestazioni diagnostiche e terapeutiche sicure e di qualità, poiché garantite dal SSN.
 
Carlo Palermo
Vice Segretario Nazionale Vicario Anaao Assomed

10 ottobre 2016
© Riproduzione riservata


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