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Tragedia di Settimo Torinese. Stronati (Sin): “Le mamme devono sapere che non sono sole”

La Società italiana di neonatologia interviene dopo la morte del neonato di Settimo Torinese (To), considerato in un primo momento come un abbandono dopo poche ore dal parto, quando il bambino è stato trovato avvolto in un asciugamano, in gravi condizioni di salute. Qualunque sia la scelta della futura mamma, è fondamentale che il parto sia fatto in assoluta sicurezza in strutture ospedaliere affidabili che, se richiesto, possono garantire l’anonimato

01 GIU - "Le mamme devono sapere che non sono sole. E che se non vogliono tenere il proprio bambino possono contare su una rete di supporto psicologico e di assistenza che garantisce il totale anonimato. L’abbandono dei neonati e il contrasto dell’infanticidio, due problemi, purtroppo, ancora molto diffusi, si combattono con un’azione di prevenzione, informazione e comunicazione sistematica e continuativa che riesca a giungere a tutte le donne in gravidanza, soprattutto le più sole e abbandonate".
 
Così la Società italiana di neonatologia in riferimento alla morte del neonato di Settimo Torinese (To), considerato in un primo momento come un abbandono dopo poche ore dal parto, quando il bambino è stato trovato avvolto in un asciugamano, in gravi condizioni di salute.

La Sin sostiene e porta avanti da anni “ninna ho”, il primo progetto nazionale a tutela dell’infanzia abbandonata, nato nel 2008 per iniziativa della Fondazione Francesca Rava – NPH Italia Onlus e di KPMG Italia, che si rivolge a tutte quelle madri che trovandosi in difficoltà non sono in grado di potersi prendere cura del proprio neonato.


“Qualunque sia la scelta della futura mamma, è fondamentale che il parto sia fatto in assoluta sicurezza – dice il Mauro Stronati, Presidente della Sin – in strutture ospedaliere affidabili che, se richiesto, possono garantire l’anonimato, un diritto di tutte le donne secondo la legge italiana (DPR 396/2000). Nell’ambito della campagna d’informazione del progetto ninna ho, è inoltre attivo un numero verde 800320023, a disposizione dal lunedì al venerdì, per tutte quelle mamme che si trovano in difficoltà ed hanno necessità di un supporto psicologico ed informazioni”.

La sfida per contrastare questo fenomeno è raggiungere le madri. Giovani, e spesso giovanissime, con un’età compresa tra i 18 e i 30 anni, sono donne in larga percentuale straniere, ma molte anche italiane. Rappresentano un’ampia fetta di mamme che in grave difficoltà sociale, economica o psicologica, arrivano a fare scelte estreme che mettono a rischio se stesse ed il proprio bambino.

Per le mamme che escludono il parto in anonimato, c’è anche la possibilità delle culle per la vita, strutture che accolgono i neonati anche in un secondo momento e dotate di riscaldamento, chiusura in sicurezza, presidio di controllo h24 e rete con servizio di soccorso medico. Sono già presenti presso gli ospedali di diverse città italiane, come Napoli (A. O. Universitaria Federico II), Varese (Ospedale Materno Infantile Del Ponte), Parma (A. O. Universitaria), Padova (A. O. Universitaria), Firenze (A. O. Universitaria Careggi), Milano (Clinica Mangiagalli), Roma (Policlinico Casilino) ed anche a Brescia e Palermo.

“Sono ancora pochi gli ospedali con una culla termica salvavita ma tutti hanno comunque un’equipe di medici che possono fare la differenza per una madre in una situazione di profondo disagio. In questi casi empatia e conoscenza dei diritti della donna possono trasformare una potenziale tragedia in un nuovo percorso di vita per un bambino a rischio” conclude Stronati.
 
 
Lorenzo Proia

01 giugno 2017
© Riproduzione riservata


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