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Assistenza socio-sanitaria. Taranto (Fp Cgil): “Un contratto di filiera per favorire l’integrazione”

“Dotare di uno strumento contrattuale l’idea che una parte di risposta sanitaria e una parte di risposta sociale stanno insieme”. È questa la proposta che Cecilia Taranto, segretaria della Fp Cgil, avanza in questa intervista a Quotidiano Sanità in occasione della quattro giorni di dibattito e di festa organizzata dalla Cgil Funzione Pubblica nel Mugello.

23 SET - Quattro giornate di confronto, discussione e anche di festa. È questa l’iniziativa che la Cgil Funzione Pubblica sta realizzando a Borgo San Lorenzo, nel Mugello, dal 21 fino al prossimo 24 settembre.
Al centro della discussione, ieri, i temi della sanità e soprattutto dell’integrazione socio sanitaria, in un dibattito cui hanno partecipato Daniela Scaramuccia, assessora alle Politiche della Salute della Regione Toscana, Vera Lamonica, segretaria nazionale Cgil, Cecilia Taranto, segretaria nazionale Fp Cgil, Aldo Ancona, oggi componente della Stem, Rosario Trefiletti, presidente Federconsumatori, e Franco Pesaresi, direttore generale Asur 4 di Senigallia.

L’integrazione sociosanitaria è certamente l’aspetto più carente del nostro sistema di assistenza. Una carenza che rischia di diventare drammatica dopo le manovre economiche di questi mesi. Ma la Cgil ha una proposta da mettere in campo: un contratto di filiera, che dia forma e sostanza comune alle diverse forme che prende oggi l’assistenza, e il lavoro, in questo settore. “Vorremmo poter dialogare con delle Regioni attente, - dice Cecilia Taranto, della segreteria della Fp Cgil, nell’intervista che pubblichiamo – che non pensino che si possa fornire una risposta residuale di servizi a detrimento dei diritti dei lavoratori e che costruiscano insieme a noi una modalità che superi la frammentarietà”.


Dott.ssa Taranto, il dibattito di oggi metteva in evidenza come l’integrazione sociosanitaria sia ancora molto carente nel Paese, sia pure con grandi differenze tra le diverse Regioni. Difficoltà che certamente sono rese ancora più acute dalle manovre economiche di luglio e di agosto. Cosa vi aspettate?
La manovra lavora contemporaneamente alla messa in discussione del Ssn così come lo abbiamo conosciuto e prefigura uno scenario drammatico sul sociale: azzeramento del  fondo per la non autosufficienza, la riduzione fortissima del fondo per le politiche sociali e l’accelerazione della delega fiscale sull’assistenza. Inoltre si sta costruendo un meccanismo paradossale di penalizzazione fortissima delle Regioni che avevano lavorato verso l’integrazione e quindi avevano costruito o provato a costruire una rete di protezione sociale, una rete di integrazione Questi provvedimenti tagliano in maniera indiscriminata mettendo in difficoltà queste Regioni e lasciando a zero le Regioni che su questo non avevano investito.
Dunque si prefigura uno scenario drammatico di riduzione fortissima dei servizi, che mette in discussione anche  diritti certi e generati da una fonte legislativa come l’indennità di accompagnamento, la cui responsabilità per decisione del Governo iene demandata alle Regioni con la contemporanea diminuzione delle risorse. Quindi il Governo mette in discussione il diritto, ma la “scelta” è a carico delle Regioni.

Ma in questa situazione di crisi economica così grave, i servizi sociali e sociosanitari non sono un lusso che non possiamo permetterci?
Noi siamo convinti che sviluppare l’integrazione socio sanitaria non solo risponda ai bisogni delle persone ma può ottimizzare le risorse complessive del sistema. Realizzare le forme dell’integrazione, come la deospedalizzazione o l’assistenza domiciliare, dà una doppia risposta: ottimizza anche le risorse del sistema già esistenti e costruisce le condizioni per una crescita del Paese, perché accanto alla riduzione drammatica che rischiano i servizi come effetto delle manovre c’è la messa in discussione di decine di migliaia di posti di lavoro nel settore del sociale e dell’assistenza.
Siamo consapevoli della difficoltà del momento, ma proprio per questo ora  è assolutamente necessario scegliere: la Cgil tutta ha posto con durezza il tema della giustizia fiscale e di come i ricchi, che sono diventati ancora più forti e più ricchi, debbano contribuire allo sviluppo della comunità.

Questo vuol dire una patrimoniale?
Questo vuol dire una patrimoniale, assolutamente. Occorre recuperare le risorse dove ci sono. Poi c’è bisogno di una battaglia senza quartiere all’evasione fiscale, perché in questo Paese c’è un problema di legalità fortissimo che, se non viene affrontato, comporta rischi gravi, soprattutto per la crisi in cui versano le strutture.  Perché ora c’è un problema drammatico di liquidità e tra i pochi che posseggono liquidità in questo Paese ci sono le forme di criminalità organizzata . Noi dobbiamo porre il problema di come impedire forme di inquinamento in settori che tradizionalmente sono rimaste fuori da queste contaminazioni.

Sta dicendo che c’è il rischio di penetrazione della malavita nelle strutture di assistenza sociale, come le cooperative?
Non solo nelle cooperative. Penso anche alle grandi case di cura private, penso a sistemi che operano in questi settori e che oggi ricevono i corrispettivi delle prestazioni anche con un anno di ritardo. Sono a rischio, e per questo la battaglia per la legalità fa parte della stessa battaglia che noi facciamo per la qualità, il mantenimento e l’estensione dei servizi.

Sembra quasi impossibile pensare, in questa fase, estendere servizi sociali.
Lo spiegavo prima. L’integrazione tra servizi sociali e servizi sanitari può produrre una efficientazione del sistema. Basta pensare alle possibilità di ridurre i tempi di ricovero ospedaliero, dando però assistenza alle persone . E questo inoltre è un contributo alla crescita, perché altrimenti si mettono già oggi in discussione moltissimi posti di lavoro.
Viceversa, con i tagli voluti dal Governo si costruisce una risposta frammentata dentro la quale i territori arrancano e le condizioni di sofferenza si moltiplicano, perché questi tagli mettono in una condizione drammatica anche le Regioni che pensavano di essere forti. Invece noi crediamo si debba superare la frammentarietà e dare in tutto il territorio nazionale una risposta analoga ali bisogni dei cittadini.

Cosa pensate di fare, che strategia pensate di mettere in campo, oltre alle proteste e alle manifestazioni?
Per lavorare per l’efficientamento e contro gli sprechi crediamo si debba restituire dignità al lavoro e alla contrattazione e quindi fare i contratti nazionali, anche cambiando il modello e le regole contrattuali che ci sono, per scongiurare il grande rischio di trovarci in una situazione in cui, diminuiscono le risorse per gli enti locali, si tagliano i servizi e si mortifica il lavoro e le professionalità, abbassando la qualità dei servizi che residuano da questa mannaia, magari utilizzando contratti nazionali “pirata”.

Cosa sono i contratti “pirata”?
Non è insolito trovare in alcune Regioni, come la Campania, forme associative che non corrispondono a nessuna delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative  né alle associazioni datoriali storiche che costruiscono un contratto nazionale di lavoro al di sotto di tutti gli standard, anche autorizzato dal ministero del Lavoro, creando un meccanismo di dumping alla rincorsa del contratto più basso, che inevitabilmente si traduce in una risposta sanitaria e sociale di scarsa qualità.

Per contrastare tutto questo la vostra proposta qual è?
Per andare in direzione opposta c’è bisogno di ricostruire una filiera che accompagni le forme dell’integrazione anche nei settori privati del sociale, sottoposti comunque ad una programmazione pubblica.
Occorre insomma dotare di uno strumento contrattuale l’idea che una parte di risposta sanitaria e una parte di risposta sociale stanno insieme. In questo vorremmo poter dialogare con delle Regioni attente, cioè che non pensino che si possa fornire una  risposta residuale di servizi a detrimento dei diritti dei lavoratori e che costruiscano insieme a noi una modalità che superi la frammentarietà, dicendo anche con chiarezza che in settori come questi la competizione non si fa al ribasso dei costi e sullo sfruttamento dei lavoratori ma solo sulla migliore risposta sociale e sanitaria
 
Eva Antoniotti

23 settembre 2011
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