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“L’emergenza-urgenza e il 118 in piena emergenza”. Il grido di allarme della Fimeuc


Oggi a Firenze il IV Congresso della Federazione Italiana Medicina di Emergenza Urgenza e delle Catastrofi. “Il sistema va a pezzi, organizzato a macchia di leopardo, migliaia i medici precari nel settore”. Presentato un pacchetto di proposte urgenti, tra cui l’istituzione di un tavolo Ministero-Regioni per la realizzazione dei nuovi Dipartimenti Integrati di Emergenza-Urgenza e interventi a favore della formazione specialistica.

15 DIC - Si è tenuto oggi a Firenze, presso l’Auditorium al Duomo, il IV Congresso Fimeuc (Federazione Italiana Medicina di Emergenza Urgenza e delle Catastrofi ) dal titolo “Prospettive future del sistema emergenza urgenza: un nuovo assetto legislativo”. Ed è stata l'occasione per lanciare un grido di allarme: “Il sistema va a pezzi, organizzato a macchia di leopardo, migliaia i medici precari nel settore”

Giovanna Esposito, presidente Fimeuc, si rivolge al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, e alla Conferenza delle Regioni: “È allarme per l’area dell’emergenza-urgenza. Poche le risorse disponibili, il che ha portato a un impoverimento progressivo del settore. In questi anni sono stati tagliati migliaia di posti letto, i Pronto Soccorso sono sotto organico;e spesso senza medici specializzati in emergenza, il 118 è sempre più in affanno sul territorio e sempre più frequentemente le regioni ricorrono alla demedicalizzazione dei mezzi o alla riduzione degli operatori presenti nelle ambulanze a scapito sia dei medici sia degli infermieri, cioè con la prevalenza solo di ausiliari e soccorritori non sanitari. A livello strutturale, ricordiamo che l’organizzazione e i protocolli di intervento sono ancora a macchia di leopardo, anche a causa della confusione regionalista, con una molteplicità di soggetti che compongono il sistema e che non consentono, spesso, una riposta unitaria per un intervento efficace, che ha nelle professionalità impegnate e nel tempo di risposta due componenti fondamentali per salvare vite. Eppure, con abnegazione il sistema riesce ancora a garantire 20 milioni di interventi l’anno, ma la situazione è al di là della soglia di criticità. Siamo al rischio di collasso”.


Sulla stessa linea, di grande preoccupazione, Fabiola Fini, segretario Fimeuc: “Assistiamo a una giungla di contratti, con zone grigie di vero e proprio sfruttamento, con medici a gettoni e con accordi di lavoro anomali. In tal senso, ricordiamo anche che ogni anno circa 6000 laureati, aspiranti specializzandi, rimangono tagliati fuori dalle scuole e sono l’esercito di riserva mal pagato della nostra sanità, nonché la grande sacca dove pescare operatori anche per le imprese del privato sociale. Quindi, c’è l’area dei medici convenzionati, camici bianchi che lavorano fianco a fianco ai dirigenti ma senza le stesse tutele (solo per citarne alcune ferie, maternità, malattia... ecc). In tal senso, pensiamo sia importante che il ministero della Salute avvii un censimento della realtà. Secondo una nostra stima sono circa 4000 in tutta Italia i medici ancora in attesa che si applichi una legge che avrebbe dovuto garantire in questi anni il passaggio a dipendenza”.

La Fimeuc sottolinea, appunto, i problemi legati alla formazione e alla programmazione dell’accesso: sono 427 gli ospedali di P.S, 96 Dea di primo livello e 119 di secondo livello. Eppure lo scorso anno le borse di emergenza-urgenza sono state solo 181 e, nonostante dal 2006 esista la Scuola in Medicina d'emergenza-urgenza, nel 2014 i primi specialisti sono stati solo 100, mentre ne servirebbero almeno 250-300 l’anno. Si ricorda, infatti, che il sistema funziona anche grazie al lavoro di professionisti che vengono da altre specialità o dalla ex guardia medica.

Infine, ecco le proposte emerse dalla giornata:

“È urgente - concludono Esposito e Fini - un tavolo al ministero e con le regioni prima della imminente chiusura della legislatura per avviare l’iter di un provvedimento normativo che istituisca i nuovi Dipartimenti Integrati di Emergenza-Urgenza, snodo unico e centrale del sistema che coordini gli interventi su bacini provinciali o di area vasta con una utenza di 600.000 o 1.200.000 abitanti, con personale dedicato e adeguatamente formato e mezzi propri. Così da garantire l’efficienza delle reti tempo dipendenti e la risposta adeguata per salvare vite e per soddisfare la domanda di salute dei cittadini”.

Quindi, dal punto di vista professionale, “che si metta fine alle diverse forme di precariato e si completi nelle Regioni il passaggio a dipendenza dei convenzionati con l’obiettivo di un futuro contratto unico dei professionisti del settore.”

Rispetto alla formazione, “è centrale la scuola di specializzazione ma con due requisiti ora inevasi: un fabbisogno adeguato per le nuove generazioni, ma anche che si preveda la riqualificazione del personale già operante. Infine, che si comprenda tra i lavori usuranti quello svolto dai medici del settore”.

15 dicembre 2017
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