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Contratto sanità. “Ecco perché abbiamo firmato. No al neo corporativismo”. Intervista alla segretaria generale Fp Cgil Serena Sorrentino

“Questo contratto è un primo passo, non la conclusione di un percorso che riparte dopo 9 lunghi anni. Abbiamo molta strada da fare ancora. Ma di cose ne abbiamo già ottenute tante, a partire dalla cancellazione della Brunetta sulla valutazione delle performance e sugli atti unilaterali”. “Se mi si chiede se alcune professioni possono avvantaggiarsi dall’uscita dal comparto oppure no, la risposta, se si ha una visione sistemica, è ovviamente no, perché la corporativizzazione romperebbe l’unità del processo lavorativo in sanità che integra ruoli e funzioni”

03 MAR - Un’ipotesi di contratto della sanità firmata dopo quasi dieci anni di stop a qualsiasi contrattazione nel Pubblico Impiego eppure il clima che si respira non è quello di una festa. Le proteste sembrano (anche se sappiamo che i contrari fanno di solito sempre più rumore dei favorevoli) prevalere sui consensi e il sindacato confederale appare assediato e forse anche un po’ stordito da tutto questo dissenso.
 
Ma Serena Sorrentino, la segretaria generale della FP Cgil, non ci sta: “Tutte queste proteste mi sembrano molto organizzate, le reazioni spontanee alla firma sono in maggioranza positive. Certo, anche la nostra gente si interroga e chiede approfondimenti. Ma non ho dubbi a rivendicare che abbiamo fatto bene a firmare”.
 
I motivi della firma (molti, secondo i firmatari), ce li ha raccontati tutti in questa intervista esclusiva, rispondendo anche sulla questione dell’unità del comparto rispetto alla spinta ad avere aree contrattuali autonome, come da anni hanno fatto i medici: “La corporativizzazione  romperebbe l’unità del processo lavorativo in sanità che integra ruoli e funzioni”.

 
Segretaria, il contratto della sanità attendeva il rinnovo da quasi dieci anni, eppure dopo la firma sulla ipotesi di contratto a far sentire la loro voce sono stati quasi solo i contrari all’accordo. Vi aspettavate tante reazioni negative?
A dire il vero quelle negative, legittime, sono apparse un po' organizzate, mi interessano quelle spontanee e, se frequentate le nostre pagine e i nostri siti, sono numerosi i commenti positivi e soprattutto gli interrogativi dei lavoratori che chiedono approfondimenti su materie che, da quello che leggo, anche molti sindacalisti e giuristi non padroneggiano. Per questo siamo impegnati nella campagna di informazione, assemblee e consultazione. Poi che ci sia qualcuno che specula sui diritti dei lavoratori per costruire una base di consenso alle imminenti Rsu lo trovo francamente inopportuno ed eticamente discutibile.
 
E, in ogni caso, voi perché avete firmato?
Vede, sui giornali sono apparse tutte le bozze via via predisposte dalle controparti. La preintesa finale è molto differente da quei primi testi e questo è frutto di un lavoro che va avanti da mesi. Ricordo che abbiamo cominciato la trattativa a novembre. Nel merito  avevamo alcuni punti di orientamento che ci hanno guidato: l’accordo del 30 novembre, la non sottoscrivibilità delle deroghe alla disciplina dei riposi, l’acquisizione di ulteriori tutele previste già nel Contratto delle Funzioni Centrali e delle Funzioni Locali in materia di permessi e congedi, la costruzione di un modello di valorizzazione delle professionalità in sanità basato sul riconoscimento delle competenze, dei carichi di lavoro, dell’intensità delle responsabilità, della complessità della struttura nella quale si opera. Abbiamo giudicato questo contratto un primo passo non la conclusione di un percorso che riparte dopo 9 lunghi anni. Abbiamo molta strada da fare ancora.
 
Quali sono i punti di forza di questo accordo?
Non ci sono deroghe, non solo ai riposi ma anche a istituti fondamentali che regolano il rapporto di lavoro; si cancella la legge Brunetta sia sulla valutazione delle performance che sugli atti unilaterali; si mantengono le tutele dell’articolo 18 e l’orario di lavoro a 36 ore; si istituisce la commissione paritetica che oltre il sistema di classificazione ha come obiettivi chiari: la revisione dei profili professionali, rivedere il sistema delle indennità, costruire un sistema di valorizzazione delle competenze, semplificare e rivedere l’attuale sistema di progressione economica; si dà un ruolo alla contrattazione nel limitare il disagio derivante dal lavoro in turni (pronta disponibilità, limitazioni dello straordinario, gestione delle turnazioni); si introducono permessi aggiuntivi per visite, terapie ed esami diagnostici, si migliora la fruizione dei permessi per motivi personali e si introducono 4 mesi in aggiunta al periodo di comporto in caso di terapie salvavita; si rendono fruibili a ore i congedi genitoriali; si potenzia il diritto allo studio e si migliora la disciplina in materia di formazione; si estendono i diritti civili e la tutela alle donne vittime di violenza; si definisce un sistema di relazioni sindacali che ridà titolarità alla contrattazione e un ruolo e poteri certi alle Rsu; si introduce un nuovo sistema di partecipazione sindacale (confronto) articolato anche su base regionale che apre ai rappresentanti dei lavoratori la condivisione sulle scelte regionali e aziendali che vanno dalle politiche del personale, alla formazione, fino all’organizzazione del lavoro. I nostri colleghi non se lo ricordano ma nel 2016 questa discussione era cominciata in tutt’altro modo e se non avessimo avuto l’accordo del 30 novembre e le modifiche al 165/01 di contratti non ne avremmo neanche sentito parlare.
 
L’accusa principale che viene rivolta al testo del pre accordo da parte dei sindacati autonomi infermieristici è di aver livellato gli aumenti e di aver rimandato sine die la possibilità di sviluppo di una carriera autonoma. Come risponde?
Che il Contratto non si fa solo per qualcuno né contro qualcuno e che un sindacalista dovrebbe almeno conoscere la struttura della retribuzione. Se si guarda al tabellare, le risorse disponibili in base all’atto di indirizzo, seguono la scala parametrale precedente, mantenendo quindi una differenziazione tra aree e categorie economiche inalterata alla struttura del contratto nazionale antecedente. Il tabellare consolida la retribuzione di base, per capirci rimane tale anche al primo gennaio del prossimo anno. Difatti chi è in D ha un beneficio sia ai fini previdenziali che di consolidamento salariale da questa scelta. L’elemento perequativo invece agisce in funzione di tutela per le retribuzioni più basse che sono state penalizzate altrettanto dalla crisi. Ma mi faccia dire che francamente spaventa la mancanza di solidarietà tra lavoratrici e lavoratori che ogni giorno lavorano fianco a fianco. Per quanto ci riguarda siamo già al lavoro per predisporre le piattaforme del prossimo contratto, triennio 2019/2011. Difendo la scelta fatta nell’accordo del 30 novembre di datare il triennio di vigenza al 2016/2018 perché diamo la possibilità ai lavoratori della sanità di vedere in pochi mesi crescere le retribuzioni in maniera più veloce e stabile. Inoltre le risorse messe a disposizione per il trattamento accessorio, la revisione del valore massimo attribuibile agli incarichi, la possibilità in contrattazione decentrata di aumentare il valore delle indennità sono tutte opportunità nuove di valorizzazione economica. Queste sono conquiste delle lavoratrici e dei lavoratori che si sono mobilitati in questi anni, la Cgil spesso si è ritrovata da sola - o con gli altri sindacati confederali - mentre quelli autonomi e professionali erano silenti, forse perché non c’erano le Rsu alle porte...
 
Anche il nostro editorialista Benci solleva diverse critiche al testo sostenendo che dopo tanti anni era legittimo attendersi qualcosa in più. E’ così, si poteva ottenere di più?
Il 3,48% come indice per la rivalutazione salariale è stato stabilito dal Governo e per noi è un notevole avanzamento rispetto allo 0,5% iniziale del 2016. Se oggi si passa da 7 a 85 euro medi mensili è perché noi ci siamo mobilitati. Poi mi permetto di dissentire su molte inesattezze contenute nelle riflessioni di Benci. Sul tema degli incarichi il modello è in transizione in ordine a fattori rispetto ai quali il Ccnl deve essere reagente e che tengono conto, in virtù della riorganizzazione del sistema sanitario, dell’esigenza di rendere gli incarichi più flessibili e adattabili a ciò che uno fa, come lo fa, con quali competenze e con che complessità. La modifica dell’ordinamento e il sistema di classificazione sono punti qualificanti se vogliamo riordinare le carriere e lo sviluppo professionale, per questo occorre tener conto che recentemente sono intervenuti in merito sia la legge Lorenzin e che è stata istituita una apposita commissione paritetica di riforma del sistema di classificazione che analizzerà anche i nuovi profili professionali in relazione all’evoluzione dei percorsi universitari e delle specializzazioni sia in campo clinico che gestionale. Il sistema di relazioni sindacali torna a dare ruolo alla contrattazione ed in particolare alle Rsu. Su diritti e tutele si acquisiscono tanti elementi migliorativi. Ma c’è dell’altro.
 
Mi dica.
Mi permetta una polemica su questo con Benci, da persona che ha lavorato alla stesura della Carta dei diritti Universali del Lavoro: cancelliamo la somministrazione a tempo indeterminato che era un’aberrazione nella Pubblica amministrazione, come modificata dal 75/16. La percentuale complessiva dei contratti a termine e somministrazione è del 20 per cento, che per inciso il Jobs Act fissa per i soli contratti a termine. La cosa di maggior rilievo dal punto di vista giuridico è la perimetrazione del ricorso a causali di utilizzo che sono tipizzate nel novellato degli articoli relativi e che è escluso il ricorso al contratto di somministrazione per esigenze strutturali derivanti da carenza di personale. Forse sfugge per una lettura frettolosa e disattenta che alla materia delle relazioni sindacali è stata estesa la competenze sulle politiche relative alle stabilizzazioni, ai fabbisogni, alla mobilità, alla riassegnazione del personale in caso di modifiche e/o aggregazione degli assetti aziendali, materie queste articolate tra confronto e organismo paritetico. In generale le politiche del personale, compreso il benessere organizzativo, diventano oggetto di partecipazione sindacale. Sottolineo anche che sull’affidamento a terzi di attività (conferimento o trasferimento) quindi dagli appalti ai contratti di fornitura di servizi (compresa la somministrazione, l’art.5 lettera f CCNL) è previsto il confronto con le organizzazioni sindacali che quindi possono intervenire in merito, cosa che prima era preclusa. Significa poter contrastare le esternalizzazioni e soprattutto costruire il confronto sui fabbisogni di personale per aprire spazi alle nuove assunzioni. Basterebbe conoscere le nuove procedure di reclutamento e la definizione dei piani dei fabbisogni in ragione delle precedenti dotazioni organiche per poter leggere ed interpretare correttamente le norme contrattuali.
 
A questo punto quali saranno i prossimi passi? Pensa ci sia spazio per apportare alcuni correttivi? E se sì, quali?
Stiamo già facendo le assemblee tra i lavoratori e registrando la loro opinione. Le correzioni, come sempre accade - ma bisogna avere esperienza per saperlo -  riguardano i refusi, le disapplicazioni, il coordinamento con le norme che rimangono in vigore dei precedenti Ccnl. Ce ne sono alcune che non dipendono da noi e che sono relative ai rilievi del Mef che dovremo verificare. Abbiamo detto dal primo minuto che per noi questo Ccnl è un primo passo: getta le basi per la struttura che porterà a compimento la transizione tra un sistema contrattuale fermo da dieci anni e il nuovo modello di assetti contrattuali che con il prossimo contratto 2019/2021 vedrà a regime. Mi riferisco alla riforma dell’ordinamento, del sistema di classificazione, a risorse adeguate per valorizzare gli incarichi, un nuovo sistema inquadramentale, la rivalutazione di tutte le indennità. Molte di queste azioni sono già possibili sia in contrattazione che nel confronto nazionale e decentrato con questo contratto. Non ci fermiamo saranno mesi intensi di lavoro dove giorno per giorno i lavoratori vedranno miglioramenti.
 
Un’ultima questione. Nella sanità è forte la tendenza a sancire nette distinzioni tra le diverse professioni che sembrano sempre più “gelose” delle rispettive prerogative e ruoli. In questo quadro come pensa di tenere ferma la barra di un sindacato unitario nel comparto sanità? Non teme che prima o poi passi la linea di tante aree contrattuali autonome come è accaduto ormai da anni per la dirigenza medica e sanitaria?
La forza del sistema sanitario pubblico è l’essere un “sistema”. La salute non è una merce ma un diritto universale che attraverso il Servizio Sanitario Nazionale garantisce servizi di cura, prevenzione, riabilitazione. La riorganizzazione del sistema sanitario non è avvenuta verticalizzando le professioni perché la divisione professionale crea disvalore organizzativo. Da un lato premiamo modelli cooperativi, di lavoro in equipe multidisciplinari, dall’altro si invoca la separazione professionale. Il problema vero non è come separiamo le specificità professionali ma come facciamo crescere tutte le professionalità. Non ci saranno più, o saranno sempre in misura minore, le attività a bassa qualificazione in sanità e sarà sempre più alta l’intensità di competenze per i diversi profili e le diverse aree (sanitaria, sociosanitaria, tecnico-ambientale, dei fattori produttivi). L’innovazione sanitaria non è solo tecnologica ma anche organizzativa. Già nel nuovo sistema di classificazione si vedrà ad esempio lo sviluppo in parallelo delle professioni sanitarie e di quelle sociosanitarie come nella dirigenza ci sono quelle mediche e quelle sanitarie. Saranno sempre più rilevanti le competenze perché la sanità chiede qualificazione e noi vogliamo che quella Pubblica ad investire su lavoro e tecnologia. La domanda è se alcune professioni possono avvantaggiarsi dall’uscita dal comparto oppure no.
 
E lei come risponde?
Se si ha una visione sistemica la risposta è ovviamente no, perché la corporativizzazione  romperebbe l’unità del processo lavorativo in sanità che integra ruoli e funzioni. Se fossimo nella condizione di avere risorse adeguate per trattamenti economici e valorizzazione professionale non assisteremmo a questa discussione in cui le categorie si contrappongono tra loro. Come si fa a contrapporre l’estensione delle indennità sanitarie agli Oss con una maggiorazione dei trattamenti solo per alcuni professionisti? Non sono giuste entrambe queste rivendicazioni? Il tema vero, quello su cui convergere, è la sostenibilità del sistema sanitario. Da sempre la Cgil denuncia la pericolosa deriva del definanziamento progressivo avvenuto in questi anni del sistema sanitario pubblico e da sempre rifiuta la logica delle compatibilità economiche. Finché il Fondo Sanitario Nazionale, e quindi risorse per chi lavora in sanità, per i Lea e per l’innovazione tecnologica, saranno legate all’andamento dell’economia e non ai fabbisogni di cura, il Servizio Sanitario Pubblico sarà a rischio ridimensionamento. Non mi sembra che la dirigenza medica e sanitaria si sia sottratta dalla stessa morsa che ha attanagliato il comparto sulla carenza di risorse adeguate, quindi non credo che la separazione delle aree di contrattazione sia la soluzione. E se oggi si torna a parlare di assunzioni, obiettivi di cura, di come garantire il diritto alla Salute attraverso un sistema realmente universale  è anche grazie alla Cgil che da sempre lotta per difendere e migliorare la sanità. Mai come nella stagione che si affaccia le lavoratrici e i lavoratori della sanità dovrebbero essere uniti nel rivendicare insieme: dignità professionale, valorizzazione economica, partecipazione organizzativa.
 
C.F.

03 marzo 2018
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