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Aggressioni medici. Necessario scongiurare “disagio lavorativo”

Questo è alla base di fenomeni di stress, incomprensioni, violenze e aggressioni. Il disagio lavorativo, infatti, qualunque forma assuma, ha alla sua base un accumulo di stress psicosociale. Ciò indica che il lavoratore cede quando viene colpito non solo nelle sue attività lavorative ma anche nello svolgimento della vita sociale associata alla professione. 

14 APR - Nel corso dell’ultima riunione dell’Osservatorio del Ministero della Salute sulla violenza contro gli operatori sanitari si è chiarito che occorre preliminarmente per prevenire tali episodi bonificare e risanare le strutture sanitarie in cui vengono erogate le prestazioni sanitarie a tutti i livelli, nel rispetto della normativa vigente da olte 20 anni.
 
Il primo passo è “la valutazione del controllo dei rischi” previsto già dal 1994 con la 626 ed oggi dalla legge 81/2008. Si tratta della fase indicata come intervento di Risk Assessment o Risk Analysis, preliminare alla fase Risk Management finalizzata, appunto alla gestione di quei rischi non eliminabili, nei confronti dei quali è obbligatorio attivare misure di protezione e prevenzione sia per gli stessi operatori chiamati a svolgere il loro lavoro, sia nei confronti delle strutture o mezzi usati durante il lavoro. 
 
Solo così si avvierà quanto auspicato dalla Ministro Beatrice Lorenzin per prevenire gli atti di violenza non solo in sanità, ma in tutti gli ambiti dove sono esposti donne e uomini che svolgono le cosiddette “professioni di aiuto” (Operatori sanitari, insegnanti, psicologi, assistenti sociali, operatori delle forze di polizia – solo nel 2017, “l’osservatorio sbirri pikkiati” dell’Associazione Amici della Polizia Stradale, ha registrato 2695 episodi di aggressioni tra polizia di Stato, carabinieri, polizia municipale, in lavoro di controllo su strada, pari ad una refertazione ogni 3 ore).

 
Analizzando in profondità le categorie più colpite, appunto le cosiddette professioni d’aiuto, ci si accorge che si tratta di categorie lavorative altamente motivate ad aiutare gli altri, persone fondamentalmente generose, e altruiste che in mancanza di risposte di gratitudine o di apprezzamento da parte dell’utenza, non riuscendo a elaborare la frustrazione naturale che da queste professioni deriva, non prendendosi adeguatamente cura dei propri bisogni, finiscono per cadere in uno stato di disagio e insoddisfazione lavorativa, con disturbi somatici e psicologici.
 
Ecco perché non va tralasciata un’analisi comportamentale che tenga conto di un approfondimento che comprenda anche l’acquisizione di nozioni di processo e di sistema per far fronte a specifiche emergenze. Ritorna, in questo modo, prepotentemente di attualità il percorso lanciato nel 2004 dal Ministro della Funzione Pubblica Lugi Mazzella quando fu promulgata la direttiva sulle Misure finalizzate al miglioramento del Benessere Organizzativo nelle Pubbliche Amministrazioni.
 
Nel documento si definiscono le azioni per raggiungere obiettivi di efficacia e di produttività per realizzare e mantenere il benessere fisico e psicologico delle persone, attraverso la costruzione di ambienti (anche fisici) e relazioni di lavoro che contribuiscono al miglioramento della qualità della vita e delle prestazioni. Il Ministero considerava elementi di fondamentale importanza, oltre alla sussitenza di un clima organizzativo che stimolasse la creatività e l’apprendimento, la garanzia dell’ergonomia e della sicurezza degli ambienti di lavoro.
 
Tutto questo avrebbe contribuito, secondo il Ministero, a scongiurare quel “Disagio lavorativo”, alla base, come si è visto, dei fenomeni di stress, incomprensioni, violenze e aggressioni. Il disagio lavorativo, infatti, qualunque forma assuma, ha alla sua base un accumulo di stress psicosociale. Ciò indica che il lavoratore cede quando viene colpito non solo nelle sue attività lavorative ma anche nello svolgimento della vita sociale associata alla professione.
 
Le aree da considerare, per una valutazione dello stress psicosociale il più possibile completa, dovrebbero essere almeno tre:
1. fattori di rischio fisici e oggettivi dovuti all’ambiente di lavoro, alle misure di sicurezza da rispettare, alle attrezzature;
2. fattori di rischio tecnici ed organizzativi (gestione dei turni, qualità della comunicazione, ecc);
3. rischio psicosociale (assenteismo, turn over elevato, vertenze lavorative, ecc.).
 
Domenico Della Porta
Presidente Osservatorio Malattie Occupazionali e Ambientali
Università degli Studi di Salerno


14 aprile 2018
© Riproduzione riservata


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